La storia della piazza dell’Aquila. La malacucina e le Cancelle

di Isabella Benedetti | 30 Novembre 2022 @ 06:04 | Punti di svista
le cancelle
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Il concetto moderno di piazza esula dal suo significato più remoto. Piazza, oggi, è anche solo uno slargo, uno spazio aperto che rompe la monotonia del caseggiato e crea armonia architettonica distribuendo aria e luce. La piazza, nel tempo, ha cambiato funzione e conformazione ed ha segnato, più di ogni altra cosa, il mutamento culturale e sociale della città. Nel 300, agli albori della nascita della città dell’Aquila, la piazza è “agorà”, nel senso più stretto e classico del termine. Agorà, nell’antica Grecia, prima di identificare una determinata area fisica, indicava l’assemblea popolare riunita per delineare l’indirizzo politico, economico e religioso della “polis”.

Analogamente, la storia della piazza dell’Aquila ricalca appieno questo schema. Alcune fonti storiche, tramandate però oralmente e non accreditate da documentazione scritta, riportano insediamenti a scopo commerciale sui luoghi dove poi sarebbe sorta la piazza del mercato, gruppi antecedenti la fondazione stessa della città. Antinori parla della piazza già nel 1291 e testimonianze dell’epoca fanno risalire la selciatura dell’area al 1309, per meglio ospitare il mercato. Sulla piazza convergono con le loro diramazioni ben 15 strade: arterie, vene e capillari che alimentano il cuore pulsante dell’urbe. Qui si svolge la vita economica, politica e religiosa, qui avvengono tutte le manifestazioni pubbliche ufficiali. Tutto in piazza ha una sua precisa collocazione. I merciai, i droghieri, i mercanti di panni fiorentini, che erano considerati categoria nobile rispetto agli altri, erano collocati allo sbocco dell’attuale corso sulla piazza. E’ la zona più assolata e calda, per questo vi si vendevano le merci non deperibili. Lungo la via dell’Acconcio, attuale via Patini, erano dislocati i negozi di conceria. Lì si realizzavano oggetti di pelle e di cuoio. I calzolai, invece, erano a capo piazza. Nella parte adiacente via Indipendenza c’erano gli ontaroli e i pizzicaroli. In quell’angolo venivano pesati, uccisi e venduti i maiali. Zona fredda, dove il sole non batte mai, era particolarmente idonea a questo genere di attività, decisamente meno blasonata. Questa era una zona sporca e i regolamenti statutari ne obbligavano la pulizia, esortando le donne che accompagnavano ontaroli e pizzicaroli a “non oziare”, ma a provvedere all’igiene dell’area.

La parte, però, che maggiormente caratterizzava il mercato era quella delle “Cancelle”, che si trovava davanti al vescovado, a piedi piazza. Il palazzo delle Cancelle, del 1400, attualmente ricollocato dietro quello delle Poste, un tempo si affacciava sulla piazza. Il nome è dato dai cancelli che separavano materialmente i mercanti dagli avventori, ma per estensione anche il popolo “da bene” da quella che era zona zona malfamata e malsana, la “malacucina”. Aristofane, a riguardo, sosteneva con una palese citazione nell’opera “Le nubi”, che l’agorà in generale non fosse posto adatto alla frequentazione per il giovane costumato e la donna da bene, perché luogo sconveniente e di possibile perdizione. Lo spicchio di mercato delle Cancelle era adibito alla vendita del pesce, che arrivava direttamente dal Fucino. Lì si viveva ad un’altra velocità, perché si soffriva l’impellenza di liberarsi di merce che andava subito a male. Zona di facili nervosismi e disordini, bastava poco per guadagnarsi la forca eretta poco più in là, davanti al Vescovado. La malacucina si snodava perpendicolare alla piazza, fino a via Forcona e parallela a via dell’Arcivescovado, serpeggiando in un dedalo di viuzze, in alto, a confine con via Indipendenza. La malacucina era un’iperbole cittadina, la cassa di risonanza dove suoni, odori e colori diventavano grevi contro le mura che trasudavano freddo e umidità. Era uno spaccato di vita urbica con le tinte fosche dello sporco di carbone che tingerà nell’800 la miseria dei personaggi di Dickens e la fatica di vivere de “I Miserabili” di Victor Hugo, perché la povertà ha lo stesso colore grigio in tutti i periodi storici e a tutte le latitudini. Strumentale al mercato della piazza, la malacucina era luogo di bettole, postriboli e quant’altro per il “governo” di stomaco e dintorni. L’attività che qui si teneva veniva tollerata purchè rimanesse confinata dentro le mura di quei palazzi. I regolamenti statutari disponevano che i clienti non venissero chiamati o adescati per strada. La chiusura delle taverne era prevista al suono della campana della terza ora (le 21,00 circa), dopo era possibile circolare, ma solo in possesso di un lume. Sanzioni erano anche sancite per liti e controversie che nascevano intorno al giro di prostituzione e del gioco d’azzardo. I mercanti che venivano da fuori trovavano spesso ricovero tra quelle mura, per poi dedicarsi alle contrattazioni di piazza il giorno dopo, attenendosi così alle regole di apertura e chiusura delle porte dislocate lungo la cinta muraria. Alla chiusura delle porte nessuno poteva più entrare o uscire dalla città. Non c’erano, d’altronde, molte strutture dove alloggiare, a parte i pochi ostelli disposti proprio a ridosso delle mura.

Le campane scandivano i tempi del mercato e della vita sociale fino al 500, secolo che altrove cominciava a imbellettare le piazze di fregi barocchi, facendole diventare il “salotto buono” di rappresentanza della città, ma all’Aquila regalò anni bui di dominazione spagnola. Gli spagnoli fecero fondere quasi tutte le campane per costruire armi e i cannoni posti a difesa del castello. Anche Buccio di Ranallo parla indirettamente della malacucina riportando la cronaca del Natale-Capodanno tra il 1347 e il 1348. Lo storiografo racconta che Re Luigi d’Ungheria (Ludwig), amico dei Camponeschi, diretto a Napoli per motivi bellici, si fermò in città, invitato a spese del quarto di San Pietro per trascorrere qui la fine dell’anno. Fu ospitato con molti onori nella reggia di San Domenico. Nel bel mezzo della serata, aveva abbandonato la conviviale per raggiungere i “locali di Bagno”, sede della malacucina, per cercare compagnia. Il rovinoso terremoto del 1703 segnò la fine della malacucina. Doveva essere costruita la chiesa del Suffragio e quella zona di malaffare, ormai troppo scomoda, andava ripulita. La strada venne chiusa all’altezza di via Forcona e una saracinesca sbilenca, che è rimasta a testimonianza di quella realtà fino ai giorni nostri, è calata come un sipario sdrucito su una misera scena di vita medievale.


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