La Croce del Perdono per la 729a Perdonanza celestiniana.

di Cinzia Scopano | 28 Agosto 2023 @ 05:40 | PERDONANZA
Croce del Perdono
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L’AQUILA – Sono passati ormai 24 anni da quando, durante il Giubileo del 2000, gli orafi aquilani Laura Caliendo e Gabriele Di Mizio, decisero di realizzare la prima Croce del Perdono, da donare all’amministrazione comunale, perché il giorno dell’Apertura della Porta Santa di Collemaggio, ne facessero dono a dome di tuti i cittadini aquilani, al Cardinale delegato per presiedere il Rito della Porta Santa.

Ieri sera, nella Basilica di Santa Maria di Collemaggio, si è ripetuto questo significativo appuntamento, che ormai è entrato a far parte delle iniziative preparatorie al giubileo celestiniano, e che ha visto la presenza del Cardinale Arcivescovo, Giuseppe Petrocchi, dell’Arcivescovo Coadiutore, mons. Antonio D’Angelo, del Nunzio Apostolico, mons. Orlando Antonini, che ha tenuto una significativa riflessione, pubblicata in anteprima dal nostro giornale, l’Assessore al turismo del comune dell’Aquila, la dott.sa Ersilia Lancia, molte autorità civili e militari, di cui è degna di nota la presenza della sott.sa Federica Zalabria, Direttrice Regionale dei Musei d’Abruzzo e Direttrice delegata del Museo nazionale d’Abruzzo e l’Arch. Cristina Collettini, Sovrintendente per L’Aquila-Teramo della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio, oltre a moltissimi cittadini non solo aquilani, presenti per vedere in anteprima la croce del perdono per l’edizione di questa Perdonanza.

Durante l’introduzione, don Daniele Pinton, direttore dell’Istituto Superiore di Scienze Religiose di L’Aquila, ha voluto ricordare come ‘questo momento, a un anno preciso dalla venuta all’Aquila di Papa Francesco, per la sua epocale visita in occasione della Perdonanza celestiniana, dove facendo proprio un messaggio che da molto tempo il Cardinale Petrocchi aveva sottolineato,  della città dell’Aquila, Capitale del Perdono, vuole farci rivivere, anche attraverso i canti eseguiti dal Coro Diocesano Giovanile San Massimo, che rievocano i canti che hanno accompagnato la celebrazione della Messa papale, le emozioni e i forti sentimenti di riconoscenza per un cammino che a quarant’anni dalla prima perdonanza dell’era moderna, segna un ‘anno zero’ per una Perdonanza ora aperta al mondo’.

Nella sua riflessione, mons. Orlando Antonini, partendo dal titolo della croce del Perdono di quest’anno, Lignum Crucis et Vitae, ha approfondito tre elementi di questa realizzazione degli orafi Caliendo e Di Mizio: la passione di Cristo attualizzata nell’esperienza di due giovani Serve di Dio della terra aquilana, Anfrosina Berardi e Santina Campana.

Antonini, ha affermato che ‘i messaggi di questo nuovo capolavoro di oreficeria, uscito dalla fervida ispirazione di Laura Caliendo e Gabriele Di Mizio, sono tre: nel lignum crucis et vitae l’inscindibile nesso causale tra passione e gloria, tra sofferenza e gioia; nella vite e i tralci, la necessità del nostro rimanere uniti in Cristo ed Egli in noi per portare frutto; nell’immagine di S. Pietro, il Papa e il Perdono papale di Celestino. Temi, questi, che inducono ad un discorso privilegiatamente omiletico’.

Nel proseguo della sua riflessione, mons. Antonini, ha rimarcato attraverso la simbologia presente nella croce di un prezioso cammeo raffigurante San Pietro e quindi il legame con il dono dell’indulgenza celestiniana, ha affermato che il terzo simbolo della croce di Laura e di Gabriele ci riportano al Papa.

