La pulizia del bosco tra mito e realtà, ma ancora non abbiamo i Pgf, i Piani di gestione forestale

di Alessio Ludovici | 08 Agosto 2020, @06:08 | AMBIENTE
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“Dopo ogni incendio si dicono queste cose, bisogna pulire i boschi, basta leggere i giornali dopo il Morrone”. Se ne parla anche in città in questi giorni ma un bosco non è un parco urbano, e a stento riusciamo a tenere puliti quelli, è un ecosistema molto vasto e complesso. Ci siamo fatti una chiacchierata con Francesco Contu, dottore forestale, funzionario al settore politiche forestali della Regione Abruzzo, che ci ha spiegato, oltre la retorica di questi giorni, che cos’è la pulizia del bosco, come si fa la prevenzione.
La prevenzione non è facile”, spiega, “servono risorse, programmazione e pianificazione”. In molti parlano del Trentino in questi giorni, dei suoi boschi puliti. “Si ma è una provincia autonoma con una sua amministrazione forestale, e il suo corpo forestale, e il 90% del territorio boschivo è coperto dai Pgf, i Piani di gestione forestale. Il clima, soprattutto, è completamente diverso, almeno per ora, perché l’area a rischio incendi sta progressivamente spostandosi a nord”.

I Pgf sono dei veri e propri piani regolatori dei boschi, con essi si divide il territorio in aree omogenee e, anno per anno ,se ne programma la gestione individuando gli interventi necessari per massimizzare le funzioni che il bosco svolge. “La normativa regionale li ha resi obbligatori in Abruzzo già nel ’94, con la legge 28: enti gestori, comuni, amministrazioni degli usi civici, ecc, erano tenuti a dotarsene ma in pochi lo hanno fatto – specifica. – Ma poi servono i soldi”. “Tra 15 giorni – riprende – non ne parlerà più nessuno dei boschi, ma se si vuole fare qualcosa le strade sono queste, programmazione e risorse. Tante risorse. Non solo economiche ma anche umane, con professionalità specifiche. Per un intervento su 40ettari di bosco servono circa 300mila euro”.
A complicare le cose, oltre le dimensioni di un bosco, c’è madre natura. “Di progetti per i rimboschimenti di specie autoctone ad esempio se ne fanno, ne abbiamo fatti tanti, ma spesso sono stati un fallimento. Se un terreno è troppo povero – e quelli percorsi da incendi potrebbero esserlo ancora di più – la pianta non attecchisce. A San Giuliano, ad esempio, al contrario lasciando fare alla natura senza spendere soldi in rimboschimenti c’è stata una buona ripresa, con le specie autoctone che si sono insediate e sviluppate autonomamente”. Non a caso fu scelto il pino per i rimboschimenti in Abruzzo dove non c’erano più le foreste. “E’ una pianta più rustica, ma non fu facile, di 100 pini magari ne attecchivano 20”.
“Il dibattito su che tipo di interventi fare è molto complesso, – spiega Contu – ci sono opinioni differenti”. E la pulizia? “Si possono fare degli interventi ma bisogna anche considerare che il sottobosco è parte integrante del bosco, se eliminiamo quello non potranno ricrescere le specie che vogliamo inserire”.

Che cosa si può fare invece? “Vanno pianificati innanzitutto, e sovvenzionati, ma servono tanti soldi, interventi di selvicoltura preventiva”. Sono tutti quegli interventi che favoriscono l’evoluzione del bosco e ne diminuiscono al contempo il carico combustibile. “Si possono poi tenere meglio le zone di interfaccia, gli arbusti ad esempio, e quelle in cui passano le strade. “Sono tutti interventi che aiutano a limitare soprattutto gli incendi colposi, che sono molto più diffusi di quanto si possa immaginare, ma possono comunque poco contro quelli dolosi”.“Proprio di fronte a Civitaretenga, ad esempio, finanziammo un intervento di questo tipo, ma l’incendio ci fu ugualmente”. “La verità è che se si vi vuole diminuire il fenomeno servono grandi investimenti sulla montagna, un piano ventennale almeno, che produca anche lavoro, pubblico possibilmente”. E che cosa possono fare intanto i cittadini? “Vengo dalla Sardegna, il fuoco è imprevedibile, non ci si può improvvisare, in alcune zone neanche le pubbliche assistenze possono intervenire, ma solo gli specialisti, perché con un incendio non si scherza, basta che gira un attimo il vento magari e ci si ritrova tra le fiamme. Quello che dovrebbero fare i cittadini è innanzitutto un po’ di sorveglianza attiva, soprattutto nei giorni più caldi e ventosi”. Intanto c’è il problema della messa in sicurezza però, sentiremo parlare di deroghe anche qui? “Le deroghe per i rimboschimenti in caso di rischi di dissesto sono previste dalla legge del 2000, ma deve essere dimostrato che c’è un rischio di incolumità per le persone”


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