L’Aquila e le chimere di un Prg che si è perso per strada

di Ghino Di Tacco, Brigante italiano

di Redazione | 07 Agosto 2020, @06:08 | GHINO DI TACCO
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L’AQUILA – Il tempo passa a prescindere dalla nostra volontà e, naturalmente, chi amministra le sorti di una città e deve guardare lontano per progettare un futuro migliore, sa che il tempo perduto non si recupera mai. Se non è deciso a tracciare le linee su cui indirizzare lo sviluppo, nella storia della realtà che amministra, sta solo illudendo i propri cittadini ad inseguire chimere.

Uno dei punti dolenti in fatto di scelte politiche, per un amministratore, è da sempre la pianificazione urbanistica. A memoria d’uomo, la città dell’Aquila ricorda il Piano Regolatore Piccinato che finiva la sua storia con il nuovo Prg degli anni ’70, la cui redazione fu affidata al Gruppo T.E.A.

Erano gli anni delle amministrazioni di centro sinistra con la Dc, il Psi, il Pri, il Psdi. Quel Piano non fu mai approvato e dello stesso rimangono solo il Peep ed il Paap, due strumenti urbanistici che nel ’79 furono approvati dalla Regione Abruzzo. Da allora, ogni amministrazione che si è succeduta si è sempre posta la necessità di una revisione del Prg, senza mai riuscire a concludere il percorso per ultimare l’opera. A ben pensare, nel mondo, i cambiamenti radicali sono stati, e lo sono tuttora, improntati ad una rapidità evolutiva che non è sincronizzata con lo scorrere del tempo e i ritardi dovuti alla burocrazia; ogni scelta rimandata equivale ad anni ed anni di ritardo dello sviluppo e dell’adeguamento delle città alle esigenze del cambiamento.

Così, la Città dell’Aquila continua ad aspettare il suo nuovo Prg;  manca poco, ormai, per  celebrare il cinquantennale dell’assenza di un così importante strumento di Pianificazione. Ciò che ha caratterizzato, a cadenza quinquennale, l’intero iter è il susseguirsi degli incarichi professionali a seconda del colore delle amministrazioni che si sono alternate al governo del capoluogo. Le parcelle ‘salate’ dei più eterogenei consulenti erano rivendicate dai vari gruppi politici, senza però che la loro produttività abbia partorito alcunché.

Una riflessione su tutte merita il fatto che non esiste, tutt’oggi, un’idea per la Città ed il suo territorio,. Elemento ancora più grave è che l’annus horribilis, il 2009 del terremoto, avrebbe dovuto imporre la necessità di un un chiaro disegno per la Ricostruzione. Lo sviluppo della città non può essere demandato stancamente e in modo miope al solo concetto del “rivogliamo L’Aquila com’era e dov’era”. La Politica avrebbe dovuto operare una scelta, quella sì, importante e indispensabile per lo sviluppo futuro: indicare la vocazione che una città come L’Aquila, storica, interna all’Appennino, crocevia tra due mari, ma anche in profonda crisi economica, di voleva dare all’indomani di una tragedia come il terremoto che poteva diventare, però, anche volano per una ricostruzione economica e sociale.

L’identità cittadina ridefinita sì all’interno delle mura e delle frazioni ma con un obiettivo più alto, quello della riqualificazione di un comprensorio di più ampio respiro, in raccordo ed in sintonia con i sindaci dei comuni limitrofi, in una vera rinascita della città-territorio. Immaginare, per esempio, di produrre uno strumento di programmazione che non si limitasse solo all’individuazione dei siti edificabili o ai terreni da espropriare per la collocazione dei nuovi quartieri-dormitorio, ma che individuasse un progetto sulla mobilità inter-comprensoriale, oltre che provinciale, regionale ed extra regionale. Insomma uno strumento necessario di pianificazione a medio e lungo termine su cui impostare il futuro di un territorio da ridisegnare in toto sotto il profilo delle dinamiche sociali, politiche ed economiche.

L’infinita attesa per una eterna incompiuta può diventare, allora, uno strumento di potere da esercitare indiscriminatamente per fare gli interessi di pochissimi piuttosto che quelli della collettività?

Il dubbio è forte. Come mai quando si mette mano alle varianti al Prg, queste diventano possibili solo in alcuni specifici casi?

Non si vuole qui sparare nel mucchio ma l’indecisione, i tempi biblici e la mancanza di un disegno complessivo condiviso, lasciano il campo alle libere interpretazioni e alle malignità.

Verso la fine degli anni ’90, grande risalto assunse la realizzazione del progetto della Metropolitana di superficie, prima opera infrastrutturale strategica dopo la realizzazione dell’autostrada e del traforo del Gran Sasso. Di quel progetto, ambizioso per l’epoca, rimangono purtroppo solo i segni decadenti, ormai intollerabili, delle rotaie sulle strade cittadine, ancora causa di incidenti che il Comune è costretto a sobbarcarsi e il contenzioso senza fine con la ditta appaltatrice.

Senza un nuovo Prg continuano a non essere normate aree vincolate con destinazioni urbanistiche improponibili e sul Peep, piano per l’edilizia economica e popolare, si va avanti ancora con l’attuazione dell’art. 51 della legge 865 del 1971.

L’attuale amministrazione al governo della Città era partita lasciando ben sperare, soprattutto per l’adozione di un nuovo strumento urbanistico. Ma niente, proprio non se ne  esce. Oggi, di nuovo, tutto in alto mare e, con una maggioranza in crisi, cresce la preoccupazione dei cittadini. I dubbi sul futuro della città sono tanti e l’immobilismo rispetto a una visione urbanistica del territorio non fa altro che alimentare questo stato di perenne equilibrismo. “Le città come i sogni sono costruite di desideri e di paure.” diceva Calvino. All’Aquila, oggi  prevalgono le ultime.


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