L’intersezione dei due bracci, con la vite e i tralci che vi si dirigono, si incentra infatti sul cammeo col segno di Pietro: del papa appunto, principio e fondamento visibile della nostra unità in Cristo. Per noi il 28 agosto 2022 il papa è stato principio e fondamento visibile ancora di più. Abbiamo avuto l’immensa grazia, per prima volta nella storia, di avere la nostra Perdonanza presieduta da un sommo pontefice, papa Francesco. Sapete bene che il Santo Padre è venuto solo e soltanto per merito del nostro Cardinale Arcivescovo, cosa da rimanere negli Annali, anche a suggello dei suoi 10 anni di governo episcopale tra noi. Auguri vivissimi, cara Eminenza! Ed auguri vivissimi di buon lavoro pastorale tra noi a Mons. Antonio D’Angelo, nostro fresco Arcivescovo Coadiutore! Papa Francesco, inoltre, non solo ha dichiarato S. Maria di Collemaggio tempio del perdono ma, ampliando ad un anno intero l’indulgenza plenaria di Celestino V, ci ha elargito anche l’Anno della Misericordia, misericordia che, ricordiamo, per S. Agostino è ‘amore che si riversa gratuitamente su chi non lo merita: “Così infatti il Signore ha agito con l’uomo: non solo non gli ha reso male per male, ma in luogo del male gli ha accordato il bene”.

Il cardinale Arcivescovo Giuseppe Petrocchi, prendendo la parola al termine della relazione tenuta da mons. Orlando Antonini, ha voluto ringraziare la Caliendo e Di Mizio, per questo impegno che da ormai ventiquattro anni li contraddistingue nel percorso di rivitalizzazione della Perdonanza celestiniana, e soffermandosi sulle Croci del Perdono ha sottolineato come, pur avendo un significato identico, ogni anno si distinguono dalle precedenti nel loro messaggio, frutto di riflessione e di cammino di fede, che ha come elemento trainante il mettersi davanti a Dio per esprimere nella bellezza il messaggio sempre nuovo della salvezza di Cristo che parte dalla croce redentiva.

Prima di introdurre la dama della croce, impersonata da Valentina Gulizia, una giovane diplomata in Arpa presso il Conservatorio A. Casella di L’Aquila, scelta con la motivazione: “per la vocazione dell’Aquila di non essere solo un momento di transizione, ma anche un luogo dove c’è la possibilità di restare”,  Don Pinton, ha voluto ricordare come la Croce del Perdono per questo anno 2023, realizzata, in argento 925, con lastrine di legno in noce incastonate nei quattro bracci della croce, con la guarnizione di tralci e foglie di vite, oltre al cammeo ispiratosi all’Anello del Pescatore, con il quale papa Francesco ha iniziato il suo ministero petrino il 19 marzo 2013, vuole legarsi anch’essa alla forte emozione suscitata lo scorso anno dalla visita del Santo Padre e alla ferula papale a lui donata, realizzata per l’occasione da Laura Caliendo e Gabriele Di Mizio e usata spesso in questo ultimo anno da Papa Francesco durante le celebrazioni nella Basilica di S. Pietro in Vaticano.  nella speciale, felicissima occasione.

L’evento, si è concluso con la cerimonia di consegna della Croce del Perdono, da parte di Laura Caliendo e Gabriele Di Mizio all’Assessore Ersilia Lancia, in rappresentanza del  Sindaco di L’Aquila, perché domani se ne possa fare dono a nome della cittadinanza aquilana, al cardinale Marcello Semeraro, Prefetto del Dicastero per le Cause dei Santi, delegato dall’Arcivescovo Metropolita dell’Aquila per l’apertura della Porta Santa di Collemaggio  e un altro esemplare, come avviene da ventiquattro anni, allo stesso Arcivescovo dell’Aquila, perché durante il Corteo della Bolla, possa anch’egli portare questo prezioso segno.

Ecco il testo della riflessione di Sua Eccellenza Mons. Orlando Antonini, Nunzio Apostolico.

LIGNUM CRUCIS ET VITAE

(Collemaggio, 27 Agosto 2023)

I messaggi di questo nuovo capolavoro di oreficeria, uscito dalla fervida ispirazione di Laura Caliendo e Gabriele Di Mizio, sono tre: nel lignum crucis et vitae l’inscindibile nesso causale tra passione e gloria, tra sofferenza e gioia; nella vite e i tralci, la necessità del nostro rimanere uniti in Cristo ed Egli in noi per portare frutto; nell’immagine di S. Pietro, il Papa e il Perdono papale di Celestino. Temi, questi, che inducono ad un discorso privilegiatamente omiletico.

