La memoria dei luoghi. L’Abruzzo nascosto degli ebrei

di Fausto D'Addario | 28 Gennaio 2024 @ 05:00 | I LUOGHI DELLO SPIRITO
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L’AQUILA – Conservare la memoria di una comunità, come quella ebraica, è il miglior antidoto contro ogni forma di prevaricazione e del problema mai risolto dell’antisemitismo e, più in generale, del razzismo. Conoscere la propria storia e le dinamiche culturali e civili del passato è il primo passo per rapportarsi senza pregiudizi con altre storie e altre comunità.

Ebrei d’Abruzzo, una parabola storica

Le comunità ebraiche sono pressoché scomparse da quasi cinquecento anni dall’Abruzzo, dopo l’editto di espulsione dal regno di Napoli emanato nel 1510 e poi riconfermato nel 1541. La sparizione dalla vita pubblica si è consumata nella loro cacciata, persino nell’uccisione oppure nell’integrazione forzata, attraverso le conversioni al cattolicesimo, con conseguente cambio del nome: rielaborando così le proprie radici, poterono continuare a vivere e lavorare o spostarsi nelle contrade. La mentalità popolare associava ad alcune cerimonie ebraiche una simbologia sacrilega, come quella festosa delle sorti o Purim. Si rappresentava la punizione del personaggio biblico di Haman, per significare la protezione di Dio verso il suo popolo: tra schiamazzi e baccano per le strade la sua effigie veniva insultata, crocifissa e bruciata. Dato che questa festa rischiava di sovrapporsi ai riti della Settimana Santa cristiana, si creavano evidenti contrapposizioni negli stessi spazi. A ciò si univano diffuse credenze sulla depravazione morale degli ebrei: la popolazione cristiana ne temeva i presunti riti sanguinari che si dicevano venissero celebrati nelle sinagoghe. Come se non bastasse, i predicatori eccitavano le folle e le cronache raccontano di tumulti popolari e uccisioni, forse attirati dalle ricchezze custodite nei ghetti. Gli ebrei erano poi costretti a indossare un marchio distintivo dopo il 1215, con il Concilio Lateranense: la rotella gialla, il contrassegno di qualsiasi ebreo. Anzi in numerose “Ultime Cene” italiane ed europee, la veste di Giuda è di color giallo, per identificarlo immediatamente come il traditore, e assume dei tratti caratteristici: pelle olivastra, naso adunco e barba a punta. La ghettizzazione degli ebrei in Abruzzo è riferita specialmente all’ultima fase del loro soggiorno, troncato all’improvviso dagli editti di espulsione emanati dagli Spagnoli nella prima metà del Cinquecento. Ciononostante la presenza ebraica ha lasciato alcune importanti tracce, tanto negli archivi, quanto nella memoria dei luoghi. Alcuni toponimi abruzzesi, ancora oggi esistenti o attestati in passato, rimandano ad un preesistente insediamento ebraico, variamente indicato come “ghetto” o “giudea”. E negli ultimi anni ha preso avvio anche nel nostro territorio una riscoperta delle testimonianze degli ebrei d’Abruzzo, nel grande disegno di recuperare e far rivivere quel che rimane dell’Italia ebraica. 

Il controverso caso di Pescara

Non è ancora storicamente accertato quando le prime colonie ebraiche venissero a stabilirsi in Abruzzo. La primitiva occupazione dovette interessare il versante adriatico, come dimostra il controverso e antico caso di Aternum-Pescara. Già alla metà del secolo XI, nell’antica Aternum, furono prese misure nei confronti degli ebrei, in quel clima che avrebbe portato qualche decennio più tardi alle Crociate. Secondo la leggenda, alcuni ebrei avrebbero trafitto un’immagine di Cristo tracciata su una tavoletta incerata; dalla tavoletta sgorgò molto sangue, che raccolsero in un’ampolla di vetro, nascondendo poi il tutto. Dopo tre anni l’ampolla venne alla luce insieme alla tavoletta, la cera e la lancia con cui fu trafitta. Anche se inventata per giustificare il culto del sangue dell’ampolla, la vicenda mostra come sugli ebrei ricadessero accuse di praticare sortilegi e riti sacrileghi, tanto che non era infrequente innalzare luoghi di culto cristiani al posto di sinagoghe o di siti legati alla loro presenza. Incerta l’origine della chiesa della Santa Gerusalemme nell’area antistante alla cattedrale di San Cetteo, che sarebbe tradizionalmente sorta sul sito di un’antica sinagoga. La chiesa, a pianta circolare con cupola, si è conservata fino al XVIII secolo, ma fu demolita a fine Ottocento. Oggi si ritiene che le sue strutture originali fossero invece di un edificio romano dei primi decenni del IV secolo.

