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L’Aquila: dal centrodestra oltre 2.000 voti al No, e anche i nuovi elettori premiano il fronte opposto

centrodestra l’aquila
Il centrodestra scende a 17.461 (-1.163), mentre il No sale a 19.170 (+2.484) rispetto ai voti del centrosinistra alle regionali. Nel frattempo i votanti aumentano di 1.629 unità. Ecco come sono andate le cose

L’AQUILA – Si dirà che non si possono sommare le mele con le pere. Ma i voti, checché se ne dica in tv, sono sempre quelli: quando si scende a livello sezionale le cose raccontano altro. I voti cambiano nel tempo, certo, ma restano un riferimento comparabile dentro trend o lenti scostamenti. Per questo il confronto, con tutte le cautele del caso, ha senso.

Il punto di partenza sono le regionali del 2024, l’elezione più vicina e che già aveva segnato un’erosione del consenso del centrodestra anche se nascosta dalla netta vittoria complessiva. Il centrodestra allora raccoglieva in città 18.624 voti, il centrosinistra 16.686. Oggi il quadro si ribalta: il centrodestra scende a 17.461 (-1.163), mentre il No sale a 19.170 (+2.484) rispetto ai voti del centrosinistra alle regionali. Nel frattempo i votanti aumentano di 1.629 unità.

Qui sta il nodo. Assumendo che una buona fetta dei nuovi votanti abbia scelto il No – ipotesi plausibile alla luce dei flussi nazionali – una parte consistente della crescita del centrosinistra si spiega con la maggiore partecipazione. Ma non tutta. Anche nell’ipotesi più favorevole al Sì, cioè attribuendo tutti i nuovi votanti al No, restano comunque almeno 855 voti che devono matematicamente provenire da elettori già esistenti.

Il travaso, dunque, è certo. E 855 è solo il minimo.

Per capire la dimensione reale del fenomeno bisogna guardare dentro il voto del Sì. Perché lì non c’è solo il centrodestra. C’è anche una quota rilevante dell’elettorato di Azione e Italia Viva che alle regionali stava nel campo opposto. Se si assume, sulla base dei flussi nazionali, che circa il 65 per cento di quel bacino abbia votato Sì, allora il dato va depurato: una parte dei 17.461 voti del Sì non appartiene al centrodestra originario.

E a quel punto il conto cambia. Perché i 1.163 voti persi dal centrodestra puro non bastano più a spiegare il fenomeno. Tolta la quota centrista, i voti del centrodestra storico rimasti nel Sì sono meno. E quindi quelli finiti sul No sono necessariamente di più.

La stima, incrociando i dati, è che siano oltre duemila gli elettori che alle regionali avevano scelto il centrodestra e che stavolta hanno votato No. Una bocciatura pesante da parte di una fetta del proprio elettorato. Meno rilevanti, sul piano complessivo, i flussi degli altri partiti.

Scendendo più nel dettaglio territoriale, a trainare il No sono soprattutto le aree tradizionalmente più forti del centrosinistra, già segnalate in crescita nelle ultime tornate. In particolare le periferie urbane, che hanno premiato in modo netto il No: da Pettino a Santa Barbara, e poi Cansatessa, Torretta, Valle Pretara, San Sisto, Gignano e Sant’Elia, Torrione, Pile, San Francesco sembrano ormai aver consolidato, nel silenzio delle ultime tornate elettorali, una dinamica chiara e in crescita.

Accanto a queste, il No vince in centro storico e recupera terreno anche in diverse frazioni conquistando nuovi spazi come a Santa Rufina o a San Gregorio dove si segnala la vittoria del No. Un’espansione che non si limita ai bastioni tradizionali, ma si allarga e si consolida.

Il quadro è quindi doppio. Il No cresce perché intercetta una parte significativa dei nuovi votanti. Ma cresce soprattutto perché entra in profondità nel campo avverso. È questa combinazione – non solo la mobilitazione nuova ma il travaso – a spiegare la portata della sconfitta del centrodestra aquilano in un contesto provinciale ancora nettamente favorevole al centrodestra. Per il centrosinistra il bacino potenziale si dimostra molto più alto del potenziale percepito negli ultimi anni, a patto di superare steccati tradizionali e aver la capacità di parlare con tutti come fatto in questa campagna dai comitati impegnati nel referendum.