L’Aquila assediata dalla virtualità

di Redazione | 11 Novembre 2010 @ 00:00 | EDITORIALI
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Molti visitatori, venuti da lontano, per rivedere una città che hanno tanto amato, sono rimasti sorpresi, sbalorditi, attoniti al cospetto di uno spettacolo devastante. Le macerie accumulate sono rimaste immobili, quasi per far fede al motto della città “Immota manet”. Sono ripartiti desolati, disillusi e con l’animo inquieto. Ho potuto capire il perché di tanta desolazione. Erano informati di tutto, fin dai primi interventi post sisma. Conoscevano nei minimi particolari i tentativi di speculazione sulle macerie. Nauseati, hanno preferito non parlare dell’incivile arrembaggio di alcuni speculatori sui disastri del terremoto. Hanno toccato con mano anche l’irrazionale distribuzione di sostanze da parte di una delle più grosse associazioni umanitarie, che ha consentito l’accaparramento di viveri da parte di spregiudicati, senza il minimo controllo sulla consistenza dei nuclei familiari e senza la minima verifica della destinazione delle cospicue derrate prelevate indiscriminatamente. Malgrado la pubblica denuncia fatta sui quotidiani locali, nessuno ha mosso una paglia per arginare il fenomeno, che ha continuato ad imperversare fino alla chiusura del campo base.

Con il cessare del periodo dell’emergenza, fortunatamente, questi sconci si sono estinti, anche se potevano essere evitati sul nascere. Avremmo dato un esempio di civiltà più decente e costruttivo.

L’ombra di certi fantasmi, che si erano avventati sulle rovine della città più importante d’Abruzzo, aleggia sempre sulle case abbandonate, nell’oscurità che avvolge ancora oggi il centro storico dell’Aquila.

Non ho mai creduto ai fantasmi perché risultano impercettibili, piuttosto credo ai “demoni” in senso lato. Questi elementi, infatti, sono quasi sempre individuabili ed individuati, perché preferiscono indossare gli abiti del demonio e, “quando il demonio si traveste gli spuntano la coda, gli zoccoli e le corna”. Le finzioni, di solito, non sono mai perfette. Se un malvagio si finge buono, qualcosa della sua malvagità affiora quasi sempre dalle sue azioni e dalle sue parole. Nella novellistica popolare di solito il demonio non riesce mai a nascondere la coda, le corna o gli zoccoli di caprone. È quello che è avvenuto, sta avvenendo ed avverrà nei prossimi giorni. Le orme degli zoccoli sono talmente evidenti da restare fisse e indelebili nella triste storia della ricostruzione della città martoriata dal terremoto. Un terremoto non soltanto fisico, ma, anche e soprattutto, morale, civile, sociale e, perché no, anche politico.

Sì. Proprio così. Politico. È proprio quest’ultimo aspetto, quello politico, che sta lasciando scorie e macerie ancora più povere e deprimenti di quelle dei crolli.

Una trama trasversale, condotta magistralmente dall’ex stratega e “faraone” della protezione civile, Bertolaso, che, non potendo attribuire al commissario Chiodi libere e disinvolte manovre, ha pensato bene di interporre tra Chiodi e Cialente un altro vice commissario, capace di far pendere l’ago della bilancia dalla parte delle scelte che il Commissario avrebbe dovuto “eseguire” come “compito a casa”, dopo le lezioni assunte presso la protezione civile. Una figura quasi ignota nelle vesti di vice commissario alla ricostruzione. Infatti, nel suo curriculum non si rinvengono incarichi del genere. Mentre, è preceduto negli ambienti della pubblica amministrazione da un bigliettino da visita, appariscente, ma non troppo brillante: la poco accorta gestione della fondazione della Perdonanza Celestiniana. Un vero e proprio cancro che ha colpito una buona istituzione locale, le cui metastasi debitorie vagano ancora tra i molteplici bilanci comunali con l’appellativo di “debiti fuori bilancio”. Si evidenziano anche nel contesto della ricostruzione le impronte degli zoccoli del diavolo della “camorra”. È proprio di questi giorni la notizia del sequestro di beni e società fantasma per l’accaparramento di eventuali appalti che ha visto impegnata anche la magistratura aquilana.

Proprio ieri sera, inoltre, il presidente del Lions Club cittadino, in una conferenza organizzata per cercare di fare chiarezza sui criteri della ricostruzione, ha posto in bella evidenza la miriade di Enti, organizzazioni, associazioni istituzionali e non che gravano attorno al pianeta della ricostruzione. Un organigramma che ha raggiunto una vertiginosa espansione, con una consistenza di oltre cento professionalità, più o meno qualificate. Una spesa enorme, ingiustificabile, spropositata, in aggiunta a quella dei vice commissari, dei garanti, dei saggi, degli assistenti e così via dicendo.

