di Maria Cattini – “Noi siamo più corrotti della vecchia Democrazia Cristiana… questa è la verità… siamo corrotti… io con voi non voglio avere un cazzo a che fare”: questo è lo sfogo, urlato al telefono con una stretta collaboratrice, che meglio riassume la realtà che emerge dalla lettura delle quattrocento pagine dell’inchiesta su Accord Phoenix, avviata dalla Guardia di Finanza e che ha portato al sequestro preventivo di 5 milioni di euro, con vari avvisi di garanzia tra i quali anche tre dirigenti, presunti responsabili del reato di indebita percezione di contributi statali. Si tratta del direttore di Accord Phoenix, l’ex europarlamentare del Pd, Francesco Baldarelli, dell’ex presidente indiano, Ravi Shankar e dell’ex socio Adelmo Luigi Pezzoni. Il nome dell’autore dello sfogo finito nelle intercettazioni è riportato grossolanamente storpiato, curiosamente solo in questa trascrizione delle tante conversazioni intercettate in mesi di indagini. Senza la registrazione originale, nessuno può quindi verificare con assoluta certezza che a fare una considerazione così grave sia stato proprio quel personaggio che, circa trent’anni fa, per un destino cinico e baro, cominciò la sua carriera politica rendendosi famoso per i continui esposti presentati in Procura contro l’odiata D.C. Rispettiamo quindi quello che forse altro non è che un gesto di grande imbarazzo o estremo pudore da parte degli investigatori nei confronti di una persona che non risulta indagata. È proprio il pudore, infatti, quello che sembra mancare totalmente ai tanti protagonisti di questa triste vicenda. Sarà la magistratura, si spera, a chiarire se siamo davanti a dei veri e propri imbroglioni o alle nefaste conseguenze di faccendieri improvvisati. O semplicemente a degli emeriti pasticcioni che pubblicamente amano rappresentarsi come classe dirigente esperta e competente, pronta a salvarci dalle sciagure dei populismi e poi, al telefono con i loro più stretti collaboratori, raccontano una realtà ben diversa. Ecco perché non sorprende sentirli al telefono dipingersi più come i Blues Brothers in “missione per conto di Dio”, che a degli emissari di Don Vito Corleone.

Il fatto politico, prima ancora di quello penale, risiede infatti nelle innumerevoli dichiarazioni pubbliche di Massimo Cialente e Giovanni Lolli, non indagati ma finiti in numerose intercettazioni, che stridono con la realtà emersa dalle conversazioni telefoniche riservate. Tanto che gli investigatori sembrano convinti che i vertici politici erano a conoscenza almeno di alcune gravi criticità della vicenda Accord Phoenix, anche quando continuavano a dipingersi pubblicamente entusiasti e convinti della bontà dell’operazione industriale. Ma hanno continuato a far finta di niente o a sottovalutare la questione. L’ex Presidente della Regione Abruzzo, Giovanni Lolli, ad esempio, nel corso degli anni ci ha raccontato che i problemi dell’Accord Phoenix erano “tutta colpa di un avverbio”, o che sarebbero stati “creati almeno 120 posti di lavoro”, poi scesi a 80. Nella realtà scarsi 50, alcuni dei quali più vicini alla politica che al campo del riciclo dei rifiuti altamente tossici. Nell’estrema difesa dell’Azienda Accord Phoenix, ben oltre le più ottimistiche dichiarazioni del “compagno Lolli”, sono state le parole dell’ex sindaco dell’Aquila Massimo Cialente contro gli attacchi di alcuni sindacati e delle opposizioni politiche che, secondo l’ex sindaco dell’Aquila, con il loro atteggiamento ostruzionistico e critico, rischiavano di far fuggire “la nuova importante industria”. Non sia mai!

