di Luca Bruno – Contrariamente al titolo di copertina “L’Aquila non deve morire”, un notissimo settimanale in edicola dal 31 marzo 2019 sembra in realtà decretare la condanna a morte della città dell’Aquila.

Articoli intrisi di falsità, di pessimismo cosmico, arricchiti (?) di approfondimenti parziali, strumentali e superficiali comprovano la reale intenzione del giornale, fermo a 10 anni fa quando la scena politica nazionale e locale era completamente diversa. Qualcuno dovrebbe dire allora a quel periodico che Berlusconi non è più al governo e che dal 2011 si sono succeduti al suo posto, nell’ordine, Monti, Letta, Renzi, Gentiloni e Conte. Nonostante tutto, la ricostruzione pubblica e privata dell’Aquila è andata avanti, non certo speditamente ma di sicuro ostacolata da centinaia di leggi, decreti, ordinanze, regolamenti, circolari via via emanati da tutti i soggetti che si sono succeduti nella cabina di regia. Un insopportabile ed oppressivo sistema burocratico che ha schiacciato, soffocato e rallentato la rinascita urbanistica della città. Qualcuno questo avrebbe dovuto dirlo al settimanale. Negli ultimi 10 anni le amministrazioni locali hanno cambiato più volte colore, anche questo qualcuno avrebbe dovuto dirlo al settimanale. Colmate queste “sviste” in cui è incorso il periodico, è interessante esaminare partitamente quanto è stato scritto.

1) Alla pagina 16, testualmente: “Dove c’era la casa dello studente al n° 38 di via XX Settembre, luogo della strage simbolo del terremoto a L’Aquila, hanno demolito e ricostruito un palazzo di cinque piani. E’ proprio lì al piano terra, al posto dei locali in cui la notte del 6 aprile 2009 morirono il custode e sette ragazzi, i cartelli sulle vetrate spente indicano ora il cellulare da chiamare per affittare negozi e uffici”. Tutto questo non è vero, anzi è clamorosamente falso: nulla è stato ricostruito lì dove sorgeva la casa dello studente.

2) Alla pagina 12: “Ma non c’è da stupirsi, in una terra ricca di muratori. Non solo nel senso degli operai dell’edilizia che incontri dappertutto ei cantieri, ma anche nell’altro significato massonico: qualche nome dei committenti e dei tecnici pubblicati sui cartelli delle imprese li ritrovi poi negli elenchi delle logge locali dove urbanistica, progetti e alleanze hanno spesso la stessa voce impastata dai comuni interessi”.

Questa affermazione è di una gravità enorme, una pesante accusa forse rivolta a qualcuno in particolare, qualcuno che assai vilmente non viene citato e perciò il settimanale finisce per travolgere e gettare ombre e discredito sulla trasparenza della ricostruzione dell’intera città e su un’intera comunità.

3) Alla pagina 13: “Quello in corso è infatti un esperimento sociale. Soprattutto a L’Aquila: hanno mandato gli abitanti al confino, perché del centro storico si possa fare qualsiasi cosa. Non sempre, però, gli esperimenti riescono con i tempi sperati”.

Qui il delirio onirico del settimanale raggiunge la sua massima estrinsecazione. Forse il nostro ignora che la città dopo il 6 aprile 2009 venne completamente evacuata sia per il pericolo di nuove scosse sia per il pericolo di nuovi crolli. Tutte le abitazioni, tutti gli immobili, tranne rare eccezioni, erano distrutti o totalmente inagibili. Ancora oggi, come pure documenta quello stesso periodico, tantissime case non sono state ricostruite. Non spiega il periodico dove sarebbero dovuti andare a vivere i cittadini aquilani nel frattempo, forse presso la sua redazione? Visto che questa soluzione non era praticabile, e forse neppure per volontà dello stesso settimanale, governo ed amministrazioni locali scelsero una diversa soluzione abitativa delocalizzando la popolazione verso la periferia. Sta di fatto che il tanto vituperato progetto “C.A.S.E.” sta ospitando ancora oggi dopo 10 anni i cittadini aquilani. E non si venga a dire che il modello Bertolaso, concordato con le autorità locali, non sia superiore e migliore rispetto al modello Vasco Errani. Già, il modello Vasco Errani: un totale fallimento di cui i fratelli di Amatrice stanno pagando gli effetti ma di questo, stranamente, quel settimanale non parla affatto.

4) Alla pagina 17: “All’ora dei vespri durante la settimana partecipano alla messa 15 persone, compreso il sacerdote che la celebra”.