Ebrei e trabocchi?

Sulla costa la presenza ebraica fu anche responsabile della costruzione di quelle figure lignee in bilico sulle acque, i trabocchi. La Costa dei Trabocchi è una striscia di terra lunga 60 km lungo il mare Adriatico, che va dalla città di San Vito Chietino a Vasto e che oggi è un vero e proprio brand dell’Abruzzo. La famiglia Verì, di origine sefardita, si stanziò sulla costa abruzzese per sfuggire alle persecuzioni in Spagna e in Portogallo, al termine della Reconquista cattolica. I Verì, abili costruttori di ponteggi, si dedicarono alla costruzione di questi marchingegni di legno per la pesca in mare e sono attestati attorno al 1627. Per altri i trabocchi sarebbero già apparsi nel XIII secolo, secondo la testimonianza del monaco celestino Stefano Tiraboschi: nelvita di Celestino V, scrisse che quando Pietro del Morrone giunse all’abbazia di San Giovanni in Venere, si dilettava ad ammirare le acque del mare sottostante, la cui costa era già punteggiata di trabocchi.

Se i lancianesi sono detti “ebrei”

Anche a Lanciano dovette fiorire dal XII secolo una cospicua comunità ebraica. Nel 1191, sotto i Normanni, gli Ebrei cacciati nel 1156 dai Longobardi vennero riammessi in città e ottanta famiglie furono assegnate a Lanciano. Chissà se ancora oggi una parte dei lancianesi ha antenati ebrei! Secondo modi dire locali, infatti, i lancianesi sono chiamato “ebrei” o frija Criste (i friggi Cristo); la pizza scima, tipica del posto, altro non sarebbe che il pane azimo; inoltre, come spesso avveniva altrove, gli ebrei venivano tacciati di essere profanatori dell’ostia consacrata. Nel rione detto “la Sacca” la memoria collettiva pone il ghetto della città, che doveva ospitare anche un’antica zecca; la sinagoga doveva sorgere di fronte alla chiesa di San Nicola. Proprio in questa chiesa nel 1998 vennero alla luce, all’interno del campanile, degli affreschi del XIV: tra questi, la scena del rinvenimento della Santa Croce con il supplizio dell’ebreo: Elena, la madre dell’imperatore Costantino, recatasi a Gerusalemme per recuperare le reliquie della croce di Cristo, si imbatté in un ebreo che ne conosceva il luogo di conservazione, ma non volle rivelarlo, per cui venne torturato. La raffigurazione del supplizio dell’ebreo poteva costituire un ammonimento per la nutrita comunità ebraica che popolava la Lanciano medievale e un invito al battesimo. Inoltre all’origine dei miracoli eucaristici, che a Lanciano sono ben tre, potrebbe esserci proprio il confronto con la minoranza ebraica: un modo per riaffermare simbolicamente la forza della maggioranza cristiana. Fuori da leggende e superstizioni, la presenza di antichi luoghi di culto ebraici era nota con il nome di scole. La presenza di una scola, frequentata dagli ebrei convenuti alle fiere, è documentata a Lanciano agli inizi del XVII secolo: la situazione dovette peggiorare però nel 1613, a seguito di una irruzione dell’arcivescovo di Lanciano in una sinagoga, quando furono condannati molti ebrei in quanto possessori di libri “nocivi” in uso nella scola.

Ebrei aquilani

Per L’Aquila significativo è stato il ripristino dell’antica targa stradale del “Chiassetto degli Ebrei”, presso la chiesa di San Flaviano, la zona dove l’importante comunità ebraica possedeva case e terreni. Poi in via Fortebraccio, Costa Cesare Campana era fino al secolo scorso chiamata “Costa degli Ebrei” ed è ancora denominata in tal modo nei documenti catastali. In effetti tra i centri che fiorirono grazie al commercio ebraico ci fu anche L’Aquila. Il commercio della lana, della seta e dello zafferano, attraverso la via degli Abruzzi e le attività di credito, resero prospera tale presenza e la situazione, tra alterne vicende, fu tutto sommato felice. Il documento più antico che ne attesta la presenza all’Aquila è del 22 febbraio 1393: re Ladislao permise a delle famiglie ebree di vivere in città, esercitare i loro mestieri, avere sinagoghe e sepolture secondo la loro consuetudine. Quindi L’Aquila doveva ospitare già un nucleo giudaico. Tutto questo almeno fino al 1427, quando si tornò a una fase involutiva e conflittuale di intolleranza religiosa. La città era caratterizzata da una forte presenza francescana, che avrebbe creato non pochi problemi alla comunità ebraica abruzzese e aquilana. L’Aquila, trovandosi al mezzo della via degli Abruzzi, fu luogo scelto per diversi capitoli generali dei francescani e frequentata da personalità illustri, come San Bernardino da Siena e San Giovanni da Capestrano. Quello che avvenne è ben riassunto da Attilio Milano nella sua Storia degli ebrei in Italia:

