L’Aquila, la grande malata: dietro lo spostamento della sede di Confindustria Abruzzo, una lunga crisi d’identità

di Flavio Colacito – giornalista e docente

di Redazione | 17 Febbraio 2024 @ 05:00 | RACCONTANDO
CONFINDUSTRIA Abruzzo
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In questi giorni sta tenendo banco, in piena campagna elettorale, la questione riguardante la modifica statutaria di Confindustria Abruzzo, con conseguente trasferimento della sede centrale e legale dell’associazione di categoria, dall’Aquila a Pescara.

Tutto il mondo politico cittadino, bipartisan, si è unito contro quello che viene definito un vero e proprio scippo, da Fratelli d’Italia al Pd, compreso il Movimento 5 Stelle, reso ancora più evidente dall’intervento dell’ex sindaco dell’Aquila Massimo Cialente (Pd) che evidenzia il mancato senso di orgoglio e lotta di molti aquilani, contrariamente alla vivacità di altri che negli anni ’70 hanno fatto la storia della città per la scelta del capoluogo.

In realtà la situazione, se la si volesse vedere con obiettività, va inquadrata in un immobilismo generale che da alcuni decenni attanaglia L’Aquila e il suo comprensorio, certamente aggravato dal post sisma 2009 e 2016, ma presente già prima, nel tessuto socio-economico di un’area depressa perennemente in combutta con la politica “forte” della costa, ma anche di una fetta consistente dell’Abruzzo che non si è mai riconosciuta nella città quale rappresentante dell’intero territorio.

Questo sentimento stride da sempre con l’immagine di Pescara quale centro nevralgico degli interessi regionali, in primis commerciali, favoriti dalla posizione geografica mediana sulla fascia adriatica, baricentrica per i trasporti, dinamica rispetto alle sfide della realtà in rapido mutamento, oggi attenta a riscoprire cultura e spettacolo, con importanti sedi regionali che, se la situazione fosse normale, dovrebbero stare tutte nel capoluogo di regione, a cominciare dagli assessorati, per finire con le segreterie di partito: tutti sappiamo, però, che così non è, certamente non da adesso.

Quelli che comunemente vengono definiti “scippi”, fanno parte a ben riflettere di un modus operandi che da tempo immemorabile è sintomatico di una strategia precisa di definire L’Aquila capoluogo di regione: uno scatolone da svuotare, non subito, con calma alla prima occasione, magari approfittando del terremoto, della logistica, oppure facendo appello alla mancanza di una rete di trasporti efficace ed efficiente.

Se si fa un passo indietro, molti si saranno chiesti perché non si è mai fatto nulla per potenziare lo scalo ferroviario aquilano attraverso un collegamento diretto e degno di nota con Pescara, senza passare per Sulmona, al mancato sfruttamento della vicinanza con Roma: il fantomatico tavolo programmatico della tratta L’Aquila-Tagliacozzo, di fatto un ipotetico contentino subalterno al ben più corposo progetto Pescara-Roma, tirato in ballo dopo le polemiche sull’esclusione della città capoluogo da ogni tipo di beneficio.

La politica aquilana ha dimostrato in troppe occasioni di non essere coesa nel difendere le ragioni della città e del suo territorio, facendole valere senza indugi o scaramucce interne, prestando di fatto il fianco al “nemico”: il caso su quale dovesse essere la sede dell’Abruzzo Film Commission, anche se si è risolto a favore dell’Aquila, è una chiara manifestazione di come la stessa non venga rispettata, facendo fatica ad assumere un ruolo di leadership riconosciuto unanimemente perfino nella cultura, tanto da far rivendicare la sede non solo a Pescara.

Le spoliazioni aquilane sono l’emblema di una città che appare politicamente arresa rispetto al suo destino, nonostante alcuni buoni propositi che finiscono per essere messi inesorabilmente in secondo piano: si pensi alla resilienza dimostrata dagli aquilani che hanno saputo e voluto rialzarsi dopo il sisma tra mille difficoltà, in un centro storico semidistrutto, tra mille incertezze, dubbi e perplessità.

Questa volontà c’è stata e sarebbe ingeneroso e pericoloso non tenerne conto e memoria, considerando che la paventata diaspora post-sisma è stata alla fine contenuta.

Gli attacchi la città li ha dovuti subire anche dall’alto: il famoso spostamento della soprintendenza deciso dal Ministero, oppure il caso MISE dopo la tragedia del terremoto con la sede staccata a Pescara, il genio civile passato al settore pescarese dei trasporti, segno inequivocabile della debolezza d’immagine a vantaggio della preminenza del capoluogo adriatico quale crocevia di eventi e possibilità, anche sul piano giuridico quando si ripropone la questione dello spostamento della Corte d’Appello, visto che ci sono spazi per poterla ospitare in riva al mare.

Quale dovesse essere il destino effettivo della vicenda Confindustria Abruzzo, appare certo che mai come oggi L’Aquila si trovi a dovere difendere il suo futuro, messo a dura prova da eventi sismici, crisi economica, pandemia, bassa natalità e spopolamento delle aree interne e dei piccoli centri in essi ricadenti, mancanza di strutture ricettive, un surplus di immobili sfitti, di locali commerciali vuoti, con prezzi di mercato non appetibili.

Da molto si parla di un ampliamento dell’aeroporto d’Abruzzo per farlo diventare uno scalo internazionale, come fa notare il presidente Marco Marsilio, tuttavia non si riesce ancora a capire lo scalo aquilano che destinazione finale avrà o dovrebbe avere, se non attraverso generali indicazioni che lo indicherebbero a servizio della Protezione Civile, nonostante le potenzialità strategiche per renderlo un polo centrale nella prevenzione degli incendi per tutta l’Italia centrale, con uomini, mezzi, forza lavoro: un’occasione d’oro per aumentare il prestigio dell’intero comprensorio.

Sono anni difficili, di crisi profonda d’identità, senza spazi culturali come l’agognato teatro, di edicole che chiudono, una rete autostradale cara e anacronistica, cose che concorrono a indebolire l’immagine di una città che ha bisogno di un riscatto che possa intercettare la realtà multiforme del nostro presente, rompendo l’isolamento che si è profilato all’orizzonte per non essere stati capaci di disegnare concretamente il capoluogo vero, quello che è mancato nella mente di chi si è susseguito nelle vicende alterne della vita amministrativa di una città che un tempo era seconda solo a Napoli.


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