La quarantena in Italia e in Finlandia, diverse culture e diverse reazioni

di Redazione | 23 Marzo 2020 @ 07:00 | ATTUALITA'
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L’AQUILA – Sono una giornalista finlandese, abito a Roma e scrivo della situazione attuale nei giornali finlandesi.

Durante i giorni trascorsi ho osservato la differenza tra questi due paesi, su come stanno affrontando la situazione. A Roma, mi sveglio vedendo tre macchine di carabinieri dal balcone, che controllano la situazione. La notte, sento i loro megafoni che gridano alle mie coinquiline, che qualche giorno fa sono uscite a comprare le sigarette: “Ragazze, andate a casa! Non fate tardi!” In due settimane questa è diventata la normalità.

Mentre in Finlandia, i casi confermati di coronavirus sono ancora 450, e il paese sta cercando di evitare la devastante situazione dell’Italia. Le regole sono diventate più severe questa settimana.

Lunedì la Finlandia ha deciso di chiudere i propri confini da giovedì. Mio fratello, che viveva a Bologna per gli studi, ha preso un ultimo volo all’improvviso martedì.

All’aeroporto lui ha visto due voli fuori Italia e dieci cancellati. Il suo era quello per Monaco di Baviera, dove ha fatto scalo, sentendo come l’Europa si sta chiudendo: per il volo per Copenhagen potevano imbarcare solo i danesi. Non sarebbe più stato possibile raggiungere la Finlandia con un treno tra la Danimarca e la Svezia.

Arrivato in Finlandia, mio fratello fa la quarantena di due settimane in un modo più stretta rispetto a molti pugliesi che sono rientrati dalla Lombardia. Il padre della sua compagna lo aveva lasciato la macchina all’aeroporto con un pasto dentro. Dopo aver viaggiato 13 ore, ha preso la macchina e guidato direttamente a casa altre tre ore di notte, per arrivare alle tre la mattina. Ora rimane a casa con la compagna che ha deciso di fare la quarantena con lui, lavorando da casa. Nessuno di loro due va in supermercato o negli altri luoghi di incontro.

Il giorno del suo arrivo, mia madre, infermiera, ha iniziato a lavorare in un reparto dedicato per i pazienti di coronavirus. Dopo il turno è passata fuori la casa di mio fratello. Invece che abbracciarsi, loro si sono salutati con la distanza di cinque metri. Non è freddezza ma ragione in una situazione in cui uno o entrambi potrebbero avere il virus senza saperlo.

A Roma una mia amica, infermiera, deve stare in quarantena dopo che si stacca al reparto di coronavirus a Roma, e si trasferisce a Napoli. In pratica, farà la quarantena vivendo con la sua famiglia che può uscire come tutti noi – almeno in supermercato, in farmacia e in alcuni casi per il lavoro.

Mia madre, invece, si è salutata con mio padre domenica scorsa. Non sanno quando si rivedono. Mercoledì mio padre, professore, ha iniziato a insegnare tramite internet come i suoi colleghi in Finlandia, subito dopo il nuovo ordine di rimanere a casa. Tuttavia, tra i professori hanno ancora degli incontri e lo Stato raccomanda di non incontrare persone possibilmente contagiate. Ora lui abita da solo a Helsinki, e mia madre in Finlandia centrale dove lavora. I miei genitori non si stanno separando ma ragionando.

Le nuove regole valgono almeno per un mese. Per ora ci sono poche macchine della polizia in giro; sembra che non servano.

I finlandesi sono abituati a stare in casa anche per lunghi periodi durante l’inverno, persino da soli. Nei tre mesi invernali si esce pochissimo, si rientra presto e si vive la vita dentro casa.

Nella mia vita passata, per me non era strano lasciare la città per dieci giorni da sola, portare due buste piene di prodotti alimentari e uno zaino per i vestiti. Prendere un autobus che mi lasciava in campagna in mezzo al nulla: solo la neve, le stelle e meno 15 gradi sotto zero. Camminare ancora per cinque chilometri tra i boschi per arrivare nella nostra casa di campagna verso mezzanotte.

C’erano 12 gradi all’interno della casa, a dicembre. Accendevo il fuoco e iniziavo il mio ritiro dalla vita frenetica di Helsinki. In questo modo stavo bene per dieci giorni, leggendo, scrivendo, facendo le piccole passeggiate nel freddo e tagliando la legna per il camino. Ritornata in città, mi sentivo rinata grazie al silenzio e alla solitudine, in cui avevo ritrovato il mio spazio interiore.

A Roma abito con le coinquiline che non sono abituate a chiudersi in casa, ma insieme stiamo imparando a fare lo smart working e piccole pause di “solidarietà”. Un mio amico italiano, Gabriele, che vive in Finlandia da più di dieci anni, invece mi ha scritto: “Ti capisco. Anche io sono abituato a stare in casa – quanti ritiri ho fatto! – e bisogna diventare creativi per tenersi in movimento in una piccola stanza…”.

Mia Kristina Pajunen


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