L’Aquila, “Rivivere il Natale”: il messaggio del Cardinale Petrocchi

di Redazione | 15 Dicembre 2021 @ 12:12 | CREDERE OGGI
omelia
Print Friendly and PDF

L’AQUILA – Il Messaggio del Cardinale Giuseppe Petrocchi, Arcivescovo di L’Aquila, in occasione delle festività natalizie.

“Ancora una volta sentiamo, nell’animo, moltiplicarsi la gioia e aumentare la letizia (cfr. Is 9,2) per l’annuncio del Natale: «Il Verbo si è fatto carne e venne ad abitare in mezzo a noi» (Gv 1,14). 

In questo tempo, segni inquietanti rendono il futuro incerto e problematico; può accadere che pure l’uomo di fede sia scosso da domande insidiose: giorno per giorno siamo chiamati a rendere ragione della nostra fede (cfr. 1Pt 3,15) in un contesto non facile, spesso avverso, e in larga misura indifferente. Ma dobbiamo perseverare, perché «a quanti L’hanno accolto ha dato il potere di diventare figli di Dio» (Gv 1,12). 

Egli è venuto a cercarci, ha scelto di condividere la nostra storia, si è fatto vicino ad ognuno di noi, ma, soprattutto, si è reso “prossimo” a chi soffre e a chi è debole: non nacque in un palazzo, né indossò vesti lussuose, ma fu povero tra i poveri. La Sua visita non è stata breve e occasionale, ma ha inaugurato una appartenenza permanente: rimane con noi sempre, prende dimora nelle nostre vicende e assume in modo definitivo la nostra “cittadinanza” esistenziale. Chi “entra” nel mistero del Natale non si contenta di procurare, nel- la propria vita, “un po’ di posto” a Gesù, ma desidera darGli tutto lo spazio disponibile, e Gli apre la sua “abitazione” interiore prodigandosi perché il Signore vi dimori come ospite stabile. Questo è, nel suo significato autentico, “fare Natale”.
C’è sempre il rischio di chiuderGli la porta dell’anima. Risuona sempre drammatico il monito dell’a- postolo Giovanni: «Egli venne fra la sua gente, ma i suoi non l’han- no accolto» (Gv 1,11). 

Quando la mente e il cuore sono “occupati” da egoismi pervasivi, oggi come “allora”, non c’è po- sto per Lui (cfr. Lc 2,7). Quando gli “spazi” delle nostre relazioni, e degli interessi che ci guidano, sono intasati da atteggiamenti autoreferenziali ed escludenti, allora: 

– non c’è posto per Gesù-Parola;
– non c’è posto per Gesù che si dona nei suoi sacramenti (specie l’eucaristia e la confessione);
– non c’è posto per Gesù nella pre- ghiera;
– non c’è posto per Gesù negli aspetti positivi e nelle ricchezze che possediamo;
– non c’è posto per Gesù nelle difficoltà e negli avvenimenti doloro- si che ci capitano; 

– non c’è posto per Gesù negli al- tri, specie nelle persone bisognose di “prossimità” fraterna;
– non c’è posto per Gesù negli ultimi: i poveri, gli immigrati, gli emarginati. 

Il Suo dono, però, rimane, anche se lo rifiutiamo, perché il Signore è fedele nell’Amore. 

Il Figlio-fatto-uomo ha immesso il divino nell’umano, l’eternità nel tempo, l’assoluto nel limite, la luce nell’ombra. Così ha “depo- sto” nell’esistenza di ciascuno significati straordinari e potenzialità inaudite: Lui è la «luce vera che illumina ogni uomo» (Gv 1,9) e, se diventiamo un “Amen” all’Amo- re riceviamo dalla Sua pienezza grazia su grazia (cfr. Gv 1,16). Bi- sogna convertirsi, ogni giorno, per lasciarsi incontrare da Gesù e imparare così ad incontrare sé stessi e il prossimo. 

Recentemente Papa Francesco ha avviato un “percorso sinodale” che vede impegnata la Chiesa nel vivere rapporti comunionali sempre più allargati e meglio partecipati. Per vivere questa “avventura sinodale” (esigente, ma anche fonte di liete novità) Papa Francesco ci invita a diventare esperti nell’arte dell’incontro, sottolineando che «ogni incontro richiede apertura, coraggio, disponibilità a lasciarsi interpellare dal volto e dalla storia dell’altro. Mentre talvolta preferiamo ripararci in rapporti formali o indossare maschere di circostanza, l’incontro ci cambia e spesso ci suggerisce vie nuove che non pensavamo di percorrere. Tante volte è proprio così che Dio ci indica le strade da seguire, facendoci uscire dal- le nostre abitudini stanche. Tutto cambia quando siamo capaci di incontri veri con Lui e tra di noi. Senza formalismi, senza infingi- menti, senza trucco».1 

L’arte dell’incontro esige libertà di ascoltare e di dirsi; prontezza nell’offrire e ricevere amore; generosità nel dare e chiedere per- dono; disponibilità a condividere ricchezze e a soccorrere povertà; dedizione nell’aprirsi al prossimo per tessere amicizie fraterne. Arte che non si improvvisa: richiede umiltà, tirocinio faticoso e perseverante, sostenuto da forti motivazioni spirituali. 

