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L’acqua che l’Abruzzo perde prima di usarla

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In Abruzzo l’acqua non manca soltanto quando arriva l’estate. Manca molto prima, lungo il tragitto che dovrebbe portarla alle case.


In Abruzzo l’acqua non manca soltanto quando arriva l’estate. Manca molto prima, lungo il tragitto che dovrebbe portarla dalle condotte alle case. È qui che il problema smette di essere solo stagionale e diventa politico nel senso più concreto del termine: riguarda la capacità di una regione di custodire ciò che ha, prima ancora di chiedere ai cittadini di consumare meno.

I quasi 190 milioni annunciati per gli acquedotti abruzzesi sono, per questo, una notizia rilevante. Serviranno a intervenire su reti, condotte, messa in sicurezza, monitoraggio, capacità di trasporto dell’acqua. Ma la cifra, da sola, non basta a rassicurare. Anzi, dice quanto sia profondo il ritardo accumulato. Se una regione arriva a disperdere intorno al 60% dell’acqua immessa in rete, il problema non è più una perdita: è un sistema che si è abituato alla perdita.

Il punto non è negare il peso della siccità, del caldo, dei consumi estivi, dei cambiamenti climatici. Sarebbe miope. Ma sarebbe altrettanto comodo usare l’emergenza climatica come spiegazione totale. Perché una rete che lascia andare via una quota enorme della risorsa prima della distribuzione non sta subendo soltanto il clima: sta pagando anni di manutenzioni rinviate, programmazioni discontinue, responsabilità sparse, lavori annunciati e risultati non sempre misurabili.

L’Abruzzo conosce bene il paradosso. È una terra di montagne, sorgenti, bacini, territori interni attraversati dall’acqua; eppure molti comuni, soprattutto nei mesi più caldi, vivono razionamenti, interruzioni, pressioni ridotte, disagi ordinari diventati abitudine. La fragilità non nasce quando il rubinetto si svuota. Nasce prima, nei tubi che non vediamo, nei controlli mancati, nella lentezza con cui si sostituisce ciò che da tempo non regge più.

Per questo i fondi annunciati non dovrebbero essere raccontati come una medaglia, ma trattati come un impegno pubblico da verificare. Dove si interviene prima? Con quali criteri? In quali tempi? Quanta dispersione si ridurrà davvero? Chi renderà conto, anno dopo anno, dei risultati ottenuti?

La questione decisiva è tutta qui: non basta finanziare i cantieri, bisogna impedire che anche questa occasione si disperda. Come l’acqua.

Chiedere ai cittadini attenzione nei consumi è giusto. Ma diventa poco credibile se, mentre si raccomanda prudenza a chi apre il rubinetto, il sistema continua a perdere lungo la strada più acqua di quanta una comunità civile possa permettersi. Il risparmio domestico non può diventare l’alibi di una rete inefficiente.

L’acqua è il bene che più di altri misura la qualità del governo di un territorio. Non concede propaganda a lungo: o arriva, o non arriva. O viene custodita, o si perde. E quando si perde prima ancora di essere usata, non racconta soltanto un guasto tecnico. Racconta una regione che deve decidere se continuare a inseguire le emergenze o cominciare finalmente a prevenirle.