La magia del Capodanno in Abruzzo tra serenate e riti propiziatori

Le tradizionali serenate di Capodanno e i riti del primo dell'anno che animano i vicoli e le piazze dei borghi d'Abruzzo

di Fausto D'Addario | 30 Dicembre 2023 @ 05:00 | I LUOGHI DELLO SPIRITO
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L’AQUILA- Serenate, mattinate, questue. Nella tradizione popolare d’Abruzzo la notte di Capodanno è tempo di cenoni e botti, ma soprattutto di canti e serenate. Praticamente in ogni paese abruzzese i vicoli e le piazze si animavano di canti augurali e riti propiziatori per celebrare l’anno che volgeva al termine e ingraziarsi quello venturo, in un clima festoso aperto e senza riferimenti religiosi impegnativi. I gruppi e le comitive dei cantori, dotati di fisarmoniche, organetti, mandolini, tamburelli e ogni genere di strumento adatto a produrre a volte più rumore che musica, studiavano i percorsi, sceglievano le case da visitare e improvvisavano versi d’occasione, adatti alle circostanze e alla condizione sociale della famiglia visitata. La melodia era semplice e cantilenata, con varianti ad effetto su strofe stereotipate: tutto veniva accolto dai paesani con gioia e commozione. Ovunque si levavano voci di bambini e cori di donne, canzoni di adulti e musiche dall’allegro sapore antico. Ma l’allegria corale aveva anche una funzione sociale in quel mondo pastorale e contadino: ridistribuire la ricchezza della comunità a favore delle famiglie più povere e svantaggiate. E in qualche modo questa carità sotto forma di gioco funzionava. Nessuno rimaneva a mani vuote: le serenate, augurando il buon anno casa per casa, avevano come obiettivo la questua. Il giorno dopo si tornava nelle stesse case visitate per ritirare offerte di cibo, di bevande, di olio.

Oggi, con gli spostamenti verso i grandi centri e il senso di comunità che va via via sparendo dai nostri borghi, la comparsa di dj set persino nei paesi più piccoli e la connotazione vacanziera e consumistica globalizzata della festa, di quelle serenate e di quei canti di questua resta poco,un patrimonio prezioso di pochi e per pochi, che merita però di essere custodito e conosciuto.


Un secolo di serenate a Pettorano sul Gizio 

Pettorano sul Gizio, in provincia dell’Aquila, anche quest’anno dopo la mezzanotte il gruppo di suonatori e cantori porterà la serenata benaugurale nelle case di amici e parenti.Gennaro Finamore scriveva che “nella sera della vigilia e in quella del dì di S. Silvestro, dall’Avemaria fino a tarda ora, le donne, in brigatelle, vanno in giro pel paese, cantando auguri, senza accompagnamento di strumenti musicali“. Pettorano è il paese dei carbonai e spesso gli uomini, proprio in quel periodo erano fuori in compagnie di carbonai e taglialegna, mentre le donne rimanevano in paese. Dopo la serenata in dialetto delle donne, c’era anche la serenata degli artigiani, rigorosamente in lingua italiana. Da quasi un secolo, precisamente dal Capodanno del 1925, le due tradizioni si sono fuse grazie al musicista Silvio Setta e al poeta Pasqualino Carrara: la serenata è oggi una canzone dialettale d’autore, eseguita da un apposito “Concertino“, la compagine di cantanti e musicisti protagonisti della rinnovata performance, che rinnova di anno in anno i componimenti eanche le melodie. La manifestazione attrae spettatori che arrivano da paesi vicini e lontani e, nonostante alcuni periodi di discontinuità, la serenata pettoranese dell’ultimo dell’anno è ancora viva e sentita. Tra le tante serenate, quella del 1953, “Scende la neve“, è diventata un po’ il canto dell’identità paesana, portata lontano da casa dai tanti emigrati e nel cuore di chi è rimasto:

Scende la neve pian pian col dolce manto a coprir la terra che vuole dormir per sognare un anno miglior.

Come lo stelo di un fior senza i suoi petali d’or è l’anno vecchio che fugge lontan, verso l’Eternità.

Tu torni sempre a cantare, serenata del primo dell’anno; tu dici buona fortuna, se qualcuno partirà; ed a chiunque rimane farai voto di felicità! 

Ora copri col manto del dolce tuo canto chi vuole dormire e sognar…

Antichi ricordi a Corfinio, Bugnara e Cansano

In altri centri dell’aquilano si conservano tracce di vecchiefilastrocche di fine anno. A Corfinio si cantava:


Bonnìbonnì, [buondì] bonnà

bona mancia ‘nche Capedanne
E passa l’anne nuove,
nche vacche e ‘nche bove [con buoi],
nche pècura fijate [pecore figliate]

A Bugnara:

Addemane è Capedanne,
nche pècura fijjate
e ‘nche mula castrate.
Se me dai ‘nu pizzille [pezzetto di dolce], pozza fa ‘nu citilille[bambino]
se me dai ‘na pezzella [pizzella], pozza fa’ na citelella[bambina]
se me dai ‘na castagna, pozza fa ‘nu re de Spagna;
se me dai ‘nu turrone, pozza fa’ nu re de crone [di corona]”

Meglio conservata è la serenata di Cansano, durata fino agli anni Cinquanta del secolo scorso. Era cantata popolare di Sante Salevièstre, una filastrocca semplice e allegra, ironica e beneaugurante. Non mancavano però frasi di dispetto a chi non avesse aperto la porta. Ne riportiamo l’inizio:

Sante Salevièstre nche le chieve d’ore [chiavi d’oro]

facemme la santa festa nche la [tua] santa signuria.
Ogge è calende, addemane è gli anne nuove.
Ciufulitte i ciufulitte [zufoletto], se me vuo’ dà na pizza fritte;
se tu ne’ me la vuo dà, tutta inotte te vuoglie cantà“.