Il primo messaggio lo vedo tangibilmente rappresentato nella Trasfigurazione di Gesù sul monte Tabor. I discepoli erano stati presi da grande timore al sentire Gesù che poco prima aveva loro detto “che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei sommi sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso” (Mt 16, 21). Perciò sul Tabor, manifestando la sua gloria col trasfigurarsi, vuole rassicurarli ed alimentare la loro speranza. Il lignum crucis, il Calvario, è dunque legato al lignum vitae, il Tabor. Com’è stato ben detto, “la liturgia lega sempre la passione di Gesù alla sua gloria. Questo legame tra gloria e passione, questa connessione tra Tabor e Golgota è sempre stato colto ed evidenziato dai padri della chiesa, perché la trasfigurazione è possibile solo attraverso il cammino della croce”. Lo è anche nella nostra vita. Non c’è rosa senza spine, non c’è successo senza sacrificio.

Eppure è proprio il dolore, il male, il grande scandalo, e la motivazione, che porta molti ad affermare che Dio non esiste. Il fatto è che vi sono state, e vi sono, persone anche giovani che hanno dimostrato la loro adesione alla volontà di Dio accettando le sofferenze di malattie più o meno lunghe, più o meno invalidanti, vissute spesso per anni in un letto. Pensando prima, ovviamente, alla Vergine Santa, che vestì il lutto come Addolorata e poi il vestito festivo della resurrezione di Gesù e dell’Assunta, abbiamo proprio tra noi due fulgidi esempi di iniziale trasfigurazione realizzatisi qui in terra: le nostre Anfrosina Berardi e Santina Campana. Conoscete il loro calvario.

La Serva di Dio Anfrosina Berardi nacque il 6 dicembre 1920 qui vicino, a San Marco di Preturo. Fu educata dalla madre alla preghiera, alla recita del Rosario e alla pietà cristiana. Verso la fine del mese di aprile 1931, cominciò ad avvertire i primi sintomi della sua lunga e dolorosa malattia: appendicite, con forti dolori addominali. Il 10 maggio venne ricoverata presso l’Ospedale dell’Aquila ed operata. L’intervento chirurgico non raggiunse l’effetto desiderato e i dolori, dopo un breve periodo, cominciarono ad aumentare. I familiari tentarono altri mezzi per curare la salute della piccola Anfrosina. Il fratello maggiore decise di portarla a Roma. Fu purtroppo un tentativo vano, e dopo qualche mese, Anfrosina tornò a casa. Le radiografie cui fu sottoposta notarono che si stava verificando una progressiva occlusione intestinale, di proporzioni tali da sconsigliare ogni altro intervento chirurgico. Alla fine del 1931, il fratello la riportò a Roma, e, per non farle perdere l’anno scolastico, la iscrisse alla scuola romana ‘’Dante Alighieri’’. Anche questa volta, il male progressivamente si accentuò e Anfrosina dovette tornare nel paese natale. Il 13 ottobre 1932, in occasione della visita pastorale del Vescovo, ricevette la Prima Comunione e il Sacramento della Confermazione. Dalla sua primissima infanzia aveva coltivato una precoce dedizione a vivere unita con il Signore. In lei fu forte la devozione verso Gesù sofferente e la Vergine Maria. In tutta la sua vita seppe sempre trasmettere un’immensa gioia e serenità. Era servizievole non solo con i familiari, ma anche con le persone estranee e sapeva consolare gli altri nei momenti di maggior bisogno. Ha vissuto un completo abbandono nelle mani di Dio e una profonda vita di preghiera, in costante ed intima comunione con il Signore. Ogni sua azione era sempre rivolta all’adempimento della volontà divina. Dedicava i momenti liberi all’orazione. La sua fede fu di grande esempio nella vita di molte persone e attraverso l’esercizio eroico di quella fede, superò diverse difficoltà relative alla malattia.. Inoltre, tale fede eroica si rivelò costantemente con un intenso spirito di preghiera, splendendo soprattutto nel momento della dolorosa malattia e della morte. Manifestò un’immensa devozione alla Vergine Santissima, fino ad avere degli intimi e misteriosi colloqui con Lei. Trascorse gli ultimi cinque mesi della vita costantemente a letto, sopraffatta dalle sofferenze. Morì il 13 marzo 1933, all’età di 13 anni, circondata dai parenti, conoscenti, dal parroco e da una grande folla. In questo suo breve cammino terreno, vivendo la virtù della speranza in modo eroico, ne fu sostenuta ed aiutata a superare tutte le sofferenze fino alla morte, che sopportò con un perenne sorriso e con un atteggiamento di serenità.

