La Virgo Lactans in Abruzzo, tra arte e leggende. La Madonna in Pantanis

di Laura Di Stefano | 19 Luglio 2021 @ 06:28 | CULTURA
Madonna in Pantanis
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L’AQUILA – Continuando il nostro viaggio nella sezione dedicata all’arte medievale del MuNDA, troviamo la seconda tavola raffigurante una Virgo Lactans: La Madonna in Pantanis 

Il delicato equilibrio che unisce la storia dell’arte e le leggende popolari trova un importante riscontro in Abruzzo. Proprio nella nostra terra, infatti, si intrecciano racconti e miracolosi ritrovamenti, come quello della tavola della Madonna in Pantanis, ascrivibili a dei veri e propri cicli di leggende e interi madonna pantanis sistemi culturali. Uno di essi è stato individuato nelle “Madonne Arboree”, analizzato nel dettaglio dalla professoressa e sociologa Rita Salvatore. Storicamente, nel primo periodo medievale, l’icona veniva considerata miracolosa e non realizzata da mano umana (“Acheropita” – da ἀχειροποίητα). La secolare controversia iconoclastica che vietava di scrivere su Cristo e di raffigurarlo visivamente, si trasferì anche su Maria. Passato il periodo della messa al bando totale, furono recuperate molte leggende, allo scopo di ristabilire una continuità della rappresentazione che era andata perduta con l’iconoclastia attraverso le opere che dall’Oriente avevano trovato salvezza a Roma, luogo di esilio “protetto” dal Papa. Da Roma moltissime opere trovarono rifugio, o nascondiglio, in Abruzzo.

 

La Madonna in Pantanis.

Databile alla seconda metà del XIII secolo, è un’opera dipinta a tempera su pergamena incollata su una tavola di pino. La denominazione deriverebbe dal fatto che l’opera fu rinvenuta miracolosamente presso una zona acquitrinosa, un pantano, in italiano volgare, per l’appunto. Ritrovata nell’attuale zona di Monterale, La tavola venne più volte trasferita in una piccola chiesa su una zona denominata Collicchio, ma, sempre secondo la leggenda, essa riappariva nel luogo originario nonostante gli spostamenti, interpretato come un segno, in quel punto successivamente venne edificata la chiesa in onore di Santa Maria in Pantanis e si ritiene che il tronco dell’albero sul quale apparve la Vergine si trovi all’interno dell’altare principale. L’icona era ritenuta opera di S. Luca, come documentato nella relazione della visita che il vescovo Mario Aligeri Colonna tenne nel 1549 nella chiesa di Santa Maria de Plano sive in Pantanis, dove trovò l’immagine nell’altare maggiore e, come si riporta, disse:

ipsam imaginem depictam, ut asseritur, manu S. Luce in tabula de ligno.” 

L’icona si presenta assisa su un trono con un’alta spalliera, nell’atto di porgere il seno tenuto fra il dito medio e l’anulare al bambino seduto sulla sua destra.  Il bambino è rappresentato con la mano destra nell’atto di benedire alla latina, mentre con la sinistra regge un rotolo. Il volto è un ovale perfetto, raffigurato frontalmente e impassibile nella sua regalità. I tratti fisionomici sono molto definiti da una linea nera, con contorni sfumati tendenti al verde scuro. I grandi occhi a mandorla vengono dipinti ricercando una profondità, tramite la definizione delle palpebre superiori e inferiori. Le gote vengono accentuate con un colore rosso, mentre il naso e la bocca sono dipinti in maniera molto sottile e allungata. La testa viene circondata dal maphorion bizantino, ma con più di una particolarità: come abbiamo già riscontrato nella Madonna de Ambro, il mantello che originariamente era largo tanto da coprire tutto il corpo, qui lo ritroviamo con dimensioni molto ridotte, così da avvolgere solo il capo e le spalle della Vergine e decorato da motivi romboidali chiari. La tradizione voleva che anche i capelli venissero completamente coperti da una sorta di cuffia , mentre nell’opera si denotano i capelli sulla fronte separati da una riga pressoché centrale. Il volto della Vergine è sovrastato da una pesante corona, della quale si è perduta la lamina dorata, ma ne è rimasto il disegno sottostante, così da poter intravedere le ricche decorazioni, simili geometricamente ma più raffinate, di quelle che troviamo sull’intera opera. Nella chiesa di Santa Maria in Pantanis viene conservata anche una corona metallica che il popolo aveva posto sulla tavola, poi eliminata nella musealizzazione, avvenuta nel 1982.  La grande devozione popolare per la Madonna è viva ancora oggi, infatti, nei giorni dal 12 al 15 di Agosto la tavola viene riconsegnata alla comunità per la festa in suo onore, che si conclude proprio con il bacio alla corona. Per le tecniche particolarmente preziose (come l’utilizzo del lapislazzulo) e per le decorazioni orientali tutti gli studiosi sono d’accordo sul fatto che l’opera abbia una derivazione bizantina importante. Nonostante abbia perso una parte della pellicola pittorica, queste decorazioni sono state avvicinate al repertorio figurativo del Monte Athos, collegando così, l’opera alla spoliazione delle icone a seguito della conquista di Costantinopoli. Nel 1969 Ferdinando Bologna, studiando delle icone inedite di Campania, mise a confronto la tavola con quella, pressoché simile, della Madonna di San Guglielmo, sita oggi nel Museo dell’abbazia di Montevergine, a Mercogliano, Avellino. L’impostazione della figura, la corona, il volto, le gote, i sigilli di Maria Madre di Dio, le decorazioni e il colore brillante, tutti elementi simili, hanno fatto sì che anche gli studiosi successivi accettassero questa tesi, inoltre, come ha ipotizzato Vinni Lucherini, sarebbe potuto esserci un modello iconografico comune a entrambe le opere, ad oggi perduto. La precedente direttrice del Museo Nazionale d’Abruzzo, Lucia Arbace ha confermato la nobile provenienza e ha ritenuto opportuno collegarla alla conquista di Bisanzio e alla relativa spoliazione di tutti i reperti più preziosi, prevalentemente realizzati nell’età comnena, dinastia regnante tra il X e l’XI secolo, che influì notevolmente sulla cultura artistica bizantina per l’elegante gusto artistico dei sovrani.

 


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