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La chiesa di Santa Maria ad Cryptas e il suo universo simbolico

La chiesa di Santa Maria ad Cryptas e il suo universo simbolico
La chiesa di Santa Maria ad Cryptas, con il suo nome già evocatore dei simboli che custodisce, si trova a Fossa, uno di quella miriade di borghi di antichissima origine che si incontrano nella Valle dell'Aterno,

FOSSA (AQ) – La chiesa di Santa Maria ad Cryptas, con il suo nome già evocatore dei simboli che custodisce, si trova a Fossa, uno di quella miriade di borghi di antichissima origine che si incontrano nella Valle dell’Aterno, scendendo da L’Aquila verso Stiffe. Nella quiete delle settimane estive, vale la pena una piccola fuga per perdersi nella magia di questo edificio sacro, capolavoro maestranze benedettine, prima secondo gli stili dell’architettura romano-bizantina, poi dello stile gotico-cistercense.

All’ombra della poderosa mole del castello d’Ocre, Fossa distende placida i suoi monumenti impregnati di silenzio e apre al viaggiatore l’antico disegno dei vicoli freschi e avvolgenti, con le piccole case piantate sui selciati, con il suo sapore di paese immerso nella luce e nella calma di un paradiso perduto. Queste terre sono state invece molte frequentate, a partire dal fiero popolo dei Vestini, come testimoniano gli scavi che hanno portato alla luce una splendida necropoli.

Tra archeologia e miti, santi e leggende che hanno animato Fossa, nel vero gioiello ci si imbatte poco prima di entrare in paese: gli amanti del turismo lento dei borghi rimarranno stupiti nel vedersi di fronte, isolata, l’austera semplicità degli esterni della chiesa di Santa Maria ad Cryptas, che deve questo nome particolare alla presenza di un luogo di culto precedente, dedicato alla dea Vesta. Una facciata a blocchi squadrati e irregolari, provenienti dagli edifici della antica città romana di Aveia e un semplice portale ad ogiva dischiudono sono le soglie eterne di un mondo perduto. Momenti segreti dove ti accorgi di esistere appena: l’interno offre il più spettacolare complesso di pittura medievale abruzzese realizzato in due fasi, la prima nel tardo Duecento, la seconda nel Trecento. I capolavori della prima fase sono della mano dell’unico artista noto del Duecento abruzzese, Gentile da Rocca; si sviluppano in due narrazioni, la prima relativa alla Genesi e al Giudizio Universale, la seconda sulla vita di Cristo.  L’interno segue il modello monastico dei cistercensi, con una sola navata divisa in tre campate, conclusa da un presbiterio di forma quadrata. Addentriamoci ora nel linguaggio dei simboli, quel linguaggio che rivela certi aspetti della realtà, che sfuggono ad altri mezzi di conoscenza. 

La visita inizia idealmente dagli affreschi dell’arco trionfale, con le storie della Genesi che occupano la parete destra. Nella scena iniziale un Dio giovane e sbarbato – la creazione del cosmo è la giovinezza dei tempi – che in posizione centrale separa il sole dalla luna, ossia la luce dalle le tenebre, e le onde dalle le spighe, ossia le acque dalla la terra. Seguono poi le altre canoniche, secondo il racconto biblico, fino alla creazione di Adamo ed Eva e alla cacciata dal Paradiso, la cui soglia ora è custodita da un cherubino che brandisce una spada fiammeggiante. Gli affreschi abbondano di rappresentazioni di animali, piante, uomini, angeli etc. realizzando simbolicamente l’integrazione delle diverse creature del macrocosmo medievale. Non è una presentazione realistica del mondo, come lo vediamo normalmente con i nostri occhi. E lo capiamo: le figure appaiono semplici, goffe, stilizzate, quando non esteticamente rozze. È una rappresentazione simbolica, che vuole suggerire il mistero profondo delle cose, non la loro superficie, che è solo il loro guscio esteriore.  Questo è, per eccellenza, il campo dell’arte sacra, di cui rimangono esempi splendidi in Abruzzo. Il fiore più piccolo, l’astro più luminoso, i mostri più spaventosi e gli angeli più belli non sono altro che segni di una realtà superiore. Lo capiremo meglio proseguendo la visita.

Ora che l’uomo ha perso la sua familiarità con Dio, l’immutabilità del tempo divino si separa dalla precarietà del tempo umano. Nella nuova condizione l’umanità è costretta a procurarsi da vivere con il sudore della fronte: il ciclo di affreschi dispiega, infatti, la raffigurazione di un calendario – rimangono solo le scene con i lavori degli ultimi sei mesi dell’anno – che i più accorti avranno già accostato al ciclo di affreschi della non lontana Bominaco. Nella sua natura cosmico-sacrale l’avvicendarsi ciclico delle stagioni e dei mesi intreccia due parti fondamentali della nostra vita: il lavoro e il tempo. Siamo in una chiesa di ispirazione cistercense: non dimentichiamo che questa spiritualità monastica riformata torna a promuovere l’idea del lavoro manuale; si doveva disboscare, bonificare, arare i terreni, seminare, raccogliere, costruire edifici col legno e la pietra, tutto nel segno della povertà e del rigore di vita. Il coronamento di un perfetto dominio della natura, dove legno e pietra ne erano l’anima architettonica. I monaci cercavano dei luoghi deserti e in mancanza di essi, con lavori di tal genere lavori, i deserti li creavano! Il calendario con le opere stagionali era la traduzione visiva di un nuovo modo con cui la Chiesa guardava al senso del lavoro: non più fatica, frutto della condanna di Adamo, ascesi monastica o mortificazione penitenziale, ma pilastro e fondamento della dignità di tutto l’edificio cristiano. Quanta modernità in affreschi così antichi!