Il tempo che viviamo spesso non ci aiuta a diventare buoni “artigiani della prossimità”. La moderna tecnologia, infatti, ha moltiplicato le possibilità di attivare “contatti”, ma ha diminuito l’ampiezza di vivere “incontri”. Possiamo connetterci subito e con qualunque parte del mondo, ma spesso queste conversazioni si riducono a scambi di informazione senza creare vera comunicazione. Nel contatto le interazioni non varcano la soglia della esteriorità; mentre nell’incontro ciascuno gioca sé stesso, con benevolenza e nella verità. Questa reciprocità “virtuosa” non è scontata, ma va conquistata ogni volta. Ecco perché nella nostra epoca, in cui i collegamenti telematici sono globali e immediati, registriamo una crescita inquietante del tasso di solitudine. 

In questo “Natale del Sinodo” ci assumiamo l’impegno di fare posto al Signore-che-viene accogliendoLo negli altri, ma stiamo bene attenti a non commettere l’errore di rifiutarLo in noi stessi, perché non ci accettiamo. La misericordia, va usata anche nei nostri confronti, altrimenti non potremo offrirla al prossimo. Se infatti non “ci” vogliamo bene, facendoci cambiare dal Signore che abita in noi, come possiamo amare gli altri o pretendere di essere amati? 

Se non siamo riconciliati con noi stessi (con il nostro passato e con il nostro presente: con quel- lo che siamo e vorremmo non- essere; con quello che non-siamo e avremmo voluto essere), non possiamo diventare costruttori di pace. Se non abbiamo costruito le giuste alleanze “dentro” (“io non sto bene con me”, diceva un giovane) non possiamo aiutare altri a trovare le vie della buona intesa. Nel giudicarci rischiamo di cadere in opposti estremismi: o ci assolviamo, sempre e comunque, o diventiamo censori spietati di noi stessi. Solo accogliendo Gesù possiamo camminare sul delicato crinale dell’auto-valutazione, facendo la verità nella carità, ed evitando così gli opposti precipizi di auto-sentenze sbagliate, per lassismo etico o per scrupolosità moralistica. 

Facciamo dunque Natale nell’ani- ma; impariamo a dire: “mi accetto, anche se non mi piaccio” e “mi impegno a migliorare, nonostante gli errori in cui cado”, perché Gesù viene per incontrare proprio me. In Lui, «pieno di grazia e di verità» (Gv 1,14) mi è data la forza per “fare-esodo” dal me-negativo e camminare, nel “Noi-Chiesa”, verso la piena realizzazione come figlio di Dio (cfr. Gv 1,12). 

Ecco, dunque, due versanti della stessa carità, che ci proponiamo di vivere in questo Natale: fare posto, dentro di noi, a Gesù-che- viene negli altri; portare agli altri Gesù che ha trovato posto in noi. Vale la pena spendersi con generosità sul terreno del sano altruismo, perché ciascuno riceverà nella misura in cui ha dato. In questo orizzonte appare toccante e profetica una riflessione di don Tonino Bello: «Andiamo fino a Betlemme, come i pastori. L’importante è muoversi. E se invece di un dio glorioso, ci imbattiamo nella fragilità di un bambino, non ci venga il dubbio di aver sbaglia- to percorso. Il volto spaurito degli oppressi, la solitudine degli infelici, l’amarezza di tutti gli uomini della Terra, sono il luogo dove Egli continua a vivere in clandestinità. A noi il compito di cercarlo. Mettiamoci in cammino senza paura». 

La pandemia continua ancora a flagellare – speriamo con sempre minore virulenza – la nostra comunità ecclesiale e civile. Occorre mobilitare tutte le risorse umane e cristiane per combattere questa battaglia, che si può vincere solo “insieme”, reclutando sinergie intelligenti e allargate. Esprimo fra- terna vicinanza verso tutti coloro che hanno sofferto e soffrono a causa di questa calamità sanitaria. 

Maria, “Donna del Natale”, Maestra nell’arte dell’incontro con Dio e con gli altri, ci insegni a tra- durre la “sinodalità ecclesiale” in “coesione sociale”, promuovendo la solidarietà fattiva verso coloro che faticano a vivere per ristrettezze di ogni tipo. 

L’umile Vergine di Nazareth, «che sa trasformare una grotta per ani- mali nella casa di Gesù, con alcune povere fasce e una montagna di tenerezza» (EG, n. 286), ci aiuti ad avvicinare ogni situazione – an- che la più difficile e scombinata – con stile evangelico, sapendo che “l’amore è la sola chiave che possa aprire ogni porta” (Otto Betz). A tutti e a ciascuno auguro un santo Natale, nella gioia e nella pace del Signore.”

 


Print Friendly and PDF

TAGS