Scanno, il borgo delle serenate

In quanto a serenate e mattinate, Scanno era tra i paesi più vivaci. “Le serenate che contavano, quelle che assolutamente non dovevano mancare ad una ragazza, erano cinque: la serenata di Sant’Eustachio, la serenata dei fiori, la spartenza, la serenata delle calzette e, ultima, ma senz’altro la più importante, la penesella, che si cantava sotto la finestra degli sposi la sera delle nozze“, annota lo studioso di tradizioni Marco Notarmuzi. C’erano due canti distinti a Capodanno: la serenata dei fiori, quando venivano deposti dei fiori sul davanzale delle finestre delle spose, e le strofe popolari di questua, attribuita alle donne o a giovani questuanti.

Bonnì e bon annufatte vuòne capu d’anne.

È benute j’anne nuove, e cu bacche e cu vuòve

Ecche jennare cu ‘na bella vesta, cu zu cappielle ‘n testa.

Te la cerche e te l’addumanne, la bona strina, ch’è capud’anne

Ma la più nota e giocosa è la serenata delle chezette del 5 gennaio, alla vigilia dell’Epifania. Il nome allude alle calzettedell’infanzia da riempire. La comitiva di suonatori e cantori, tutti intabarrati con mantello e cappello per ripararsi dal freddo e a volte anche dalla neve, gira per le vie del centro storico intonando entusiasticamente sotto le finestre delle ragazze il noto ritornello:

Addumane è la Pasquetta, t’appenneme la chezetta

Nen ce mette cherrevone [carbone]

ma soltante cose bbone


I giovani suonatori appendono alle case la chezetta (calzetta), con la speranza che il giorno dopo venga riempita con i più svariati cibi e donativi. La straordinaria varietà e quantità delle richieste è un auspicio che la persona a cui si augura l’abbondanza abbia la grascia, la grazia di Dio per il nuovo anno. 

Se la chezetta è de file d’uore,

mìttece pure nu poche d’amore.

Nu repasseme addumane matina,

tu apparecchia na bella ghellina“.

I riti propiziatori del primo dell’anno


La mattina del primo gennaio chi aveva cantato la serenata,tornava a riscuotere i doni. Ma era anche il giorno di alcuni riti tipici, come il gioco della sveglia. Le mamme di Sulmonasvegliavano dal sonno i figlioli a suon di ciabatte; meglio,facevano finta di picchiarli con la ciabatta di Capodanno:”Bonnìbonnì, bon anne, la ciavatta de Capedanne“.
In altri paesi, come a Pescocostanzo, la formula era diversa e anche la calzatura. Ci si svegliava a suon di scarponi: “Bon dì, bon dì e bon anne, che na bona Capedanneji te mène ‘che ‘stu scarpone: lassa ju vizie rẻ [il vizio reo, cattivo] pijja juvone [il buono]”.
L’accento cade sul rinnovamento integrale: la madre che caccia dal letto il dormiglione è un antico rito di passaggio dall’infanzia-adolescenza all’assunzione di responsabilità delfiglio ormai cresciuto. La sveglia poteva svolgersi anche solo tra amici e senza l’intervento delle mamme. 

All’idea di “anno nuovo, vita nuova” si ispirano altricomportamenti del primo dell’anno: si doveva evitare tutto ciò che è male, come arrabbiarsi, litigare, piangere, e allo stesso tempo massaie e contadini davano avvio a quante più attività possibili, perché: “chelle che se fa a Capedanne se fa tótte l’anne“. Qualche scaramantico fa ancora caso alla prima persona che incontra uscendo di casa, in una vera e propria casistica, incontro da cui si traevano presagi fausti o funesti per l’anno a venire: l’anziano significava lunga vita, il prete o il frate erano visti con preoccupazione. Un’altra usanza èdistruggere tutto il vecchiume dell’anno che stava finendo, per dare inizio a un anno pieno di novità. Alla mezzanotte di Capodanno si gettavano in strada dalle finestre vecchie stoviglie e oggetti malandati: guai a passare in quel momento!


L’altro rito del primo gennaio era la cerimonia dell’acqua nova, diffusa in molte località abruzzesi: di buon mattino le donne riempivano una conca piena d’acqua dell’anno nuovo e la portavano a vicini e amici, recitando un versettobenaugurale: “Bon giorne e bon Caperannechesta è l’acqua nova che te porta l’anne“. Le fontane pubbliche venivanoaddobbate e quasi prese d’assalto dalle donne con le loro conche e dai loro giovani aiutanti. Anche in questo caso l’acqua dell’anno nuovo non si attingeva, se non si ricevevaqualcosa in regalo, come fichi secchi, noci, legumi cotti. Una leggenda diffusa in molte località abruzzesi voleva che nell’istante esatto del passaggio dall’anno vecchio al nuovo, istante fuori del tempo, le acque dei fiumi si tramutassero inoro. Una donna, ignara di questo, si trovò ad attingere acqua proprio in quel momento e si dice che portò a casa una conca d’oro. L’acqua, al centro di rituali arcaici di fecondità e delle cerimonie battesimali, è simbolo della vita, della purificazionee rigenerazione. Il rito dell’acqua nova, perciò, significavavita nuova, vita che rinasce con il tempoche riprende, daccapo, il suo cosmico fluire.


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