L’Aquila, anche nel 1529 c’era l’autocertificazione, il “bullectino”

L'epidemia di peste nel capoluogo abruzzese

di Redazione | 28 Marzo 2020, @02:03 | RACCONTANDO
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In tempi di pandemia è interessante ricordare come nella storia le vicissitudini legate alle emergenze sanitarie si ripropongano, anche se in forme e modalità diverse.

Nello studio “Epidemie e politica sanitaria nell’Abruzzo aquilano tra i secc. XIV-XVI” pubblicato sul Bullettino della Deputazione Abruzzese di Storia Patria (2018) a firma della prof.ssa Maria Rita Berardi*, compare, nel 1529, il certificato, quella che per noi oggi è l’autocertificazione: “nessun uomo del contado, contadino, può entrare in città sia se munito di un bullectino, cioè di un  certificato sanitario di stato in salute, sia se non”. Ma non solo, anche il monitoraggio con “la geografia dei luoghi“, e “i casi sospetti saranno isolati in edifici extra civitatetem, ma saranno distribuiti e/o ospedalizzati secondo il quartiere in cui abitano“. Per finire “due porte di Paganica e Rivera resteranno chiuse, secondo l’ordine del capitano regio, invece resteranno aperte le porte di Bazzano e di Barete ma munite di guardiani; riguardo l’uscire dei cittadini con la loro famiglia per il sospetto di peste, i Signori della Camera insieme con il capitano regio redigeranno un bando di divieto di lasciare la città fino a nuovo ordine deliberato dal consiglio cittadino“. Altri riferimenti sono quelli legati alla crisi economica generata dall’epidemia e alle misure da attuare per la riprese sociale. “La paura della trasmissione per via aerea manda in isolamento e sotto stretta osservazione i malati: il potere politico cerca di non cedere al panico, ma vigila e fa il punto su una possibile strategia di prevenzione. L’epidemia può pesare sull’economia, il rischio recessione è forte, c’è bisogno di molti soldi per il mantenimento degli infetti, la forte preoccupazione di non poter riscuotere le entrate finanziarie e, essere insolventi nei confronti del regio fisco, diventa reale problema».

Ne riportiamo uno stralcio rimandando la lettura completa dello scritto in allegato:

Che se caveno fora della Cita li infecti et suspecti: i provvedimenti per la segregazione dei sospetti di contagio e la geografia dei luoghi comuni

Nuove misure di prevenzione vengono adottate nel Cinquecento, come testimonia l’ emergenza sanitaria  di un’ epidemia di peste registrata nel libro delle delibere degli anni 1528 novembre 23-1530 gennaio 29. Il potere politico regio, impersonato nella figura del rappresentante in città, il capitano, e il potere aquilano agiscono, come nei secoli precedenti, insieme al fine di arginare il diffondersi del contagio. Le preoccupazioni  che emergono riguardano principalmente l’individuare la geografia dei ricoveri precauzionali per le persone messe in quarantena e la necessità di reperire molti denari per il mantenimento degli infetti. La novità cinquecentesca è che i casi sospetti saranno isolati in edifici extra civitatetem, ma saranno distribuiti e/o ospedalizzati secondo il quartiere in cui abitano.

Il 19 novembre 1529 si riunisce il consiglio e viene proposto un unico ordine del giorno: se si devono portare fuori dalle mura della città coloro che sono stati infettati o sono sospetti di essere stati contagiati dalla peste. E’l’autorità regia, rappresentata dal giudice Bernardino di Tocco, insieme con il potere locale, i Signori della Camera, che propongono il quesito: adottare misure ottimali di controllo sulla salute pubblica con precauzioni sanitarie. Alla riunione partecipano molti cittadini e fra questi prendono la parola diciannove consiglieri: quasi tutti sono del parere che le porte della città devono essere chiuse e riguardo il controllo e/o chiusura e/o apertura,  sono del parere che vi deve provvedere il capitano regio.

Il primo ad intervenire è Fabrizio Alfieri, sindaco della città, il quale è del parere che gli infetti e i sospetti, e fra quest’ultimi, egli puntualizza, si devono annoverare anche coloro che hanno praticato, cioè hanno avuto qualsiasi tipo di contatto con gli ammalati, con li amorbati, i quali siano portati fuori dalle mura cittadine. Riguardo una possibile strategia di prevenzione, propone la geografia dei luoghi comuni; le persone messe in quarantena, secondo il luogo dove abitano nei quattro quartieri aquilani, saranno ricoverati: gli abitanti di S. Maria Paganica a S. Onofrio  o a S. Antonio; quelli di S. Giorgio a S. Giovanni o in un altro luogo proposto dai Signori della Camera; quelli di S. Pietro a S. Maria della Gratia e S. Sisto; quelli di S. Giovanni a S. Lorenzo. Riguardo gli infetti e i sospetti, coloro che avessero le possibilità di andare in altro luogo fuori della città, egli suggerisce che si possano recare dove vogliono, ma per il mantenimento vi devono provvedere i parenti e la città solo per il necessario.

Di diverso parere è il consigliere Santo di Matarazo, perché fa una netta distinzione tra coloro la cui malattia è accertata e manifesta, e questi dovranno essere portati fuori dalla città perché infetti, e i sospettati che invece devono essere rinchiusi, serrati, in casa con le porte chiodate, et chiovarli, fin a quando non verrà meno il sospetto. Riguardo i luoghi comuni dove condurli, propone la votazione segreta, ad cartucce, mentre sul tema assistenza suggerisce che chi ha le possibilità economiche siano i parenti a provvedere, chi non le ha, intervenga la città.

