L’Aquila indignata per la sofferenza e la povertà ormai alle porte delle nostre case

E’ giunto il tempo di essere una città inclusiva, per poter diventare ‘Capitale del perdono’

di don Daniele Pinton | 09 Settembre 2020 @ 06:25 | CREDERE OGGI
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L’AQUILA – Sono passati solo pochi giorni dal messaggio, che mi permetto riconoscere irrompente, con il quale il Cardinale Arcivescovo di L’Aquila, Giuseppe Petrocchi, ha concluso la 726a Perdonanza Celestiniana, dove, nell’omelia ha affermato che:

il perdono tiene alta la soglia della sana tolleranza e rappresenta un farmaco che immunizza dalla logica distruttiva della ostilità e dello scontro. L’Aquila deve diventare “Scuola di incontro e di confronto”; laboratorio per attivare percorsi di riconciliazione. In sintesi: è chiamata a diventare, anche sul piano culturale e sociale, la “Capitale del Perdono”.

e poi, in concomitanza con la ‘maratona del Jazz italiano per le terre del sisma‘ che ci ha accompagnato il 5 e 6 settembre, con la presenza di duecento artisti in dieci piazze di L’Aquila, ci siamo trovati, ancora una volta, a vivere un forte individualismo e una divisione etica e morale, di fronte alla sofferenza e povertà di due donne di colore, ‘immortalate’ mentre dormivano per terra davanti alla Fontana Luminosa. Questa triste immagine ha fatto riaffiorare spauracchi, paure e accuse reciproche sui social, su cosa si poteva o si doveva fare ma, soprattutto, si sono cercati colpevoli reali o ideologici per questa presenza ‘scomoda e ingombrante’ socialmente, nella nostra Città che sta rinascendo dopo il sisma del 2009.

Queste due donne, con una meravigliosa bambina, hanno girovagato per la nostra Città, precisamente da giovedì scorso, quando per caso sono state avvistate alla fermata dell’Hotel Amiternum, soprattutto perché non era passata inosservata la presenza della piccola, con i capelli arruffati, legata al grembo della mamma.

Domenica mattina, come spesso accade per coloro che chiedono l’elemosina, erano a Piazza Duomo, dove hanno fatto una ‘puntatina’ anche alla ‘Bottega da Marcello’ per una frugale spesa alimentare. Non nascondo che nulla presagiva quello che ho potuto vedere dallo scatto repentino, pubblicato da un amico della nostra Città, Franco Nerilli, il quale ci ha abituato non solo a vedere come era L’Aquila prima del sisma, ma anche come sta diventando ora, attraverso la contemplazione di strade, palazzi e di una comunità che si sta riappropriando del suo Centro storico.

Hanno sostato per ore anche davanti alla Chiesa del Suffragio, per chiedere l’elemosina ai fedeli che uscivano dalle messe domenicali; sono state avvicinate dalle volontarie della Caritas inter-parrocchiale del Centro storico ed è stata portata loro la colazione, come spesso si fa per coloro che sostano chiedendo l’elemosina. Poi, quando ieri è comparsa questa foto sul web, subito ci siamo mobilitati in sinergia con don Dante Di Nardo, direttore della Caritas diocesana, chiedendo aiuto anche ai Vigili urbani, per trovarle e portare loro un aiuto concreto di solidarietà e di accoglienza, ma erano già ripartite.

I commenti e le reazioni sul web, da parte dei politici di vari schieramenti e dei cittadini, sono stati di vario tipo, ma una cosa è certa, come del resto ha ben sottolineato ieri sul Quotidiano ‘Il Messaggero’, il giornalista Stefano Dascoli:

l’unica cosa certa è che in questa storia sembrano perdere davvero tutti: coloro che predicano l’accoglienza civile e magari si spendono anche per essa; coloro che la criticano, perché la sofferenza umana , a volte, davvero sembra superare ogni limite razionale; coloro che polemizzano, perché non si rendono utili alla causa.

Di fronte all’accaduto, credo sia sbagliato cercare di incolpare qualcuno o qualcosa, ma sentirci tutti chiamati in causa perché questo, in futuro, non succeda più. Purtroppo spesso accade, che, come i sacerdoti nel Tempio, ci si strappi le vesti solo di fronte a casi eclatanti e mediatici, che però non sempre suscitano la compassione di tutti e rendono incapace il cuore dell’uomo a fare del bene. La Chiesa, sempre di più, sta cercando di educarci affinché l’attenzione verso chi soffre sia quotidiana e costante nel tempo. Situazioni simili si sono già presentate in passato e ancora si presenteranno in questo tempo della globalizzazione, ma non solo la Caritas diocesana o la Mensa Celestiniana potranno intervenire per risolverle; tutti dobbiamo farci carico e prenderci cura dei sofferenti e dei bisognosi, senza distinzione di razza e colore della pelle, perché un bambino che ha fame, freddo e soffre, vive questi disagi a prescindere dalla nazionalità o dal colore della pelle.

La nostra Città, che ha tanto ricevuto in solidarietà concreta, non solo dall’Italia ma anche dal mondo intero, deve sentirsi chiamata a dinamiche nuove di inclusione e di accoglienza, in cui dobbiamo imparare, di fronte alle sofferenze dell’uomo, a fare un passo indietro nelle nostre posizioni e un passo in avanti in azioni d’amore concreto.

Dobbiamo vivere, sia i cristiani come anche coloro che non lo sono, il senso dell’accoglienza in cui non bisogna girare la faccia dall’altra parte, ma imparare a dare amore e a vivere l’amore e la compassione per tutti i sofferenti e i bisognosi, condividendo con loro il nostro benessere.

Questo è il pensiero che da sempre ci ha trasmesso e testimoniato la Chiesa e che papa Francesco ci ha esortato a vivere come segno distintivo per una nuova testimonianza di evangelizzazione. E’ anche il messaggio a cui, come più volte ha ricordato il nostro Cardinale Arcivescovo, siamo richiamati come aquilani, perché la Città di Celestino V, città della Perdonanza e della misericordia, possa essere luogo d’amore e di testimonianza. Dobbiamo essere uomini e donne redenti, chiamati a portare l’amore di Cristo ai sofferenti, che sono essi stessi ‘carne di Cristo’ che eleva un grido di aiuto, a cui dobbiamo rispondere con amore.

Allora, la nostra Città avrà i requisiti per diventare ‘scuola di incontro e di confronto’ e Città del Perdono.


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