L’abbazia di San Martino in Valle, una Petra abruzzese

di Fausto D'Addario | 13 Novembre 2022 @ 06:16 | I LUOGHI DELLO SPIRITO
San Martino in Valle
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L’abbazia di San Martino in Valle è un monastero ai piedi della Maiella, incastonato come una gemma nelle Gole di Fara San Martino, paese in provincia di Chieti che prende il nome proprio dal complesso monastico. L’imbocco del vallone si raggiunge facilmente appena lasciando il centro di Fara, con un’escursione di pochi minuti. Un luogo isolato, che a tutt’oggi favorisce il ritiro e la meditazione. Il sentiero si estende per ben 14 km, ma è la prima parte ad essere più frequentata dagli escursionisti: solo gli esploratori più coraggiosi si inoltrano in quello che è uno dei cammini più impegnativi del Parco Nazionale della Majella, che conduce sino alla cima più alta, quella del Monte Amaro, con i suoi 2793 metri. Senza fare troppo rumore, si può avere la fortuna di avvistare i camosci sulle rocce circostanti.

Il paesaggio che si apre sembra emergere dalla notte dei tempi: è uno scenario suggestivo e ricco di meraviglie, che lascia incantati gli escursionisti che qui, curiosi, si recano. Non è un caso che il cast della Rai abbia deciso di girare qui una successione di scene della fiction basata sul romanzo di Umberto Eco: qui è ambientata la scena della fuga di Anna, la figlia dell’eretico Fra’ Dolcino, inseguita dai soldati fin dentro le gole, dove trova rifugio presso i resti del monastero di San Martino in Valle.

Qualcuno ha detto che sembra di trovarsi a Petra: si cammina attraverso una gola strettissima, tanto che gli stessi raggi del sole faticano a entrare. Sarebbe stato San Martino stesso ad allargare il passaggio tra le strette pareti rocciose ricorrendo alla sola forza dei suoi gomiti, per condurre al luogo più aperto dove sarebbe sorto il monastero. Senza nulla togliere al sapore della leggenda, fu più probabilmente il fiume Verde a scavarsi nel tempo lo spazio tra le rocce; effettivamente è così stretto che in quel punto si avanza solo stando in fila indiana, secondo, appunto, la larghezza dei gomiti.

Non è chiaro quando vi arrivarono i primi eremiti, ma San Martino in Valle nacque innanzitutto come eremo con annessa cappella. Si parla di abbazia per la prima volta in un documento altomedievale, risalente all’829, segno che qui era fiorita la vita comune; successivamente, dopo diversi passaggi di proprietà, tra il ‘300 il ‘400 dovette assumere quell’aspetto che si intuisce ancora oggi, fino a quando il complesso monastico non venne soppresso ad opera di papa Niccolò V nel 1452. L’incorporazione di San Martino alla Basilica Vaticana – cosa che avvenne per altre chiese ed enti monastici – comportò anche il trasferimento dei rispettivi archivi. Questa circostanza ha fatto sì che le carte del monastero, da questa isolata comunità rupestre, arrivassero fin nel cuore della cristianità, a Roma, dove ancora oggi sono custodite ancora, precisamente nell’Archivio del Capitolo di San Pietro. Le carte relative al monastero nono sono state ancora completamente studiate: sarebbe interessante un giorno poter esaminare e recuperare uno spaccato della vita di questa nostra antica comunità monastica.

Per questi cercatori di Dio la vita non dovette essere stata facile: nel corso del tempo San Martino in Valle ha subito interramenti e frane dovute alle frequenti alluvioni, fino al completo seppellimento avvenuto nel 1819. I primi scavi vennero eseguiti tra il 1891 e il 1929, che portò al disseppellimento della chiesa e alla scoperta di numerosi reperti. Soltanto con gli scavi successivi del 2005, terminati nel 2009, è riaffiorato ciò che rimaneva del complesso benedettino.

Cosa hanno riportato alla luce queste campagne archeologiche? Innanzitutto colpisce il fatto che vi fosse un cancello all’imbocco delle gole, chiudendo il quale i monaci potevano controllare l’accesso alla valle. Svetta il portale duecentesco, che immetteva all’interno della chiesa, che era a tre navate con abside semicircolare e al centro un altare in muratura; di fronte alla un portico, fiancheggiato dal campanile – prima degli scavi era visibile soltanto la sua sommità. Inoltre un cortile d’ingresso a pianta rettangolare e numerosi vani del monastero addossati e scavati nella parete rocciosa, dove si scorgono gli ambienti più antichi e originari del complesso. Da segnalare anche la presenza di colonnine e bassorilievi squisitamente decorati.

In questo profondo abbraccio con la natura, ci riscopriamo come una parte interconnessa del tutto: una connessione non soltanto biologica, ma anche spirituale nella meravigliosa sinfonia della vita. Chi fa l’esperienza di visitare questi luoghi, non può non ritornare memore di quell’antica lezione dei Greci, secondo cui tutto scorre ed è in divenire, nulla resta uguale. Nonostante cerchiamo di fermare il tempo in ogni modo, i monaci ne vivevano tranquillamente la caducità e lo scorrere inesorabile. E non se ne crucciavano poi molto: Dio è ovunque e ogni elemento di cui siamo fatti trabocca da Lui.


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