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L’Aquila vista con una termocamera: viaggio nel caldo cittadino

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Davanti all'Auditorium progettato da Renzo Piano puntiamo il termometro sul grande piazzale asfaltato: 52,3 gradi. Pochi passi più in là misuriamo il prato, completamente esposto al sole: 34,2 gradi.

L’AQUILA – È l’una. La temperatura dell’aria supera i 30 gradi. In mano abbiamo un termometro professionale a infrarossi per superfici e una termocamera. L’obiettivo non è realizzare uno studio scientifico, ma osservare la città da una prospettiva diversa che è sempre un esercizio utile, nella professione e nella vita.

Una precisazione è necessaria. Gli strumenti che utilizziamo non misurano la temperatura dell’aria, ma quella delle superfici: asfalto, pietra, prati, terra. Per questo i valori sono più elevati di quelli registrati dalle stazioni meteorologiche. Se avessimo avuto con noi anche un termoigrometro, le differenze sarebbero state meno spettacolari, ma comunque perfettamente percepibili. Perché il microclima segue proprio il comportamento delle superfici: sono loro ad assorbire l’energia del Sole, a trattenerla oppure a disperderla, influenzando anche l’aria che respiriamo e le nostre percezioni.

La prima tappa è il Parco del Castello

Davanti all’Auditorium progettato da Renzo Piano puntiamo il termometro sul grande piazzale asfaltato: 52,3 gradi. Pochi passi più in là misuriamo il prato, completamente esposto al sole: 34,2 gradi.

Quasi venti gradi di differenza tra due superfici separate da pochi metri e illuminate dallo stesso sole.

La prima conclusione è immediata, ma anche emblematica. Smentisce uno dei luoghi comuni più diffusi: che per combattere il caldo basti trovare un po’ d’ombra. Basterebbe la scienza a dimostrare che non è così, ma le nostre misurazioni confermano ovviamente. Anche sotto lo stesso sole, una superficie vegetata si scalda molto meno di una superficie asfaltata.

Proseguiamo.

Entriamo sotto la chioma dei grandi platani del Parco del Castello e ripetiamo le misurazioni. Il prato scende fino a circa 25 gradi, mentre la termocamera individua punti ancora più freschi, poco sopra i 21 gradi. L’asfalto all’ombra, invece, scende a 40 gradi.

Poco distante, un vialetto attraversa il parco. Anche qui la pavimentazione è completamente esposta al sole e supera i 40 gradi. È molto più calda del prato, ma sensibilmente più fresca del grande piazzale asfaltato da cui siamo partiti. Ed emerge una seconda osservazione. Conta anche il contesto. Quel vialetto è sì una superficie minerale, ma è immerso nel verde. È circondato da prati, alberi e terreno permeabile. Non può comportarsi come una superficie vegetata, ma nemmeno come una grande distesa di asfalto completamente esposta e circondata da altre superfici che accumulano calore.

Per capire il perché bisogna fare un passo indietro. Siamo abituati a pensare che alberi e prati rendano più fresca una città semplicemente perché fanno ombra. È vero, ma è solo una parte della storia. Il verde è un vero e proprio condizionatore naturale.

Le piante contengono acqua e, attraverso l’evapotraspirazione, utilizzano una parte dell’energia del Sole per trasferire quell’acqua dal terreno all’atmosfera sotto forma di vapore. È energia che non si trasforma in calore. L’asfalto, il cemento e le altre superfici mineralizzate non hanno questo meccanismo: assorbono gran parte della radiazione solare e la trasformano quasi interamente in temperatura.

Per questo un prato può rimanere più fresco perfino quando è esposto al sole. E per questo un vialetto immerso nel verde si comporta diversamente rispetto a un grande piazzale asfaltato.

In pochi minuti, senza uscire dal Parco del Castello, abbiamo attraversato superfici con differenze di temperatura di quasi trenta gradi. Non significa che l’aria cambi della stessa quantità. Significa però che il modo in cui una città si scalda dipende dalle superfici che la compongono e dal contesto in cui sono inserite.

Piazza Duomo: pietra bianca e luoghi comuni

Lasciamo il Parco del Castello e ci spostiamo nel cuore del centro storico. Qui il confronto cambia completamente. Non siamo più tra prati e alberi, ma nel luogo forse più discusso della città negli ultimi anni: Piazza Duomo e la sua pavimentazione in pietra chiara.