L’altra Serva di Dio Santina Campana, nata ad Alfedena nel 1929, essendo tra le più piccole dei sette fratelli e sorelle che componevano la famiglia si sobbarcò volentieri dei non lievi lavori da fare in casa e fuori, per sostituire man mano i 5 fratelli e sorelle che lasciavano la casa per rispondere alla chiamata di Dio. A 14 anni, sfollata a causa della seconda guerra mondiale e dei bombardamenti che distrussero la casa e l’azienda agricola, e rifugiata con i suoi nei casolari abbandonati delle nostre montagne, in tutto il periodo di clandestinità del lungo e freddo inverno del 1943 si ammalò gravemente di pleurite, con dolori diffusi e febbre alta. Dopo la guerra, ammessa a 16 anni come novizia tra le Suore di Carità di S. Giovanna Antida Touret, già nel 1947, a 17 anni, con una improvvisa emottisi, si rivelarono i segni di una gravissima tubercolosi polmonare, sicché dovette lasciare il Noviziato per entrare nel Sanatorio ‘Villa Rinaldi’ di Pescina. Qui, per essere la malattia troppo avanzata per poterla fermare, mentre ogni intervento chirugico che si metteva in atto non faceva altro che procurarle nuove sofferenze in un corpo attaccato da forti febbri fino a 42 gradi e che dagli iniziali 84 Kg di peso era scesa a 48 quattro anni dopo, assalita da tosse che le squassava il petto, emottisi frequenti, sudore diffuso, mancanza d’aria, morì il 4 ottobre 1950 a soli 21 anni.

Per sé questi due casi non sarebbero diversi da moltissimi altri di povere giovani morte tra atroci sofferenze fisiche e morali; anche più gravi. Quello che stupisce in queste due nostre giovani sono non solo l’accettazione che ebbero della soffernza, ma la serenità con cui vissero il loro calvario, addirittura il desiderio di ricevere più sofferenza, essendo loro a far coraggio agli altri dal loro letto. Agli occhi di questa nostra società avanzata post-cristiana, razionalista, relativista ed edonista le parole con le quali ad esempio Santina Campana si esprimeva riguardo alle sue malattie e sofferenze appaiono masochismo, pazzia. A 7 anni si offrì ‘vittima’ per la vocazione religiosa delle sorelle e sacerdotale dei fratelli, “Dove c’è una vocazione, diceva, non può mancare una vittima”. A coloro che venivano a trovarla nel periodo della pleurite e della clandestinità ripeteva: “Coraggio, sarà quello che il Signore vorrà, se Egli non permetterà, nessuno ci potrà fare del male”. Per la prima Comunione nel 1936 scrisse sul suo Diario: “Gesù, dammi altre sofferenze, fammi morire giovane e fa che in Paradiso sia vestita di bianco con guarnizioni rosse”. Dal letto di dolore, che lei chiamava il suo ‘trono bianco’, attirava le anime afflitte e le consolava così: “Coraggio, il soffrire passa, l’aver sofferto rimane”; “anche la malattia è una grande missione da compiere”, sicché pregava i dottori di non darle calmanti, perché voleva essere vigile e accettare con volontà e gioia il dolore, come Gesù che prima di essere crocifisso non volle bere l’aceto che gli avrebbe lenito le sofferenze.

Orbene, il lignum crucis, la sofferenza, non è però fine a sé stessa, è finalizzata al lignum vitae, alla vita. La proposta di Pietro che sul Tabor esclamò: “Signore, è bello per noi stare qui!” (v. 4), esprime il desiderio di ogni cuore umano di rimanere per sempre nella gioia di Dio. A questo siamo stati chiamati, alla beatitudine, trasfigurati come Gesù sul monte. Una trasfigurazione, la nostra, che comincia già qui, in terra, con la conversione a Dio, e progredisce negli anni. “E noi tutti” insegna l’Apostolo Paolo “a viso scoperto, riflettendo come in uno specchio la gloria del Signore, veniamo trasformati in quella medesima immagine, di gloria in gloria, secondo l’azione dello Spirito del Signore” (2Cor 3,18). La Trasfigurazione, con la visione di Gesù Cristo nella gloria, è stata per Pietro, Giacomo e Giovanni una finestra sulla risurrezione e sulla vita beata che dopo la risurrezione finale ogni creatura umana potrà godere se avrà vissuto in terra nella continua ricerca dei beni del cielo. Quando la nostra uscita personale da questo mondo avverrà e ci incontreremo finalmente con Dio, anche noi splenderemo della Sua stessa gloria.

