L’Abruzzo in maschera: torna il “Carnevale vecchio e pazzo”

di Fausto D'Addario | 11 Febbraio 2024 @ 06:00 | EVENTI
Carnevale in maschera in Abruzzo
Print Friendly and PDF

“Carnevale vecchio e pazzo”: l’Abruzzo in maschera svela i propri riti carnevaleschi in un tripudio di sfilate, maschere, strane cerimonie e solenni mangiate. Pettorano sul Gizio, Montorio al Vomano, Francavilla al Mare e Schiavi d’Abruzzo in una possibile rete regionale dei Carnevali abruzzesi

Carnevale vecchio e pazzo s’è venduto il materasso, per comprare pane, vino, tarallucci e cotechino“. Con queste parole inizia la bella filastrocca scritta dal poeta Gabriele D’Annunzio dedicata al Carnevale di Francavilla. La poesia prosegue in un tripudio di baldoria collettiva e mangiate: “E mangiando a crepapelle la montagna di frittelle, gli è cresciuto un gran pancione che somiglia a un pallone. Beve e beve e all’improvviso…“. Ed è qui che il tono cambia, orientandosi verso immagini più cupe: “gli diventa rosso il viso, poi gli scoppia anche la pancia mentre ancora mangia, mangia… così muore il Carnevale, gli fanno il funerale, dalla polvere era nato ed in polvere è tornato“.

Nelle tradizioni del Carnevale abruzzese sopravvivono – mascherate, è il caso di dirlo – strane cerimonie di antica origine. La Chiesa è riuscita nei secoli a confinare entro questi giorni la sopravvivenza pagana e gaudente di mascherate, feste dei folli e riti di inversione. Erano giorni di caos controllato, che segnavano la frattura stagionale tra la morte dell’inverno e l’arrivo della vita primaverile. Giova ricordare che, nell’antico calendario romano di dieci mesi, febbraio era l’ultimo dell’anno; dunque un importante momento di passaggio e di purificazione. Tanta euforia andava però rimessa subito a disciplina con i digiuni e le penitenze della Quaresima: “muore il disordine dei cattivi desideri e viene a vita l’ordine delle virtù“, tuonava dal pulpito San Massimo di Torino già nel V secolo. La sospensione del tempo si compiva quindi, come nella filastrocca dannunziana, con la morte del Carnevale e l’arrivo della Quaresima a partire dal Mercoledì delle Ceneri.

L’episcopello di Scanno

In Abruzzo il Carnevale inizia tradizionalmente dal giorno di Sant’Antonio. Ad esempio a Scanno, al termine della messa e della benedizione degli animali, il Carnevale veniva annunciato da un araldo strombettante che cavalcava per le vie del paese; lo seguivano le maschere tradizionali dei romiti (gli eremiti), dei confratelli e la curiosa figura dell’episcopello, letteralmente un piccolo vescovo: un bambino che per un giorno veniva parato da vescovo e ne svolgeva le funzioni. Un rito giocoso, ma di straordinaria arcaicità, che rimonta alle feste dei folli medievali che la Chiesa per lungo tempo cercò di tollerare e contenere, fino a vietarle del tutto.

Così muore il Carnevale, gli fanno il funerale

Uno dei riti più caratteristici della tradizione carnevalesca era un funerale rituale. Il Carnevale assume le fattezze di un uomo, Re o Signor Carnevale: che sia un fantoccio o una persona in carne ed ossa, il re del Carnevale viene processato, fa testamento e poi “giustiziato”. La morte del Carnevale assumeva una duplice valenza: su di lui, come su un capro espiatorio, andava tutta la responsabilità dei disordini avvenuti e dei peccati commessi e perciò doveva pagare con la vita; ma quella morte rituale segnava il rinnovarsi delle forze vitali, significando l’espulsione dell’inverno e l’esorcismo della morte. Era davvero un’esperienza intensa di vissuto corale e collettivo.

La morte del Carnevale veniva inscenata in molte località abruzzesi: a Lanciano si bruciava il fantoccio sulla piazza, dopo averlo trasportato solennemente in processione. E così a Sulmona e nei paesi circostanti. A Teramo, Città Sant’Angelo ed altri paesi dell’Abruzzo, il Carnevale riceveva lo sfratto (lu scaccione) a suon di: “Fora, fora, Carnevale!“, mentre si accendevano fuochi nelle campagne. Un caso limite è attestato a Tagliacozzo, come raccontato da Giovanni Pansa: secondo la consuetudine paesane il re di Carnevale aveva facoltà di agire come un monarca assoluto e poteva esigere taglie ed esosi contributi da tutti i cittadini e da chiunque passasse in città in quei giorni. La cosa andò talmente fuori controllo che dovette intervenire la magistratura del Regno di Napoli.

Il funerale di Carnevale era senz’altro il momento più suggestivo della farsa: un fantoccio o un uomo in carne e ossa veniva messo dentro una cassa da morto, mentre un finto prete ne officiava le esequie, attorniato dalle musiche e dai canti del corteo funebre. E tutti gridavano: “Carnevale, pecché sci morte?“. A Montorio al Vomano (Teramo) il Carnevale morto è ancora molto sentito dalla popolazione. L’appuntamento di quest’anno è per mercoledì 22 febbraio alle ore 20, con la veglia funebre al chiostro degli Zoccolanti e le esequie solenni in piazza Orsini. Carnevale è rappresentato da un uomo vestito a lutto, portato in corteo in una bara aperta, mentre fa il gesto delle corna con le braccia incrociate. La scena prevede diversi personaggi: i becchini che lo trasportano, i lamenti esagerati della vedova inconsolabile interpretata da un uomo, il prete officiante e l’immancabile diavolo. Intanto la banda alterna musiche allegre a marce funebri. La cittadinanza partecipa in maschera e mentre il corteo si dirige a destinazione, vengono inscenate rappresentazioni satiriche di fatti locali o di cronaca nazionale e internazionale. Vale la pena ricordare che il lamento della vedova è uno dei pezzi più belli della tradizione abruzzese, noto come “Mare Maje” (Amare me) o “Scura Maje” (Triste me) dalle prime parole del testo. Ne esistono diverse versioni, a seconda del dialetto del luogo. Quella scannese è più lunga, essendo fatta di 15 quartine, mentre a Vasto è nota come “a Pèchera spridiute” (la pecora sperduta, dall’attacco della seconda strofa). L’ inconfondibile voce di Giusy Ferreri ha interpretato il pianto della vedova in occasione della Notte dei Serpenti a Pescara in una calda giornata di luglio dello scorso anno.

