L’AQUILA – Una delle primissime libertà riconquistate tra l’estate del ’43 e la primavera del ’45, se non la prima, man mano che la penisola veniva liberata dagli angloamericani e dalle forze partigiane, fu la libertà di stampa. Ricominciavano a uscire i giornali di opposizione che il fascismo aveva messo al bando, come l’Unità, Avanti! o La Voce Repubblicana, ma soprattutto tornavano a fare liberamente il proprio lavoro le grandi testate storiche.
Quotidiani come il Corriere della Sera o La Stampa (che per un periodo uscirono significativamente come Il Nuovo Corriere e La Nuova Stampa) dovettero faticosamente liberarsi dalle direzioni imposte dal regime per riscoprire la propria identità di cronaca e di pensiero, dopo anni passati a pubblicare le “veline” del potere. Il crollo di quel sistema fu simbolicamente sancito proprio negli ultimissimi istanti dell’esperienza fascista: Manlio Morgagni, presidente della storica Agenzia Stefani e fedelissimo di Mussolini, si tolse la vita nella notte tra il 25 e 26 luglio del 1943. L’ultimo direttore, Ernesto Daquanno, fu invece condannato a morte e fucilato il 28 aprile del 1945. Quell’agenzia, che era stata il cuore pulsante della propaganda, finiva la sua corsa insieme al regime che aveva servito.Il regime, del resto, non era arrivato all’improvviso. Vent’anni prima era cominciato proprio con gli assalti alle leghe, ai sindacati e, appunto, alle redazioni dei giornali. Ma siccome questa benedetta libertà di stampa non accennava a volersi mettere da parte, si passò al controllo diretto e arrivarono così le leggi fascistissime e il Minculpop, il Ministero della Cultura Popolare, che serviva a controllare formalmente ogni singola riga prodotta nel Paese.
Per questo una delle prime leggi della nostra bella Repubblica fu proprio quella sulla stampa, l’8 febbraio del 48, poco più di un mese dopo l’entrata in vigore della Costituzione il 1° gennaio. Un atto fondamentale che eliminava definitivamente la censura preventiva. La libertà di stampa è un valore insopprimibile della democrazia, nella nostra Costituzione lo ricordano gli articoli 2 e 21.
Eppure, oggi, questa libertà è un privilegio di pochi nel mondo. I rischi per la libertà di stampa non arrivano solo dai regimi, che pure vanno pericolosamente di moda, ma anche dalle nuove forme di controllo economico delle grandi multinazionali del web. Da quando i motori di ricerca hanno iniziato a fornire i riassunti automatici alle domande degli utenti, il traffico verso i siti di informazione è crollato del 30%, senza che editori e giornalisti abbiano visto un centesimo. È una forma di soffocamento diversa, ma altrettanto pericolosa perché se l’informazione non ha le risorse per sostenersi, la libertà resta solo un principio scritto sulla carta.
La storia, di questa strana libertà, ne ha fatto a meno per secoli, come di tante altre. Un paese può andare avanti anche senza; persino una democrazia, formalmente, ne può fare a meno, come accade in Russia o altrove, ma a quel punto non è più una democrazia. Si può fare a meno anche di quest’ultima in fondo, soprattutto se la pancia del consumismo è piena.
Ma allora a cosa serve questa benedetta libertà di stampa? È servita a una giornalista libanese, Amal Khalil, prima che venisse assassinata mentre faceva il suo lavoro, per raccontare per raccontare l’invasione del suo paese. Amal si aggiunge al drammatico elenco degli operatori dell’informazione uccisi a Gaza, oltre 200. Se fosse stato possibile per la stampa straniera entrare a Gaza, è probabile che quel numero sarebbe stato molto più basso, così come quello delle vittime civili. In un’epoca in cui sembra si possa fare a meno anche dei giornalisti, perché tanto ci sono le macchine a fare anche questo lavoro, la vita di Amal ci ricorda che una macchina può rielaborare i dati, ma una cosa non può farla, avere coraggio.








