La strana vicenda della pesca aperta in tutto il Parco Nazionale Gran Sasso

di Alessio Ludovici | 12 Marzo 2023 @ 06:00 | AMBIENTE
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L’AQUILA – Sul sito web del Parco Gran Sasso, da qualche giorno, è sbucata una curiosa comunicazione che apre alla pesca sportiva in tutta l’area protetta fino a settembre 2023. Queste nuove “disposizioni” avrebbero come ratio il prelievo faunistico al fine di “ricomporre squilibri ecologici”. Ci siamo incuriositi e abbiamo provato a ricostruire la vicenda. 

Una vicenda davvero strana perché dallo stesso albo pretorio del Parco Gran Sasso si apprende da una determina che “non figurano, in un recente passato, indagini sulla composizione della comunità ittica dei corsi d’acqua del parco” e che “per poter procedere alla redazione di un disciplinare che regolamenti l’attività alieutica nel parco, è opportuno procedere ad un’indagine preventiva sullo status delle comunità ittiche presenti nei corsi d’acqua”.

E’ lo stesso ente parco, in pratica, a certificare di non avere un’indagine sulla comunità ittica. Nel frattempo “dispone” la pesca in tutto il parco per “ricomporre squilibri ecologici” che in realtà poco prima ha affermato di non conoscere. 

Con la stessa determina di cui sopra, la 1317/ASSB/2022, il parco anzi procedeva ad un impegno di spesa per “l’avvio di una procedura di trattativa diretta su Mepa per il servizio di monitoraggio dello status della comunità ittica”. Monitoraggio, si apprende sempre all’albo pretorio dell’ente, aggiudicato solo in data 7 febbraio 2023 e quindi di fatto non ancora cominciato. Tanto meno c’è regolamentazione dell’attività di pesca.

Sulla base di cosa e perché, nel bel mezzo di questo iter e prima ancora di fare un monitoraggio e un regolamento, si dispone l’apertura della pesca? Difficile a dirsi.

Il problema: dalle norme di salvaguardia all’assenza del regolamento del parco

Le prime parole della disposizioni sono proprio “Nelle more dell’approvazione definitiva del Regolamento del Parco”. Il problema è nato nel 2020, dopo l’approvazione del Piano del parco. Fino al 2020, infatti, il parco è stato gestito attraverso le norme di salvaguardia previste dalla stessa legge istitutiva e queste consentivano la pesca sportiva in determinate zone dell’area protetta. Le norme di salvaguardia sono decadute una volta approvato il piano. Il piano però non ha una natura regolamentare e per questo, entro sei mesi dall’approvazione del piano, il parco avrebbe dovuto dotarsi del proprio regolamento.

Nella more dell’approvazione di un regolamento è la legge nazionale a normare la vita nel parco e lo fa in modo legittimamente draconiano avendo natura di fonte di ordinamento generale. L’art. 11 comma 3 della 394 del 91 banalmente vieta l’uccisione delle specie animali. E al comma 4 specifica che eventuali deroghe sono rimesse al Regolamento del parco che, nel nostro caso, non esiste.

Dal momento dell’approvazione del piano e in assenza di un Regolamento, in pratica, i Carabinieri forestali avrebbero dovuto sanzionare chiunque esercitasse l’attività di pesca nel parco.

E siamo all’oggi allora. Con la “disposizione” del parco che, forse per mettere una toppa, sembrerebbe superare persino la legge nazionale ed estendere la pesca a tutte le aree del parco, persino a quelle, della ex zona 1 delle norme di salvaguardia, in cui da 30 anni non si pesca. 

E’ talmente singolare la vicenda che la “disposizione” del parco fissa una serie di limiti che contraddicono le motivazioni che ne sono all’origine. La “disposizione”, infatti, fissa a 3 il numero di trote che si possono pescare. Un limite in totale contraddizione con l’obiettivo di “ricomporre squilibri ecologici” pescando le specie alloctone. Semmai sarebbe meglio prenderne di più di trote alloctone: forse in mancanza di un monitoraggio il rischio è di finire a pescare la trota macrostigma del posto?

Tutto è rimesso alla capacità e sensibilità del pescatore che deve raggiungere una zona parco, senza avere alcun monitoraggio o regolamento, deve poi “catturare un numero massimo di 3 capi delle specie appartenenti alle famiglie dei salmonidi”, capire se si tratta di una specie autoctona o alloctona, “rimettere in acqua i pesci catturati al di sotto della misura minima prescritta e/o di specie di cui è proibita la cattura” e una volta pescate tre, dicasi tre, trote alloctone “interrompere immediatamente” la pesca e tornare a casa.

C’è da chiedersi, oltre a che fine abbia fatto il regolamento del parco, quali siano i presupposti normativi di una simile disposizione e come mai si sia finanziato un monitoraggio, o la stesura di un regolamento, se poi con una semplice “disposizione” si è aperta la pesca ovunque. E c’è da chiedersi, infine, se la disposizione non vada a nuocere alla precaria naturalità dei corsi d’acqua tutelati in questi decenni. Andrebbe fatta chiarezza, la trota fario mediterranea, ad esempio, è tutelata dalla direttiva Habitat, esattamente come il magnifico camoscio. Chissà, se nelle more dell’approvazione di un regolamento, non toccherà vedere i cani da caccia allenarsi con i camosci dell’area protetta che oggi tutta Italia ha finalmente scoperto. 


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