Un professionista del diritto, il notaio Giovanfrancesco Paragrano, propone norme differenti: gli infetti e i sospetti, portati fuori le mura, devono essere tenuti separati nei luoghi comuni, e qui, però, coloro che hanno le possibilità economiche non devono andare, e circa la loro ricchezza, la congruità, sarà giudicata dal potere politico; agli infetti deve provvedere il pubblico, ma essendo poche le risorse, suggerisce che alcune persone si devono mandare per le terre a chiedere l’elemosina. Il notaio  è l’unico consigliere che dà precise disposizioni sulle porte, la sua professione, e presumibilmente il ruolo che ha svolto come notaio dei capitoli, fa sì che egli suggerisca che solo due porte dovessero restare aperte, e sui nomi si rimette al parere del potere regio, ma con decisione dichiara che dei guardiani devono essere posti a custodia, uno o due della città, che non devono percepire un compenso e cambiati ogni giorno, ma devono essere assistiti da un uomo armato del capitano regio, pagato, perché potrebbero insorgere dimostrazioni da parte di coloro che non vorranno obbedire agli ordini: nessun uomo del contado, contadino, può entrare in città sia se munito di un bullectino, cioè di un  certificato sanitario di stato in salute, sia se non. Infine il professionista suggerisce, ma si rimette al parere dell’autorità regia, che nelle case di coloro che saranno portati nei luoghi comuni si potrebbe mettere a guardia una persona. 

Altri sedici consiglieri prendono la parola: tutti si rimettono a quanto detto dall’Alfieri e dal notaio Paragrano, ma  insistono che i malati sospetti se reserreno et chiodono in casa fino a quando sia chiarita la malattia e solo il mercante Santo Capruccia è del parere che si annotino tutti i beni dei malati.

Nella stessa giornata, dopo un’attenta valutazione e dopo aver preso atto delle difficoltà logistiche da affrantare, si delibera che: coloro che si sospetta abbiano contratto il morbo siano serrati e chiusi in casa, ma controllati con guardie; gli infetti, invece,  abitanti nel quartiere di S. Maria Paganica si mandino a S. Onofrio  o vero ad Sancto Antonio; quelli di S. Giorgio a S. Giovanni  fora della cità; quelli di S. Pietro a S. Maria della Gratia e S. Sisto; quelli di S. Giovanni a S. Lorenzo; coloro che volessero recarsi in altri luoghi lo possono fare, ma non nei luoghi comuni; ai poveri provvederà il pubblico, ai ricchi, i potenti, i parenti; per sopperire ai bisogni di tutti gli infetti si mandano più persone per le terre a chiedere elemosina; che riguardo le porte della città solo due resteranno aperte, e quali sarà a discrezione del capitano regio,  e controllate da un milite della curia capitanale, che percepirà il salario, gratis invece uno o due uomini nominati dalla città; gli uomini dei castelli provenienti dai luoghi non infetti potranno entrare in città anche senza bollectino,  a differenza di coloro che verranno dai luoghi sospetti che non potranno entrare né con attestato né senza e coloro che disobbediranno saranno rinchiusi in casa e controllati da una guardia.

Il controllo delle disposizione deliberate è rimesso dal potere politico aquilano al funzionario del potere regio in città il quale ordina che si chiudano le due porte di Paganica e della Rivera, ma la disposizione regia viene posta all’ordine del giorno della seduta consiliare del 23 novembre per essere ratificata[2]. Altro ordine del giorno riguarda la fuga degli aquilani dalla città per paura della peste: si pone il problema di arginare il fenomeno affinché nisuno habia ad uscire fora con famellia. L’ emergenza sanitaria è testimoniata nella delibera comunale: le due porte di Paganica e Rivera resteranno chiuse, secondo l’ordine del capitano regio, invece resteranno aperte le porte di Bazzano e di Barete ma munite di guardiani; riguardo l’uscire dei cittadini con la loro famiglia per il sospetto di peste, i Signori della Camera insieme con il capitano regio redigeranno un bando di divieto di lasciare la città fino a nuovo ordine deliberato dal consiglio cittadino.

La città è in piena crisi economica e sociale, come testimoniano gli interventi:  Berardo Mozzapede suggerisce di diminuire la gabella del maiale e del grano alle porte perché altramente non se po’campare; Pietro Paolo de Legistis di tenere in considerazione che non se po’ più vivere né campare più stando la gabella così grande el mancare del grano; Fabrizio Branconio, invece, invita a non abbassarla perché altrimenti se anderà con Dio. La preoccupazione, per qualcuno, però, non sembra il contagio, ma le difficoltà economiche  in cui si sarebbe trovata l’università aquilana nei riguardi delle entrate fiscali, come testimonia l’intervento di Nicola di Bartolomeo Prato: Circa lo assentare delli cittadini, che non se lasse assentare per niente, perché ne casauria molti interessi et maxime che absentandose non pagariano.

Nel periodo spagnolo, lo storiografo settecentesco Anton Ludovico Antinori scrive che la città soleva stipendiare fin allora due medici e che con delibera del 26 giugno1549  s’accrebbe in quest’anno il numero a quattro e si crede per influenze morbose e non per  incremento demografico.

Nella seconda metà del Seicento, come testimonia il registro dei verbali dei consigli comunali del 1657, la città per arginare la trasmissione della peste si affida all’intercessione di san Francesco Saverio, che aveva liberato Bologna, alla creazione dell’ospedale S. Vito, all’intercessione di Maria Immacolta e all’olio a S. Bernardino.

Maria Rita Berardi – Università dell’Aquila, Cattedra Storia medievale

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