Da qualche anno a Pettorano hanno avuto successo le iniziative per far rivivere le tradizioni della morte di Carnevale. Il borgo aquilano ridiventa lo scenario del testamento e della morte del re, martedì grasso o la domenica di Carnevale. Il re del Carnevale, che guida i festeggiamenti e i banchetti della giornata, legge un ironico testamento in rima, parodia degli atti notarili, dove rende pubbliche le sue ultime volontà, tra applausi e schiamazzi. Un momento di bonaria allegria, fatto di satira e fustigazione di vizi e difetti. E la gente accorreva in piazza, spinta dalla curiosità e dal timore di essere chiamati in causa per qualche malefatta. Ancora negli anni Cinquanta si potevano osservare a Pettorano dei manoscritti originali recanti le tracce di opportune correzioni fatte dal sindaco o dal maresciallo dei carabinieri, dato che, insieme al parroco, erano le autorità più prese di mira. Alla sera si allestisce il rogo e il re Carnevale, sostituito questa volta da un fantoccio, viene dato alle fiamme inaugurando, con le ceneri del mucchio dei peccati accumulatosi durante l’anno, il periodo di rinnovamento quaresimale.

Mesi, stagioni e carri allegorici

Oltre alla vicenda del re di Carnevale, una delle coreografie di sapore più arcaico era la rappresentazione dei mesi dell’anno: dodici persone sfilavano a dorso d’asino, camuffati con i simboli caratteristici del mese rappresentato. Nelle memorie degli anziani, più che essere una danza, si trattava di un corteo, dal tono, sì, gioioso, ma anche solenne. Analogo era il ballo delle quattro stagioni, di cui rimane qualche traccia a Pettorano. L’allegoria dei mesi e delle stagioni era una forma di devozione e propiziazione per i doni che Madre Natura offriva nell’avvicendarsi dei tempi. Tutto nasceva da un microcosmo sociale proprio della realtà contadina, per questo oggi la danza dei mesi e delle stagioni è praticamente scomparsa; sopravvive ad Antrodoco il corteo de “Li dodici mesi”, la domenica precedente il martedì grasso. Antrodoco oggi è nel reatino, ma prima del ’27 faceva parte della provincia dell’Aquila.

Molto più diffusa in Abruzzo è la sfilata dei carri allegorici, con personaggi e allestimenti ispirati a fatti di cronaca e attualità. Il coloratissimo Carnevale di Francavilla, già ricordato da D’Annunzio, con le sue tre sfilate, è senz’altro tra i più noti e partecipati in Abruzzo. Qui il re è Patanello, maschera che apre il corteo dei carri e dei gruppi mascherati; è ispirata a un ciabattino vissuto a cavallo tra ‘800 e ‘900, irriverente e stravagante, che divenne leggendario per i suoi scherzi e il suo amore per la vita e le osterie. Sempre in provincia di Chieti, nel comune di Schiavi d’Abruzzo al confine con il Molise, si tiene dalla tarda mattinata del sabato grasso il caratteristico corteo dei Mazzaroni, il cui nome deriva all’uso di portare una mazza di legno, come in altre tradizioni del carnevale europeo. Ma l’elemento più scenografico dei Mazzaroni è il cimiero: un vistoso cappello di forma cilindrica o sferica, decorato con strati di carta colorata e fiori realizzati a mano. Il gruppo dei Mazzaroni è guidato, al suono del corno, dalla maschera di Pulcinella in stile abruzzese, riconoscibile dal cappello più fantasioso e dalla coda di volpe. La rumorosa banda, accompagnata dai suonatori, si ferma di casa in casa per eseguire saltarelli e canti, per poi riprendere il cammino per le strade del borgo e le frazioni. Interessante notare la particolare vicinanza di queste maschere con il cappello usato nel corteo di carnevale di Rukavac, in Croazia, a testimonianza delle numerose migrazioni balcaniche che interessarono le coste abruzzesi. 

Una rete dei Carnevali abruzzesi?

L’Art. 4-ter, L. 7 ottobre 2013 sul riconoscimento del valore storico e culturale del carnevale afferma: “È riconosciuto il valore storico e culturale nella tradizione italiana del carnevale e delle attività e manifestazioni ad esso collegate, nonché delle altre antiche tradizioni popolari e di ingegno italiane. Ne sono favorite la tutela e lo sviluppo in accordo con gli enti locali“. Sull’esempio della Regione Basilicata, che ha costituito già dal 2014 una Rete regionale dei Carnevali Lucani, l’Abruzzo potrebbe darsi da fare per valorizzare e promuovere eventi corali e creare percorsi turistici, alla scoperta dei riti, delle tradizioni e delle maschere del Carnevale abruzzese. Una proposta da non sottovalutare, vista la candidatura dell’Aquila a Capitale della Cultura 2026 e il secolare bagaglio culturale a valenza antropologica giunto fino a noi che l’Abruzzo può offrire.


Print Friendly and PDF

TAGS