La Divina Eleonora Duse raccontata da Mirella Schino apre l’Estate al MAXXI L’Aquila

di Eleonora Iacobone | 14 Giugno 2024 @ 05:00 | CULTURA
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L’AQUILA – La rassegna Libri e cinema in corte dell’Estate al MAXXI L’Aquila si apre con un omaggio alla più grande attrice di tutti i tempi, la Divina – così nota al pubblico mondiale – Eleonora Duse.

Mirella Schino, docente di Discipline dello spettacolo presso l’Università di Roma Tre, torna a L’Aquila, dove ha a lungo insegnato presso la Facoltà di Lettere e Filosofia, per presentare il suo libro Eleonora Duse. Storia e immagini di una rivoluzione teatrale, pubblicato da Carocci nel 2023. Il volume, presentato in dialogo con Doriana Legge di Univaq, in occasione del centenario dalla morte di Eleonora Duse, ripercorre con testimonianze, racconti e carteggi un ritratto dell’attrice che ha rivoluzionato il teatro moderno, celebre in tutto il mondo, ma soprattutto in Abruzzo, per l’amore tormentato e idilliaco con il poeta Gabriele D’Annunzio.

Una figura tanto indagata e studiata ma sulla quale c’è ancora tanto mistero. Mirella Schino, che negli anni si è ritrovata più volte, con una cadenza regolare di quindici anni, ad interfacciarsi con il personaggio di Eleonora Duse, si propone con il suo testo di approfondire quegli aspetti più nascosti, ma anche più peculiari, che hanno reso la Duse un’icona indiscussa della scena mondiale.

Ma cosa rende Eleonora così Divina? La fame di verità che ha saputo portare sul palcoscenico è certamente il motivo più grande del suo successo. La sua recitazione così ricca di gesti e movimenti era naturale, vera e permeante, tanto da ispirare Stanislavskij nell’elaborazione del suo metodo recitativo. La Duse sapeva entrare nei suoi personaggi rivoluzionandoli e facendoli suoi, smontando i copioni per inserirvi all’interno il suo messaggio personale, mettendoci la sua esperienza e il suo sentire. Il risultato? Un modo di recitare persuasivo e coinvolgente perché, appunto, vero. Talmente coinvolgente da ammaliare il pubblico straniero mantenendo sempre l’italiano come lingua per i suoi personaggi.

Il drammaturgo russo Anton Čechov scrisse di lei: «Ho proprio ora visto l’attrice italiana Duse in Cleopatra di Shakespeare. Non conosco l’italiano, ma ella ha recitato così bene che mi sembrava di comprendere ogni parola; che attrice meravigliosa!». Questo perché la sua presenza, il suo controllo del corpo e della voce sapevano abbattere tutte le barriere comunicative dettate dalla diversità della lingua. Fu così che conquistò anche Lee Strasberg, il regista fondatore del famoso “Method Acting”, e il grandissimo Charlie Chaplin che la definì “anima dell’arte”.

Inoltre, Eleonora utilizzò i suoi personaggi per comunicare un messaggio all’avanguardia per i suoi tempi. Le sue donne, infatti, come confermerà l’amicizia con Sibilla Aleramo, erano portatrici di rivoluzione e rottura con il mondo borghese, attanagliato dalla logica del denaro, del potere e da una visione subordinata del ruolo della donna. La Duse le incarna, dà corpo, voce e istinto alla Teresa Raquin di Émile Zola, una delle opere più rappresentative del naturalismo francese, alla Nora di Casa di bambola di Henrik Ibsen, opera che si scaglia contro il perbenismo ipocrita ottocentesco, e lo fa con una veemenza, a tratti nevrotica, di innegabile forza e verosimiglianza.

Proprio a quel mondo borghese dominato dal dio-denaro, incapace di provare emozioni sincere, Eleonora contrappone la verità del sentimento, che non farà mancare a nessuno dei suoi personaggi, in particolare a La signora delle camelie che porterà in scena per trent’anni. Rompe completamente gli schemi del teatro ottocentesco, ma lo fa con il rumore della sua grazia, con la sfrontatezza di mostrarsi e accettarsi per quella che è, libera, naturale, senza trucco, con le rughe in volto e i capelli bianchissimi, indossando il viola – colore bandito a teatro – e imponendo nuovi modi di fare e concepire l’arte.

La Duse mette in atto una “rivoluzione silenziosa” nel teatro che non è solo stilistica; cambia il senso del teatro stesso e del motivo per cui ci si va. La rivoluzione di cui è pioniera è prima di tutto una rivoluzione – o faremmo meglio a dire un terremoto – che scatena nel suo pubblico delle scosse emotive ed esistenziali che, inevitabilmente, lo portano a delle riflessioni sul mondo. Si va, dunque, a teatro non più per piacere e cultura, ma per fare i conti con delle parti di sé. Eleonora sa sorprendere il suo pubblico con una tensione nervosa ed esasperata che la faranno definire “moderna” da un pubblico più giovane, meno costruito, sa imporsi al suo sguardo stabilendo con questo un rapporto intimo profondo. È per questo che molti torneranno a vederla più e più volte consecutive, creando delle nuove abitudini negli spettatori che andavano a teatro solo per diletto.

Dell’amore travolgente con l’abruzzese D’Annunzio – secondo però a Boito, meno ricordato – ci restano come testimoni, oltre alle lettere raccolte in Come il mare io ti parlo, opere di grande bellezza come il romanzo Il Fuoco, che le costò non poche critiche, e la raccolta poetica Alcyone. Ma Eleonora fu determinante per il successo del poeta. Portò, infatti, sulla scena molte sue opere, spesso finanziandole di sua tasca e contribuendone alla fama. Fu un amore tormentato che segnò la vita personale e artistica di entrambi, un sodalizio artistico di grandi frutti. Quando la Duse morì, durante la sua ultima tournée a Pittsburgh, Gabriele disse: «È morta quella che non meritai», rimuginando forse sul fatto di aver preferito a lei Sarah Bernhardt, famosa rivale della Duse, per la prima francese de La città morta.

Ma Eleonora, in cuor suo, forse per la sua libertà e per la forza del suo progetto artistico, l’aveva già perdonato con una delle frasi, a mio avviso, più belle, esemplare e rappresentativa della sua veemenza interiore: «Gli perdono di avermi sfruttata, rovinata, umiliata. Gli perdono tutto, perché ho amato».


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