Ecco perché, quando finalmente comincia a prendere atto della realtà, l’ex sindaco dell’Aquila, non indagato, al telefono con la dirigente del personale dell’azienda, ex sua portavoce “abbandonata a se stessa” a gestire una vicenda chiaramente più grande di lei, va su tutte le furie. Paradossalmente, Cialente si lamenta delle assunzioni, fuori delle liste degli ex lavoratori del polo elettronico con la prima assunta dell’Accord Phoenix con una posizione di rilievo e proprio in deroga a quell’elenco di cassaintegrati storici. Sono gli stessi investigatori a definire la Dirigente del Personale sconvolta e provata dalla realtà che le si rivela nel corso della vicenda, sia per la sua inesperienza nel campo, ma anche perché costretta a mediare tra le richieste e le pressioni dei vertici dell’azienda e quelle dei politici locali oltre, sembrerebbe, alle prescrizioni di legge. Insomma, sembrerebbe suo malgrado essere finita in un vero e proprio incubo. Cialente, in particolare, si sente tradito dall’ex europarlamentare del Pd Francesco Baldarelli, socio di minoranza e responsabile dell’esecuzione del progetto dell’Accord Phoenix, che non riesce a tutelare l’impegno sul piano delle assunzioni. Mentre nel frattempo il pittoresco e ambiguo socio indiano Shankar Ravi, interessato principalmente agli aspetti legati ai finanziamenti pubblici e pronto ad abbandonare il prima possibile l’azienda al suo destino, sembra proporre soluzioni da “terzo mondo” riguardo la sicurezza dei lavoratori e dell’ambiente. “L’Italia non è il Marocco”, riferisce di avergli dovuto ricordare lo stesso Baldarelli nel corso di una conversazione. Da tanti colloqui privati, sembra evidente come l’azienda, spacciata pubblicamente come innovativa e che doveva rilanciare l’occupazione e il polo elettronico dell’Aquila, abbia invece rischiato di trasformarlo in una specie di slum di Bombai. Con operai impegnati a maneggiare rifiuti tossici altamente pericolosi, costretti a scegliersi da soli le tute da lavoro davanti alle inadempienze del responsabile preposto, evidentemente inadeguato al compito. Come sembrano esserne ben consapevoli anche i principali supporter politici del piano industriale dell’Accord Phoenix. Ma davanti al procedere clamoroso delle indagini, oggi l’unica preoccupazione dei sindacati sembra essere ancora quella di salvaguardare i livelli occupazionali. Ancora una volta viene da chiedersi: ma ci sono o ci fanno?

Lasciando ai magistrati di verificare la correttezza e la veridicità degli elementi raccolti nelle indagini e le eventuali ripercussioni penali, dagli atti raccolti emerge chiaramente come in nome di una manciata di posti di lavoro, la politica e i sindacati sembrano ancora una volta disposti a tutto. Sembra questo il principale motivo per il quale Accord Phoenix o – come viene descritta in alcune intercettazioni – “la gallina dalle uova d’oro” dove “ognuno deve arrivare per fare le sue cose”, si sia trasformata in un vaso di Pandora, dentro il quale si possono nascondere meschine millanterie o sconvolgenti verità. Perché dentro le carte raccolte dagli investigatori c’è veramente di tutto: da nomi di politici di primo piano del Pd ai loro più stretti collaboratori; dalla inquietante apparizione di personaggi vicini alle cosche, alla inappropriata gestione dello smaltimento dei rifiuti; dal rading finanziario al clientelismo, fino alle ipotesi di vere e proprie truffe; dai nomi di giornalisti fidati (‘amici’) a cineoperatori inconsapevolmente scomodi; e poi sempre più su, fino ad arrivare a misteriose società off shore. Insomma, un concentrato di miseria umana raccontata dalla viva voce degli stessi protagonisti.

In tutto questo marasma di elementi, le indagini degli investigatori, nate dalla pesante ipotesi di infiltrazioni della criminalità organizzata nell’ambito di conseguimenti di contributi pubblici in relazione ai 10 milioni di finanziamento di Invitalia e ad alcune indagini della Dia, si sono concentrate ad accertare principalmente tre aspetti della vicenda: stando alle autorità inquirenti, in primis nessuno dei soggetti appartenenti alla società e coinvolti a vario titolo “aveva la previste ed indispensabili alte professionalità nel settore del riciclo dei rifiuti elettronici e come l’intera organizzazione dell’impianto fosse approssimativa ed improvvisata”; secondo, non solo sarebbe stato disatteso l’impegno all’assunzione dei lavoratori dell’ex polo elettronico dell’Aquila, ma tra i pochi assunti ci sarebbero state persone senza specifiche competenze nel settore se non quelle dei rapporti con i politici locali che, al tempo, erano al governo della città e della regione. Sarebbero state proprio le palesi incompetenze di alcuni di questi dirigenti a creare le prime criticità in ambito della tutela dei lavoratori e del rispetto della normativa sullo stoccaggio e il trattamento di rifiuti particolarmente inquinanti. Infine, secondo le perizie svolte nel corso delle indagini, i macchinari istallati, invece che altamente tecnologici sarebbero risultati obsoleti e il loro reale valore molto inferiore rispetto a quello indicato dal business plan.

Insomma, dal quadro che ne emerge, sembra che l’Accord Phoenix, come l’Aeroporto dei Parchi, non sia stato altro che l’ennesimo ‘pacco’ alla comunità aquilana, nato principalmente per permettere di intercettare dei finanziamenti pubblici da parte di improbabili raider finanziari (“con vestiti bucati e scarpe rotte”, come vengono descritti nelle intercettazioni) e per far gestire, o rivendicare la gestione, di una cinquantina di posti di lavoro da parte dei politici locali.

Finita la festa dei finanziamenti, come sempre tutti a casa. Uno schema ben collaudato e ripetuto all’infinito all’Aquila grazie all’incompetenza, la cialtroneria e l’improvvisazione della classe politica locale. La stessa classe politica che non prova mai vergogna o il minimo pudore ad assicurare pubblicamente i cittadini di rappresentare l’esatto contrario.

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