Anche su questo tema le misurazioni aiutano a fare chiarezza. Cominciamo da un confronto quasi “da laboratorio”. All’imbocco di un via Cimino puntiamo il termometro sull’asfalto: 49,4 gradi. Spostiamo il puntatore di pochi centimetri, sulla pietra chiara del Corso: 36,9 gradi.

Oltre dodici gradi di differenza. Leggermente più basse di alcune misurazione del Parco del Castello ma incide probabilmente anche il diverso tempo di esposizione al sole delle superfici. Ci spostiamo quindi nel cuore della piazza, dove la pavimentazione è esposta da molte ore. Qui la pietra chiara misura circa 43,5 gradi, comunque decisamente più bassa dell’asfalto. Una fascia realizzata con una pietra leggermente più scura sale già a 46,5 gradi.

Poi puntiamo il termometro su una seduta in materiale scuro. Il display si ferma a quasi 76 gradi. Infine misuriamo perfino il pannello scuro della discussa mostra di Jr, anche qui il valore supera abbondantemente i 55 gradi.

Le misurazioni raccontano tutte la stessa storia: anche i materiali contano.

Le superfici chiare riflettono una quota maggiore della radiazione solare e tendono ad accumulare meno energia rispetto a quelle scure. Per questo, dal punto di vista termico, una pavimentazione chiara è generalmente preferibile all’asfalto o ad altri materiali molto scuri.

È un risultato che aiuta a ridimensionare una convinzione piuttosto diffusa. La pietra bianca può risultare più fastidiosa nelle ore centrali della giornata, soprattutto per la maggiore luminosità e per l’abbagliamento che provoca riflettendo una parte della radiazione solare. Ma questo non significa che si scaldi più dell’asfalto. Anzi, le nostre misurazioni mostrano esattamente il contrario.

Naturalmente sarebbe un errore trarre da questi dati una conclusione semplicistica. Così come non basta piantare alberi ovunque, non basta nemmeno pavimentare tutto con materiali chiari. Una piazza non è un parco, ha una funzione diversa.

Piazza Duomo, ad esempio, piaccia o meno dal punto di vista estetico, oggi è probabilmente lo spazio pubblico più vissuto della città. Nelle lunghe ore del pomeriggio e della sera centinaia di persone la attraversano, i bambini la trasformano in un enorme campo da gioco, ospita eventi, manifestazioni, mercati e concerti. È una funzione che richiede un grande spazio aperto e continuo. Forse qualche albero in più avrebbe potuto trovare posto senza comprometterne l’utilizzo.

Ma il punto non è stabilire se una piazza debba essere più o meno alberata, il punto è capire che le politiche ambientali non si fanno per tifoseria.

Ogni spazio urbano svolge una funzione diversa e richiede soluzioni diverse. Un parco deve offrire refrigerio e biodiversità. Una piazza deve rimanere uno spazio civico. Un viale può diventare un’infrastruttura verde. Un parcheggio può essere ripensato senza perdere la sua funzione.

Ogni scelta comporta un albero di decisioni particolari. Non basta dire “facciamo un prato”. Un prato all’inglese si chiama così per un motivo: nasce in un clima profondamente diverso dal nostro e, per mantenersi verde durante tutta l’estate, richiede grandi quantità d’acqua. Se questa viene meno, il tappeto erboso perde qualità, lascia spazio più facilmente alle specie infestanti e richiede interventi continui di manutenzione e sfalcio. In una brughiera scozzese o in un prato naturale del Nord Europa questi problemi sono molto meno evidenti, perché è il clima stesso a sostenere quel tipo di vegetazione.

È un caso emblematico di scelte da fare in futuro, perché città hanno bisogno anche di prati all’inglese che sono spazi preziosi per il gioco, lo sport e il tempo libero. Ma non possono essere la risposta per ogni area verde. Esistono prati rustici, prati fioriti, specie più resistenti alla siccità e soluzioni capaci di ridurre i consumi idrici e la manutenzione senza rinunciare ai benefici del verde.