Completano la parete le figure dei tre Patriarchi, con il loro mantello carico delle anime dei giusti. Rappresentano la condizione dei risorti: anzi già subito dopo la morte gli eletti godono della visione beata, secondo la riflessione monastica medievale. La scena si fonda sul vangelo di Luca (Lc 16,19-31) che parla del povero Lazzaro, portato nel seno di Abramo dopo la morte. Il seno indica una posizione di vicinanza e intimità con Dio, che è il Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe, il Dio dei viventi, non dei morti (cfr. Mc 12, 26-27). In più, c’è l’aspetto del rovesciamento: tutte le sofferenze e le ingiustizie patite durante la vita terrena, saranno compensate. In alto le due grandi figure di santi cavalieri: San Giorgio (in greco gheorgós significa agricoltore, contadino), colui che ha vinto il drago simbolo delle forze male e San Maurizio, patrono – come Giorgio – dei cavalieri e la cui lancia fu associata a quella di Longino, che aveva perforato il costato di Cristo. Probabilmente il committente di questi lavori doveva appartenere all’ordine cavalleresco. Lo scopriremo fra poco.

Girandoci verso la porta di ingresso – tecnicamente questa parte della chiesa si chiama controfacciata – si dispiega la scena del Giudizio Universale, tra le più antiche in Abruzzo: il momento conclusivo della nostra storia. Perché questa collocazione, dietro la facciata? Presto detto: il fedele, uscendo dal luogo sacro e ritornando agli affari del mondo, doveva tenere a mente il messaggio che Dio è il supremo giudice delle azioni degli uomini. Scene dantesche secondo uno schema prefissato: in basso l’Inferno e i demoni che seviziano i dannati; San Michele Arcangelo impegnato nella pesa delle anime; poi le figure dei morti che fanno capolino dalle proprie tombe per la risurrezione; più in alto, ancora San Michele separa gli eletti dai dannati. Al di sopra di tutto, il Cristo Giudice, alfa e omega della storia che, circondato da angeli musicanti, porta a consumazione le vicende dell’umanità. Una leggenda popolare vuole che, visitando a questa chiesa in occasione della nomina di papa Celestino V, Dante rimase talmente impressionato dai dipinti del Giudizio da trarne ispirazione per la Divina Commedia!

Lo spazio sacro del presbiterio, che si presenta rialzato in fondo alla chiesa, è il luogo della teofania, della discesa di Dio sull’altare. Pertanto accoglie gli episodi essenziali del sacrificio che vi si celebra: l’Ultima cena, l’Arresto, la Flagellazione, la Crocifissione, il Seppellimento. È la passione di Cristo ad essere rappresentato, sacrificio che si rinnova continuamente sull’altare ogni volta che viene celebrata l’eucaristia. Del fluire di queste grazie intendeva beneficiare il committente con la sua famiglia – rappresentata sotto il seppellimento di Cristo – identificabile con la figura vestita con abiti da crociato, forse il cavaliere francese Morel de Saours, che reggeva in quegli anni il castello di Ocre.La vitalità artistica della chiesa è testimoniata da molto altro: un tabernacolo ligneo a due ante raffigurante la Vergine con il Bambino proveniva da Santa Maria ad Cryptas; oggi si trova al Museo Nazione d’Abruzzo a L’Aquila. L’icona, dipinta dallo stesso Gentile da Rocca degli affreschi, era collocata in fondo alla navata sinistra, all’interno di un’edicola marmorea ancora oggi tutta affrescata. Affreschi del Trecento abbelliscono la parete sinistra con le storia della vita della Madonna. Nei secoli si sono susseguiti altri interventi: la splendida Annunciazione, nell’altare a edicola sulla sinistra, datata 1486 e firmata Sebastiano, che evidenzia tratti dello stile romano; è notevole a destra la pala con la Madonna del Rosario e le storie dei misteri, di Giovan Paolo Cardone, datata 1583, che replica il suo stesso prototipo eseguito poco prima a Pescocostanzo.

Santa Maria ad Cryptas

Siamo però in altre epoche, portatrici di altre sensibilità e di altri stili: noi abbiamo ritenuto opportuno soffermarci sulla parte più antica, quella che svela una percezione più acuta dell’uomo. Contemplando l’universo simbolico della chiesa di Santa Maria ad Cryptas, il visitatore purifica lo sguardo interiore: riconosce di appartenere ad un tutto mirabilmente costruito e organizzato, ad una umanità che trascende le diversità di razza e di cultura; riconosce cioè, in un mondo moderno sconquassato dalle recenti crisi, i legami che Dio ha posto fra l’uomo e il suo cosmo.