Probabilmente per sostenere l’inutilità della spesa sostenuta per la ricostruzione della chiesa di Santa Maria del Suffragio, il redattore finisce per sostenere argomenti assolutamente fragili e superficiali che comprovano la scarsa conoscenza della realtà locale. Non si chiede affatto il settimanale se a quell’ora i cittadini siano ancora al lavoro. Non dice che quella chiesa nel corso delle celebrazioni festive è stracolma di gente. E’ come sostenere che gli stadi di San Siro a Milano o l’Olimpico di Roma sono inutili perché dal lunedi al sabato ospitano meno di 15 persone: semplicemente assurdo!

5) Alla pagina 15: “Dopo le scosse di 10 anni fa a L’Aquila e lungo la valle dell’Aterno, 309 morti e 80.000 sfollati, la Curia ottenne la precedenza ma a spese dello Stato: si sono riparate le Chiese, molte attività economiche e commerciali nel frattempo hanno chiuso e migliaia di sfollati abitano ancora oggi nei Map e nelle Case”.

Anche questo passaggio è falso, tendenzioso e non è ispirato da una serena ricostruzione della realtà dei fatti: solo qualche chiesa – qualche, non “tutte” –  è stata riparata. Altre minacciano di crollare con pericolo indiretto per i cantieri circostanti. Il settimanale in edicola dimostra di ignorare che L’Aquila è una città medioevale, le chiese costituiscono un patrimonio inestimabile e, aldilà del credo religioso, vanno tutelate come opere d’arte che tutto il mondo ci invidia. Perciò non finiremo mai di ringraziare la Francia per il contributo nella ricostruzione della chiesa di Santa Maria del Suffragio, la Germania per il contributo nella ricostruzione della chiesa di Onna, l’Eni per il contributo nella ricostruzione della chiesa di Santa Maria di Collemaggio. In questa chiesa forse quel periodico ignora che è sepolto papa Celestino V, il primo papa dimissionario della storia. Ogni anno il 27 agosto qui si celebra il rito della Perdonanza celestiniana, potrebbe essere interessante per quel settimanale vedere quante sono le persone che entrano e visitano la basilica quei giorni ed anche nel resto dell’anno con evidenti ritorni economici per tutto il territorio. Quanto alle attività economiche e commerciali che nel frattempo hanno chiuso, non è certo grazie alla pubblicità che la pubblicazione qui contestata ha fatto che potranno riaprire ovvero che altri imprenditori possono sentirsi interessati ad aprire a L’Aquila nuove attività. E’ notevole il danno di immagine che procura una ricostruzione della realtà falsa, distorta e strumentale come quella del settimanale.

Insomma nessun messaggio positivo, nessuna foto a colori, nessuna speranza, nessuna luce che illumini l’avvenire traspare dagli scritti del settimanale. Ne viene fuori un quadro triste, desolato, una terra da abbandonare e da dimenticare. Tutto è negativo, tutto è senza futuro. Una vera schifezza quello che è stato descritto con quegli articoli a proposito dell’Aquila. Non una parola viene spesa sulle eccellenze dell’Università, sulla scuola superiore Gran Sasso Science Institute, sul polo farmaceutico, sulla ricettività turistica che offre la montagna del circondario, Campo Felice, Campo Imperatore. Nulla sulla vivace e dinamica vita culturale cittadina fatta di quotidiane rappresentazioni teatrali e concertistiche. Nulla sulle realtà sportive frequentate dai giovani della città. Nulla sul patrimonio architettonico, a già questo quel settimanale lo ignora. Nulla sulla smart city, sul 5G, sul tunnel dei sottoservizi. Infine si legge ancora che “Nessuno si preoccupa più di tenere accesi i lumini” nel sacrario all’interno di Santa Maria del Suffragio. Fuor di retorica, come pure dice quello stesso redattore, quella testata può stare tranquilla: quelle 309 vittime sono vive nei nostri cuori. Vien fatto però di chiedersi quanto gli articoli pubblicati abbiano giovato alla loro memoria, alla ricostruzione urbanistica della città, alla rinascita sociale del tessuto cittadino, alla sua vita economica. Tutto questo non interessa, per quel settimanale L’Aquila deve morire sacrificata sull’altare di un antiberlusconismo militante ormai fuori dal tempo e dalla storia. Però, a ben vedere le notizie false e tendenziose che sono state divulgate meritano un ulteriore approfondimento in sede risarcitoria. Ma questa è un’altra storia.

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