La tradizione sempre viva delle torte di Pasqua

di Isabella Benedetti | 13 Aprile 2022 @ 06:00 | PUNTI DI SVISTA
Torte di pasqua
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“Torte di Pasqua”. Se mescolate insieme: farina, zucchero, uova, buccia di limone, lievito, latte e rum otterrete, con qualche variazione di ingredienti a seconda delle zone, l’odore della conca dell’aquilano nel periodo pasquale. E’ l’odore avvolgente e suadente delle torte di Pasqua, che riempie l’aria e si lega al profumo dolce e mieloso dei mandorli e dei peschi in fiore e a quello pungente dei biancospini. E’ l’odore della primavera, del preludio della festa, è l’odore buono che sa di speranza.

Sulla mia tavola queste torte non sono mai mancate. Ogni anno, da sempre, si ripete il rito della loro preparazione. Non sono mancate neanche nella Pasqua del 2009. Aveva da poco tremato rovinosamente la terra e mia madre, con le lacrime agli occhi e il cuore a pezzi, nonostante la situazione di pericolo, impastò i suoi dolci. Lavorò con maestria il lievito perché questo compisse la sua magia con gli altri ingredienti. Quei gesti reiterati nel tempo, quelle torte erano la sua fuga mentale, la negazione dell’orrore del terremoto appena occorso, la sua carezza ai nipoti amorevole e rassicurante che tutto si sarebbe superato. Così, distese la sua tovaglia di filato buono su quelle macerie e vi distese sopra le torte, i cavallucci e le pupe. Raccontò, ai nipoti e a se stessa la favola bella che cavalli e pupe tramandano, di generazione in generazione. Anticamente, cavalli e pupe venivano preparati con cura di particolari in occasione dei fidanzamenti ufficiali. Questi suggellavano un’unione fatta di incontri fugaci e di timidi sguardi. La pupa, nelle forme, ricorda la tipica conca di rame abruzzese e le linee morbide e rotonde sono auspicio di fecondità e prosperità. Nel dorso del cavallo e nella pancia delle pupe non doveva mai mancare l’uovo sodo, trattenuto da una croce di pasta frolla, simbolo di cristianità. Lo scambio di questi dolci, da parte delle famiglie della coppia di fidanzati, avveniva con una cerimonia sontuosa ed era un momento di forte intensità emozionale. Il cavallo era destinato alla famiglia della fidanzata e la pupa a quella del fidanzato.

Fonti storiche fanno risalire l’origine della preparazione dei dolci pasquali all’ultima cena del Signore, quando il Cristo spezzò il pane e lo offrì agli apostoli, quale gesto di amore e di solidarietà.

Se chiudo gli occhi, lo sento questo odore pasquale, se vago con la mente a ritroso nel tempo, rivivo le emozioni dell’infanzia e dell’adolescenza al paese. Il tempo, allora, scorreva ad un’altra velocità. Il forno comunale del paese, nella settimana Santa, si accendeva di vita, era focolaio dell’attività febbrile delle donne per la cottura delle “pizze di Pasqua”. Ogni donna ne ammassava e metteva in cottura una decina, dopo aver fatto cadere, a pioggia, un arcobaleno di zuccherini colorati e di perline argentate, che io chiamavo “spacca denti”. Una volta cotte, le torte venivano disposte su lunghe tavole di legno che le donne issavano sulla testa in perfetto equilibrio per riportarle a casa, spargendo nell’aria una scia di profumi. Erano donne virtuose, energiche, donne che “coglievano l’acqua” alle fonti con le conche di rame, per approvvigionare le case che ancora ne erano sprovviste e, durante il tragitto, del prezioso liquido non veniva sprecata nemmeno una goccia. Quelle torte venivano poi portate e benedire e vi si adagiava sopra un rametto di ulivo. Fra le preghiere quaresimali e i digiuni penitenziali si aspettava, con la pazienza del “lievito madre” che genera vita, di poter assaggiare quei dolci il giorno di Pasqua. Questo era il cosiddetto giorno dello “sdiuno”, termine di origine spagnola, che indica la fine del digiuno. Oggi come allora, le “pizze pasquali”, che sono in realtà un pane dolce della festa, prendono posto sulla tavola vestita di freschi colori accanto al salame, la cicolana, la coratella, le uova sode dipinte e quelle di cioccolato. Ogni elemento ha una sua ragione e una simbologia, che parla di purificazione e di rinascita. In un momento tanto difficile di crisi economica e di valori, di pandemia e di guerra, l’augurio è che una colomba si poggi su ogni tavola e porti pace e serenità.

A tutti una dolcissima Buona Pasqua.


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