L’altro simbolo della croce del Perdono di quest’anno è la vite coi suoi tralci. Orbene, Anfrosina Berardi e Santina Campana l’hanno assunta, la sofferenza. Non solo: l’hanno assunta volentieri. Non solo ancora: sono arrivate a ringraziarne Dio, se ne sono sentite privilegiate, associandola alle sofferenze di Cristo. Uno scandalo, questo, oggi che si tenta con tutti i mezzi scientifici o para scientifici per azzerare il dolore, senza però riuscirci. Anfrosina e Santina ci sono riuscite, meglio degli stoici. Non erano delle extraterrestri capitate qui da un altro pianeta. Erano due giovani ordinarie, come le nostre oggi. Cosa o chi dava ad Anfrosina e a Santina quell’accettare volentieri, persino ringraziandone e desiderandone di nuove, quelle atroci sofferenze affidandosi in tutto alla volontà di Dio? Quale la vena da cui scaturiva quell’acqua e la radice da cui nasceva tale frutto, per dirla con S. Giovanni della Croce? Giacché, diceva il buon don Abbondio in Manzoni, “uno il coraggio da solo non se lo può dare!” Anche Anfrosina e Santina: non avevano in sé stesse tale coraggio. Solo il loro rimanere come appunto i tralci alla vite in Gesù Cristo poté dare loro quel coraggio di accettare gioiosamente dalle mani di Dio un’intera vita di sofferenza, salendo fino al suo più alto grado. Il primo grado è la rassegnazione al dolore, visto che non si può fare altrimenti. Il secondo grado è l’accettazione del dolore. Il terzo e più alto grado è di ringraziarne il Signore, desiderando di riceverne ancora per assomigliare a Gesù in croce per il bene degli altri. Papa Giovanni Paolo II, colpito anch’egli da grave malattia negli ultimi anni, definì la sofferenza un ‘vangelo superiore’. Del resto, già S. Paolo scriveva: “Completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo”. Cosa manca ai patimenti di Cristo? I nostri, di noi come suo corpo mistico. I patimenti del Capo devono infatti passare a quelli del suo Corpo che siamo noi. In noi essi possono essere completati se li accettiamo volentieri come fecero Anfrosina Berardi e Santina Campana. Il segreto sta appunto nel rimanere in Cristo, nel tenersi fermi in Cristo, un rimanere che cresce accogliendo l’invito formulato da Gesù nel quarto Vangelo: “Rimanete in me ed io in voi (Gv 15,4). Occorre rimanere in Cristo come il tralcio alla vite: il tralcio può portare più o meno frutti, ma certo non porta “frutto da sé stesso, se non rimane nella vite” (Gv 15,4).

In merito, i casi di Giobbe e del profeta Geremia mostrano la fondamentale differenza di atteggiamento che i credenti ebbero verso la sofferenza prima di Cristo e della venuta del suo Spirito, lo Spirito Santo. Per le note intollerabili disgrazie patite da questi due uomini di Dio per permissione di Jahweh, alla fine, certo, si rimisero alla sua volontà, ma prima, affranti dal dolore, entrambi gli si erano ribellati, maledicendo il giorno in cui erano nati (Ger. 20,14-18; Gb 7,20; 6,9-10; 3,3). Non saprei se sia effettivo quanto di recente qualche autore ha affermato, che cioè un certo discorso spiritualista avrebbe “introdotto nel cristianesimo un’esaltazione della pazienza e una conseguente inibizione della collera e del lamento, addirittura percepiti inadeguati per il credente, sia a causa del discorso accusatorio rivolto nei confronti di Dio, spesso violento e quasi sfociante nella blasfemia, sia a causa dell’imporsi, appunto, di una sorta di spiritualità della rassegnazione e del sacrificio, trasformati indebitamentente in virtù”. Il logos biblico, al contrario, continua questo autore, testimonierebbe “la fecondità del lamento”, avendo “la straordinaria funzione di restituire dignità teologica al lamento, alla ribellione”. Parrebbe che sì, il lamento è ammissibile, potrebbe dirsi anche un diritto, ne siamo autorizzati da Gesù stesso quando nel Getsemani sudò sangue nel chiedere al Padre che passasse da lui il calice della passione e della spaventosa morte e quando sulla croce si identificò col salmo 22, quel salmo che comincia sì con un grido ma si fa poi tutta lode di Dio e speranza. Che però la spiritualità della rassegnazione e del sacrificio siano stati trasformati indebitamente in virtù come questo autore afferma, mi rende per lo meno perplesso. La storia dei santi dopo la venuta dello Spirito Santo, che come dice S. Paolo si esprime in noi con ‘gemiti inesprimibili’, attesta il contrario. Anche Anfrosina e Santina si saranno lamentate, ma la forza interiore data loro da Cristo non le ha portate a ribellarsi nella forma e nei toni di Giobbe e di Geremia. Perché c’è un atteggiamento verso il dolore prima della venuta dello Spirito Santo ed uno diverso dopo la sua venuta.

