L’Aquila: retiramenti e lockdown, pass e Usca della grande peste del 1656

di Alessio Ludovici | 05 Dicembre 2021 @ 06:00 | RACCONTANDO
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L’AQUILA – La grande peste del 1656 fece a L’Aquila tra 2mila e 3mila vittime. La cifra è discussa. Ad ogni modo, stando alle fonti ricostruite in un volume dello storico Luigi Lopez, parliamo di due vittime ogni tre sopravvissuti. Sopravvissuti e orgogliosi di esserlo viste le “indicibili manifestazioni di letizia e squilli di giulive trombe” successive scrive il Lopez. Cavalcate, colpi di mortaretto, festini che durarono per giorni, luminarie e fuochi ogni sera in tutte le case e rimbombi di tutte le campane. E c’è pure da comprendere i motivi. Già evitare il morbo o sopravviverci era poco probabile ma la vita in quell’anno e mezzo fu tutt’altro che semplice. 

La peste bussa alle porte della città a fine estate quando i primi casi sono accertati a Bagno e ad Assergi. La città prende subito qualche provvedimento, allontanando i forestieri e le prostitute non aquilane. Quest’ultime però si stabiliscono nel contado “richiamando a se’ gente di ogni risma” e qui la citazione del Lopez è del medico Ciurci uno dei protagonisti dell’emergenza. Le altre misure erano sostanzialmente la preghiera con l’esposizione del monogramma bernardinano che in molti, visto che l’epidemia sembrava non arrivare, decisero di replicare sulle loro case. 

La peste però arriva e si apre un primo lazzaretto, una sorta di covid hospital, in quel di Pile. Si portano letti e tutto il necessario, a trasportare morti e malati ci pensano i condannati a morte che se resistono nove giorni ottengono la grazia. I morti vengono seppelliti in apposite fosse poco vicino. Il 30 agosto, infine, si va in retiramento, una sorta di lockdown ante litteram per un po’ di giorni, il tempo di tracciare tutti i malati, tracciamento che non funzionerà affatto. Ad ogni modo nessuno può uscire di casa in quei giorni se non in rare eccezioni – comunque muniti di apposito pass – e cioè per fare la spesa e tutte le cose che sappiamo anche noi, e in determinati orari a seconda del Quarto di appartenenza. 

Con il progredire dell’epidemia cominciano i problemi. Il lazzaretto è un totale fallimento. Vi vengono portati non solo i malati ma anche le loro famiglie sicché entrati malati in 20 sono usciti morti in 150. Non va meglio nelle fosse, troppo poco profonde e oggetto delle predazioni di cani, lupi e persino orsi. Successivamente, nel ’57, la città dovrà disseppellire tutti i cadaveri e bruciarli, non senza polemiche. Nel frattempo i seppellimenti si improvvisano un po in tutta la città e in particolare a San Quinziano. 

La città reagisce all’epidemia con nuove processioni. Li proviamo un po’ tutti: Celestino, San Massimo, San Bernardino, Sant’Antonio da Padova, ma non c’è niente da fare. Qualcosa sembra funzionare al convento delle Zitelle alla Misericordia, ma l’effetto è dei peggiori, tutti, malati e non, si presentano lì fuori. Altri assembramenti fuori a San Domenico, per pregare. Ma non solo per pregare. Proprio il Ciurci lamenterà i continui assembramenti degli aquilani. Oltre ad aumentare i crimini per Ciurci non si contano affollamenti, abbracci, untori per dispetto al rivale o i saccheggi dei monatti. L’epidemia procede spedita, complice anche la vendemmia. Per fortuna ci sono tanti che si prodigano in opere pie. E la città si organizza pure, per quanto possibile. Oltre all’Ospedale maggiore, si predispongono in pratica quattro Usca, quattro medici, tra cui proprio Ciurci, con quattro infermieri, divisi per quarti, che operano sul territorio.

Ciurci, indignato, rinuncia anche ai ducati che gli spettano e opera gratuitamente. Un suo collega un po’ più venale morirà subito. Ci sono poi quattro gentiluomini, sempre uno per quarto, che girano distribuendo una sorta di reddito di emergenza ai più bisognosi, per quanto quest’ultimi raramente possano uscire di casa essendo sbarrate da fuori. E’ una delle restrizioni di questa fase dell’epidemia. Nel frattempo un secondo lazzaretto viene aperto alla Rivera, che diventa presto molto meno frequentata quindi. I problemi sono indicibili, la mancanza di legna, di cibo per le porte cittadine chiuse, o dell’acqua per paura o divieto di andare alle fonti. Anche le chiese sono costrette a chiudere e il conforto è portato direttamente per le strade dai più volenterosi religiosi. Nel primo lazzaretto vennero, invece, estratti a sorte. Il lazzaretto comunque non è sufficiente così si apre il famoso Serraglio del Colle di Sassa. Un ghetto di case lasciate libere probabilmente da chi non c’è più. Saranno centinaia le famiglie estinte a fine epidemia. Si riescono quanto meno a svolgere regolari elezioni e si riunisce il consiglio che, come prima strategia elegge all’unanimità, 43 lupini bianchi su 43, un nuovo protettore: San Francesco Saverio. Gesuita, per fortuna. La città si riserva di “perfezionare in seguito tutte le solennità necessarie”. Con San Francesco arrivano infatti i Gesuiti in città e anche grazie al loro contributo si riesce pian piano a piegare la curva epidemica, almeno in città perché fuori le cose andranno più per le lunghe. Il prudente duca di Laurito però non si fida e ordina un nuovo lockdown. Questi coincide con un nuovo picco dei contagi per cui scattano le proteste degli aquilani che chiedono di poter onorare il nuovo protettore. Nel serraglio intanto le cose non andavano peggio, anzi. Tutti venivano pagati. Per quanto divisi tra uomini e donne in appartamenti diversi i convalescenti e futuri guariti in realtà se la spassavano, almeno stando alle lamentele del dottor Ciurci a riguardo.

Con la curva che scende la città procede alle opportune sanificazioni. I vestiti vengono bolliti alla Rivera in quattro grandi caldaie. Tutto ciò che è dentro le case infette viene bruciato. Nelle case svuotate per un’oretta si fa un rogo, soprattutto con il ginepro, e si ristuccano poi le pareti. A maggio anche il Serraglio del Colle di Sassa viene liberato. I reduci vanno prima in ospedale a fare un po’ di quarantena e poi tornano a casa.  E probabilmente anche loro dovranno esibire i noti Fede di Sanità, documenti che attestavano di aver svolto la quarantena. Il Green Pass in pratica.

Finalmente suona il Te Deum in città che annuncia la fine dell’epidemia anche se ci vorrà un po’ per tornare alla normalità, per riaprire il commercio e le porte della città. 

Per L’Aquila la peste del 1656 è un colpo duro, arriva in un momento già decadente della storia cittadina e neanche 50 anni dopo, quando sembra piano piano riprendersi, arriva il sisma del 1703


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