Ancora una volta, la conclusione è la stessa: una buona progettazione urbana non nasce dagli slogan, ma dall’equilibrio tra funzioni, clima, materiali, vegetazione e disponibilità di risorse.

Viali e parcheggi: dove si gioca davvero la sfida contro il caldo

Non tutti gli spazi della città hanno la stessa funzione e, proprio per questo, non richiedono le stesse soluzioni. Esistono però luoghi in cui il verde può fare la differenza senza entrare in conflitto con l’uso dello spazio. Anzi, migliorandolo.

È il caso dei grandi viali urbani e dei parcheggi. Ci spostiamo in viale Duca degli Abruzzi, dove nella parte iniziale convivono tratti completamente esposti al sole e altri protetti da filari di alberi. La differenza è evidente ancora prima di osservare i numeri.

Nel tratto assolato la termocamera registra una temperatura media delle superfici di circa 57 gradi, con picchi superiori ai 63 gradi. Bastano pochi passi per entrare nel tratto alberato e l’immagine cambia completamente.

La temperatura media delle superfici osservate dalla termocamera scende intorno ai 24 gradi, con valori massimi poco superiori ai 31 gradi.

È bene ribadirlo ancora una volta: non stiamo misurando la temperatura dell’aria. Ma è inevitabile che un ambiente in cui tutte le superfici sono molto più fresche offra anche un comfort completamente diverso rispetto a uno dominato da asfalto e cemento roventi.

Qui torna il concetto emerso al Parco del Castello. Gli alberi non sono soltanto grandi ombrelli, intercettano una parte della radiazione solare prima che raggiunga il suolo, impediscono alle superfici di accumulare enormi quantità di energia e, attraverso l’evapotraspirazione, sottraggono continuamente calore all’ambiente.

È per questo che un viale alberato non è semplicemente più ombreggiato ma un ambiente diverso. Ed è forse proprio questo il tipo di intervento sul quale le città dovrebbero investire maggiormente. Perché un filare di alberi lungo un grande asse urbano migliora il comfort di migliaia di persone ogni giorno, protegge pedoni e ciclisti, riduce il surriscaldamento delle superfici e contribuisce a mitigare le isole di calore senza sottrarre spazi alla vita pubblica.

L’ultima tappa del nostro percorso, in questo senso, è un grande parcheggio di periferia. Anche questo è uno spazio che L’Aquila conosce bene. Come molte città italiane, è circondata da grandi aree destinate alla sosta, quasi sempre completamente asfaltate e prive di alberature.

Qui il termometro misura circa 58 gradi. È probabilmente l’immagine più rappresentativa dell’isola di calore urbana. Una grande superficie asfaltata funziona come una gigantesca batteria. Per tutta la giornata assorbe energia dal Sole e la immagazzina e, quando il sole tramonta, non si raffredda immediatamente ma cntinua a restituire lentamente quel calore all’ambiente per ore, contribuendo a mantenere elevate le temperature anche durante la sera e la notte. È questo uno dei motivi per cui alcune parti della città rimangono afose molto più a lungo di altre.

Ed è anche il motivo per cui le isole di calore non sono soltanto un disagio delle ore centrali della giornata ma sono un fenomeno che accompagna la città fino a notte fonda. Parcheggi, aree commerciali, zone industriali e molti viali continuano a essere immense distese di asfalto completamente esposte al sole e sono probabilmente questi gli spazi in cui nuove alberature, superfici drenanti, aiuole e materiali più riflettenti possono produrre i benefici maggiori, senza rinunciare alla funzione per cui quei luoghi sono stati progettati.

Alla fine della nostra passeggiata resta soprattutto una sensazione. Il cambiamento climatico viene spesso raccontato come qualcosa di lontano, globale, quasi inevitabile. Il cittadino sa che non è così, persino i negazionisti ormai non negano più il cambiamento come hanno fatto per anni e anni, ma le sue motivazioni. Tutti sembrano aver capito la necessità di città più sostenibili, ma la politica se ne è accorta? Quante volte si parla di ambiente nei cosnsigli comunali? Praticamente mai, perché alberi e animali non votano. All’Aquila nel 2024 è stato approvato un regolamento del verde, che il Comune non aveva e di cui si è finalmente dotato. In consiglio la discussione durò due minuti e mezzo, con zero interventi di maggioranza e minoranza.