Adesso, il terzo simbolo della croce di Laura e di Gabriele: il Papa. L’intersezione dei due bracci, con la vite e i tralci che vi si dirigono, si incentra infatti sul cammeo col segno di Pietro: del papa appunto, principio e fondamento visibile della nostra unità in Cristo. Per noi il 28 agosto 2022 il papa è stato principio e fondamento visibile ancora di più. Abbiamo avuto l’immensa grazia, per prima volta nella storia, di avere la nostra Perdonanza presieduta da un sommo pontefice, papa Francesco. Sapete bene che il Santo Padre è venuto solo e soltanto per merito del nostro Cardinale Arcivescovo, cosa da rimanere negli Annali, anche a suggello dei suoi 10 anni di governo episcopale tra noi. Auguri vivissimi, cara Eminenza! Ed auguri vivissimi di buon lavoro pastorale tra noi a Mons. Antonio D’Angelo, nostro fresco Arcivescovo Coadiutore!

Papa Francesco, inoltre, non solo ha dichiarato S. Maria di Collemaggio tempio del perdono ma, ampliando ad un anno intero l’indulgenza plenaria di Celestino V, ci ha elargito anche l’Anno della Misericordia, misericordia che, ricordiamo, per S. Agostino è ‘amore che si riversa gratuitamente su chi non lo merita: “Così infatti il Signore ha agito con l’uomo: non solo non gli ha reso male per male, ma in luogo del male gli ha accordato il bene”’. Ora, l’indulgenza plenaria aquilana, riconfermata in perpetuum con rescritto del 1° Febbraio 1967 della Penitenzieria Apostolica, fu segnalata nel sito vaticano per il Grande Giubileo del 2000. Felicemente, pertanto, abbiamo sentito ad inizio agosto Sua Eminenza Giuseppe Petrocchi dire che “io ho profondamente a cuore il collegamento del messaggio celestiniano con il prossimo Giubileo del 2025, che rappresenta per il nostro territorio una straordinaria apertura … Se si riuscirà a saldare Perdonanza e Giubileo, insieme alla storica visita del Papa, per L’Aquila potrebbero aprirsi panorami straordinari dal punto di vista spirituale e sociale. Pensate all’eventuale risposta se L’Aquila venisse inserita nel percorso giubilare”. È proprio questo che noi speriamo intensamente. Per la basilica celestina di Collemaggio e per la stessa Aquila.

Ma attenzione. Ora che Papa Francesco ha ufficializzato la definizione che il Card. Petrocchi aveva dato dell’Aquila – ‘capitale del perdono’ –, sarà una vera sfida, perché si tratterà di fare Perdonanza ancor più a livello comunitario, sociale. Nel 1294 uno dei frutti del Perdono di Celestino V fu la pacificazione delle fazioni cittadine in lotta. Oggi, quali sarebbero le comunità, civili, ecclesiali, o quali i gruppi e fazioni in lotta, che dovrebbero pacificarsi? E in che senso? Perciò il Cardinale ha concluso: “Ora l’invito va rivolto alla comunità tutta. Una comunità che invito ad essere compatta in tutte le sue componenti per offrire il suo volto più bello. Questa celebrazione è di tutti. Evitiamo di disperderci in rivoli secondari che potrebbero dare l’impressione di non essere proiettati sul centro gravitazionale del patrimonio della nostra Perdonanza. Questa sarà la nostra impresa: un’impresa che dovremo affrontare insieme”.

Altrimenti, concludo io, sarà alquanto arduo vedere L’Aquila come Città di Perdono. Ecco, carissimi, i rilievi che il capolavoro di Laura e di Gabriele mi hanno ispirato.

Grazie!


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