Il maggiore focolare della intolleranza antiebraica si palesò nell’Abruzzo, e in particolare ad Aquila. Quivi si avvicendò tutta una serie di decisi predicatori, iniziata con Giovanni da Capistrano e poi, nel 1466, attraverso Jacopo da Monteprandone ed altri, culminata nel 1488 con Bernardino da Feltre e con il tumulto da lui suscitato. Argomento di questi predicatori era quello delle usure ebraiche da abbattere e da sostituire con l’opera di un Monte di Pietà. Il panico suscitato fra la popolazione ebraica andò sviluppandosi a tal punto, che gli ebrei d’Abruzzo furono fra i primi a decidersi ad abbandonare sia la regione sia il regno, tanto che nel 1496 già non se ne trovavano quasi più in Aquila”.

Tracce di toponomastica ebraica

I toponimi fanno pensare che gli ebrei fossero concentrati in determinate aree delle città abruzzesi. Giudea e via degli ebrei (o giudei) sono tuttora documentati ad Ortona, Casacanditella, Raiano e in alcuni comuni e frazioni del cratere sismico aquilano (Castel di Ieri, Paganica, Collebrincioni). Caso interessante è quello di Civitaretenga, frazione di Navelli: la via “guidea”, in realtà giudea, attraversa stretti vicoli e suggestivi scorci fino a condurre al ghetto ebraico: scalinate, portali in pietra, volte e arcate, adatte alle fiorenti botteghe degli ebrei. Una comunità piccola ma prospera, che aveva al suo centro una sinagoga, nell’attuale palazzo Perelli. I segni ebraici sugli stipiti delle porte sono stati trasformati nel crittogramma IHS di San Bernardino. Altri toponimi simili si trovano a Santo Stefano di SessanioPiazza della Giudea, a PaganicaVico e Arco dei Giudei, a ViglianoCoppo degli Ebrei. Il paese di Collarmele, nella Marsica, è tuttora noto come il paese degli “‘nchiavacriste”, cioè dei crocifissori di Cristo. Significativamente il cognome-toponimo Tagliacozzo si ritrova nella comunità ebraica di Roma: gli ebrei marsicani, quando dovettero lasciare le loro terre, cambiarono il cognome in Tagliacozzo in memoria delle loro origini. A Tagliacozzo una lapide commemorativa incisa in italiano e in ebraico è murata nei pressi di Porta Corazza, presso una delle strade dove si trovava presumibilmente l’area a loro destinata. Riferimenti ad un quartiere riservato alla minoranza ebraica sarebbero rimasti a Città Sant’Angelo, nella “Strada del Ghetto” e a Guardiagrele; ancora nel Settecento, sono documentati nella “città di pietra” un rione e una piazza del ghetto. Resti di una sinagoga erano ancora visibili agli inizi del XIX secolo. Oggi a Guardiagrele rimane solo “via Ghetto” e una targa, con incise le parole di Primo Levi: “Meditate che questo è stato”, per commemorare un passato di esclusione e segregazione.

Poche le tracce di cimiteri ebraici, posti fuori dalle mura: Giardino degli ebrei a Loreto Aprutino indicava forse il cimitero della comunità locale, la cui presenza è testimoniata anche dal nome di una delle porte della città, Porta MardocheoOrti dei giudei vennero chiamati, a Sulmona, i terreni venduti dal capitolo di San Panfilo agli ebrei della città. Da Sulmona e dall’Aquila, per inciso, vengono anche importanti manoscritti ebraici, confluiti in grandi biblioteche, tra cui la Palatina di Parma e la British Library di Londra. A Castiglione di Tornimparte sopra le rocce della Perrazza si trova una radura nel bosco a 1600 m, circa, nota come le pràta degli ebbréi. Questo nome curioso richiama la presenza di “ebrei”, ma di cui nulla si conosce. Ad Atri c’è “Contrada Colle Giudeo”, nome associato a una località extraurbana, ma non è possibile avanzare un collegamento con un luogo di sepoltura ebraico. 

Ecco che in Abruzzo la storia degli ebrei in prima battuta non sembra avere particolare rilevanza; eppure, scavando e scavando nelle memorie, vengono alla luce legami profondi tra il mondo ebraico e la nostra Regione, che attendono ancora di essere pienamente svelati.


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