La caduta libera dell’Italia e la zona franca dell’Aquila

di Redazione | 09 Settembre 2011 @ 00:00 | EDITORIALI
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Standars and Poor’s declassa l’Italia, ritenuta incapace di far fronte al debito pubblico, a causa di una crescita economica sempre più debole e una situazione di incertezza politica che ostacola la ripresa. Più cocente allora si fa la delusione per il “declassamento” aquilano per la zona franca. Le motivazioni della bocciatura dell’istanza predisposta per la città dell’Aquila sono riassumibili in una insufficiente e poco documentata fotografia delle necessità consegnate nell’incartamento all’Unione europea.

Tra accuse e recriminazioni forse sarebbe bastato dare uno sguardo ai dati dell’Inps. Secondo l’Istituto nazionale per la previdenza sociale, tra il 2008 e il 2010, le aziende “attive” nel comune dell’Aquila sono calate di oltre cento unità, passando da 2.609 a 2.505. Crollate anche le presenze turistiche, passate dalle 216.641 del 2008 alle 153.283. Per non parlare dei residenti ‘ufficiosi’ e non ufficiali. Certo non ha giovato l’opposizione del Ministero dell’Economia e il tira e molla con quello dello Sviluppo economico, così come non ha giovato alla causa della zona franca, la relazione della Banca d’Italia che parlava di ‘impennata’ dei depositi bancari nei territori terremotati.

Allo stato dei fatti Bruxelles, richiede all’Italia, di «fornire un’indicazione dei settori di attività delle piccole e micro imprese che andrebbero a beneficiare della manovra, sia i criteri e le motivazioni per cui l’intero territorio comunale dell’Aquila, piuttosto che una porzione di esso o l’intero cratere, verrebbe eletto a zona franca urbana». Il tutto dovrà essere corredato di cartografia indicante gli insediamenti delle nuove imprese e, non ultima, l’analisi dei meccanismi di controllo per evitare un effetto di sostituzione tra le imprese già esistenti e le nuove imprese (chiusure e aperture fittizie).

Ora ci aspetta l’attesa di venti giorni per l’invio dei dati mancanti e di altri due mesi di valutazione europea per porre rimedio all”incuria’ nella predisposizione della documentazione per la zona franca, sperando che il nostro paese non vada in bancarotta, in blocco.

E intanto sono passati due anni e mezzo. Il contesto generale è, oggi, certamente drammatico, ma è innegabile, anche oltralpe, che il terremoto un qualche effetto, negativo, sull’economia aquilana l’abbia prodotto. Ora, il cittadino comune si chiede: come è possibile che non si riesca a dimostrare con una documentazione e dei dati adeguati, da parte di chi “amministra” questo territorio, la situazione economica di un tessuto economico così agonizzante? La Regione si difende asserendo che erano proprio quelli i dati quelli richiesti da Bruxelles e quindi l’errore, se c’è stato, non è attribuibile all’amministrazione locale. Insomma di chi è la colpa? Come al solito in questo paese, tutti colpevoli e nessun colpevole. E intanto L’Aquila lentamente muore.

di Maria Cattini
[tratto da Gli Editoriali del Direttore – IlCapoluogo.it]


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