La mappa del “turpe mestiere”, tra vicoli e rioni aquilani un secolo di prostituzione

di Alessio Ludovici | 17 Novembre 2022 @ 06:08 | RACCONTANDO
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L’AQUILA – Del “mestiere”, la parola pudicamente accettabile per raccontare secoli di sfruttamento delle donne, abbiamo parlato ieri raccontando, attraverso dei processi penali dell’800 a L’Aquila, alcuni dei risvolti della vicenda. Il fenomeno, come già accennato, era vasto. Sempre in Archivio di Stato, questa volta tra gli archivi comunali e quelli della prefettura, abbiamo trovato ampia testimonianza della sua dimensione e importanza.

Un po’ prima dei fatti narrati ieri, che erano di fine ‘800, al meretricio è dedicato un’ampio fascicolo dell’archivio storico comunale degli anni ’20 del XIX° secolo. Regolamenti, lettere, censimenti delle prostitute.

In un’ordinanza di polizia del 1821, intanto, si stabiliscono alcune precise regole dell’attività. L’onda lunga della codificazione napoleonica della società arriva fino alla nostra questura che stabilisce quanto segue. Innanzitutto, è l’articolo 1, tutte le donne che “sotto qualunque pretesto si prostituiscono al turpe mestiere del meretricio saranno assoggettate a sorveglianza”. L’articolo 2 istituisce quindi un registro con nome, cognome, luogo di provenienza, abitazione e connotati delle medesime. L’art. 4 stabilisce che ogni 15 giorni le prostitute debbano essere visitate da un chirurgo in un locale dell’ospedale. Coloro che – siamo all’art. 6 – “daran motivo di risse, o di clamori nel vicinato” saranno arrestate per un mese, e in caso di recidiva espulse. All’art. 7 si stabiliscono gli orari, non oltre le due di notte mentre, all’articolo 8, si stabilisce che nel carcere avranno uno spazio a parte.

Il censimento delle “donne pubbliche” rivela l’estensione del fenomeno arrivando a contare quasi 70 persone. La mappa è facile, sono ovunque per quanto ci sono luoghi più ricorrenti: San Pietro ad esempio o la via dei Forni, ma alcune operano a San Marciano o Santa Chiara, in via Angelini, a San Domenico, in Santa Maria, a Sant’Amico, in via Santa Lucia o alla Misericordia o alle Bonenovelle. La maggioranza delle ragazze arriva da fuori città, tante da Napoli. 

Solo nel 1848, sembrerebbe, la municipalità decide destinare un apposito rione cittadino alle meretrici, ed è individuato nella “località di San Carlo verso la Porta Romana” in locale già individuato scrive l’Intendente che fa anche una prima lista dei beni necessari al servizio: un pagliare, un tavolino, un calamaio e tre sedie. La lista si allungherà un po’ nel corso degli anni. Il pagliericcio esistente, qualche anno dopo, risulta “indecente e oltremodo sozzo”. E allora ecco la richiesta di tavole, altre sedie, tovaglie. 

Più tardi, sul finire del secolo, i postriboli sono concentrati proprio nella zona adiacente via Romana. Nel ‘900 la situazione non deve essere migliorata molto, se è vero che durante il regime fascista, sul finire degli anni ’30, le istituzioni locali sono protagoniste di un’accorata battaglia per aprire una Casa di Tolleranza che l’allora Questore si è rifiutato di autorizzare. In quel momento l’esercizio deve essere perlopiù clandestino con risvolti anche simpatici, ad esempio un blitz delle forze dell’ordine in una casa clandestina in piazzetta della Commenda, blitz in cui viene beccato un altro agente, ma con l’amante.

A fine anni ’30, quindi, amministrazione comunale, partito fascista, ma la sezione rionale di Via Rustici si opporrà all’apertura in loco, e financo Adelchi Serena scriveranno missive su missive per oliare la pratica per la nuova casa. Lettere a ministri e ministeri per superare il rifiuto dell’ostinato Questore. All’Aquila in quel momento, lamentano i richiedenti, c’è una sola casa di tolleranza in via della Mezzaluna, scarsa di servizi e dove opera una sola “attrice”: una “vera piaga” ci si lamenta, anche in considerazione del fatto che a L’Aquila devono essere ammassate migliaia di truppe da addestrare e all’ospedale San Salvatore si contano centinaia di casi di infezioni veneree. Un favore alla prostituzione clandestina e alle malattie, le argomentazioni sono sempre quelle in fondo, che dovevano spingere la città a battersi, come tutte quelle “incivilite” , per avere una vera casa di tolleranza. Il luogo individuato è sempre in via della Mezzaluna, così da non arrecare ulteriore disturbo alla città e alla sua morale. 

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