Lavoro, dal 15 settembre proroga delle modalità “smart”: le Pubbliche amministrazioni dell’Aquila si organizzano

di Alessio Ludovici | 14 Settembre 2020 @ 06:45 | ATTUALITA'
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L’AQUILA – “Il personale in servizio presso il Servizio Genio Civile di L’Aquila, svolgerà a decorrere dal 14 settembre la propria attività lavorativa alternando il servizio in presenza a quello in smart working”, lo ha previsto il Dipartimento Infrastrutture e servizi della Regione Abruzzo.
La Regione Abruzzo ha iniziato ad agosto il censimento di tutte le posizioni lavorative che è possibile porre in smart working, e i Dipartimenti della Regione Abruzzo si stanno organizzando per centrare l’obiettivo, almeno fino alle fine dell’emergenza, del 50% di dipendenti, tra quelli che lo possono adottare. Stesso discorso per tutti gli uffici della Pubblica Amministrazione. All‘Inail si sta procedendo al monitoraggio delle richieste su base volontaria mentre le categorie di lavoro ‘fragile’ sono già state collocati, ‘d’ufficio’, in smart working. Così è stato disposto: “l’alternanza tra lo svolgimento della prestazione lavorativa in sede e quella in modalità agile (fruibile anche ad ore) deve prevedere una rotazione che coinvolga il personale in forza presso ciascuna Struttura previa esclusione dei lavoratori c.d. “fragili”, accertati dal medico competente, così come già previsto nel Protocollo Inail sottoscritto dalle OO.SS. e dall’Amministrazione in data 15 maggio 2020 e nei successivi documenti tecnici. Il rispetto della richiamata percentuale del 50%, da calcolarsi sulla forza previa esclusione dei soggetti “fragili” e dei titolari di Strutture dirigenziali e non dirigenziali, sarà garantito dai responsabili di ciascuna unità organizzativa, sulla base di una programmazione mensile delle attività da svolgere in presenza o in modalità agile e che, in considerazione delle esigenze organizzative dovrà in ogni caso prevedere una presenza giornaliera in sede del 50% del personale in forza.  Tale programmazione sarà oggetto di informativa alle RSU e alle OO.SS”.

Dal 15 settembre, infatti, è operativa la proroga del ricorso alle allo smart working ma, ha ulteriormente chiarito il Dl Semplificazione, solo “a condizione che l’erogazione dei servizi rivolti a cittadini e imprese avvenga con regolarità, continuità ed efficienza, nonché nel rigoroso rispetto dei tempi previsti dalla normativa vigente”.

Archiviata la fase emergenziale, una fetta importante di pubblico impiego era tornato in presenza ma ne rimane una parte altrettanto importante a lavorare in remoto. Il lavoro agile continua almeno fino al 31 dicembre molti di loro.

Il decreto Cura Italia a marzo, per le brevi, vista la situazione, aveva previsto un massiccio utilizzo fino a fine emergenza, di lavoro agile come ordinaria modalità. Il successivo decreto rilancio a luglio ha cominciato a mettere ordine ed ha richiesto alle amministrazioni di ripensarsi in funzione, sì delle esigenze epidemiologiche, ma anche di quelle di cittadini e imprese che accedono ai servizi della Pa: durante la conversione in legge del decreto rilancio è stata prevista la riduzione al 50%, tra personale che è possibile mettere in smart working, di dipendenti in lavoro agile, fino a fine emergenza. Entro il 15 settembre le pubbliche amministrazioni sono tenute ad organizzare il lavoro dei propri dipendenti attraverso la flessibilità dell’orario di lavoro e una nuova articolazione giornaliera e settimanale.

Ma si lavora anche al dopo, per quanto non sia ancora chiara la strada da intraprendere né quando effettivamente terminerà l’emergenza. Entro il 31 dicembre, comunque, tutte le amministrazioni dovrebbero dotarsi del Piano organizzativo del lavoro agile (Pola) per portare nel 2021 al 60%, per tutte le attività che possono essere svolte in modalità agile, il ricorso al lavoro remoto. Se non lo adottano però, poco male, non sono previste sanzioni al momento.

Gli ostacoli all’adozione delle modalità agili in Italia sembrano più che altro di natura tecnica, contrattuale e logistica, almeno ad ascoltare le dichiarazioni entusiastiche del paese riguardo al lavoro da casa, che in Italia prima della pandemia era solo una parola che si utilizzava nei convegni.

Da un punto di vista “politico” invece, sembra assodato che questo sia il futuro, è l’“innovazione”, così viene aggettivata di norma. Altrove, dove le modalità flessibili ed agili sono in campo da anni, o addirittura decenni sia nel pubblico che nel privato, non sembrano così convinti. Il New York Times questa estate ha demolito stereotipi e miti del lavoro in remoto, anche raccontando e ascoltando le disastrose esperienze di colossi informatici o finanziarie che pure in Italia immaginiamo lavorare tutti da casa davanti il giardinetto. Semplicemente certi uffici non possono funzionare bene in remoto, non c’è mai la persona che ti serve, i progetti languiscono così come la produttività.

Discorso diverso in Italia, nel paese del cartellino da timbrare, dei rituali pleonastici della gerarchia, nel pubblico come nel privato, del controllo del territorio, l’avvento dello smart working è sembrata a molti finalmente una liberazione. Ma gli effetti sull’organizzazione generale degli uffici e del servizio al cittadino è stata comunque disastrosa. Ad opporsi allo smartworking soprattutto alcune categorie di esercenti privati, ma oggettivamente non può essere quella, secondo gli osservatori, la motivazione per far finta che quella di questi mesi sia stata solo una parentesi.


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