Nel porgere i saluti agli intervenuti, il Commissario Chiodi ha voluto leggermente mitigare l’affermazione pronunciata qualche giorno prima a proposito dei tempi della ricostruzione. Infatti, aveva asserito che nel Friuli i lavori erano partiti quattro anni dopo il sisma, mentre da noi stanno partendo solamente dopo due anni. Ieri sera, però, ha fatto capire, a chiare note, che potranno partire solamente quei lavori di interesse pubblico con finanziamenti provenienti al di fuori del bilancio statale. Anche in questa circostanza, il paragone con il Friuli risulta alquanto scomodo. È vero che nella regione veneta i lavori della vera e propria ricostruzione partirono dopo circa quattro anni. È altrettanto vero, però, che i friulani, in quattro anni, non sono stati con le mani in mano. Hanno elaborato un progetto di programmazione serio, completo, esecutivo ed aderente alla realtà dei fatti, premiando la prioritaria ricostruzione delle attività produttive, alle quali era legata la ricomposizione del tessuto sociale e la capacità contributiva fiscale. Poi la ricostruzione delle abitazioni private, alle quali seguì quella degli immobili di uso pubblico e, infine, la ricostruzione delle Chiese. Noi, guarda caso, ancora una volta, abbiamo invertito le posizioni, privilegiando le attività improduttive a tutto danno della ripresa delle attività economiche e sociali. Forse, sarà la nostra sorte o la nostra prerogativa. Tutto ciò mi porta a pensare che il diavolo ci abbia messo ancora la coda. Quella coda che tende ad imbrogliare le carte, i movimenti, le azioni di tutti i soloni addetti alla ricostruzione dell’Aquila che, guarda caso, per quanti sono non riescono neppure a dialogare tra loro. Manca la regia. Manca il coordinamento di un commissario capace di mettere a tacere i tanti “galli” nel pollaio e ad indicare le linee programmatiche sulle quali occorrerebbe muoversi. Eppure, ripeto le testuali parole di Chiodi, i Comuni del cratere hanno dato una evidente prova di democrazia, di razionalità, di collaborazione attiva, riunendosi in otto gruppi omogenei, anche se di diverso indirizzo politico. Una vera e propria lezione di vita amministrativa e politica, con una visione aperta a 360 gradi. Lo stesso esempio potrebbe essere seguito dal commissario Chiodi, riunendo in pochi gruppi i cento e più super esperti nazionali, ammesso che servano tutti. Almeno i cittadini saprebbero con chi dialogare, anziché essere sbattuti da un polo all’altro della città, vessati, confusi ed imbrogliati e, oltretutto, senza concludere nulla di positivo.

Intanto, la coda del diavolo serpeggia incontrastata tra tutti i meandri dell’alta burocrazia, di cui tanto si vanta il commissario, tessendo trame oscure e facendo serpeggiare allusioni e ammiccamenti circa la possibile defenestrazione di elementi, ormai scomodi, posti a capo delle varie strutture della ricostruzione. Non sembra esente da queste bordate neppure il commissario, mi auguro che la diceria non risponda a verità; sta di fatto, però, che i neo acquisti, di recente nomina o chi per loro, stanno facendo circolare la voce di una possibile e forte organizzazione del proprio ufficio, dotato almeno di quindici unità, dal momento che, nell’immediato futuro, forse, saranno investiti dall’accentramento dei poteri della ricostruzione cittadina.

Intanto, si parla sempre meno della legge per l’istituzione della “zona franca”, della possibile e sicura copertura finanziaria della medesima e della certezza e razionale stesura delle norme che dovrebbero codificare la ricostruzione e l’uso corretto delle sostanze finanziarie.

Se dovessero rispondere a verità le illazioni che attualmente circolano intorno alla funzionalità, all’efficienza ed all’efficacia della pletorica struttura della ricostruzione dell’Aquila, sarei portata a credere che veramente la città potrà essere nel tempo, solo ed esclusivamente, un vero e proprio “sito archeologico”, all’interno del quale, in bella vista, potrebbero spiccare le strutture di ricostruzione, il Commissario, il vice commissario, il Governo, la Regione, gli Enti Locali e tutti coloro che, investiti di cariche politiche pubbliche, hanno contribuito fattivamente ad accumulare tante, ma tante, deplorevole macerie di virtuale “saccenza” e di palpabile e diffusa inefficienza.

di Maria Cattini
[tratto da Gli Editoriali del Direttore – IlCapoluogo.it]


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