Kiev tra Patočka e Sallustio, 47 anni fa il sacrificio del filosofo ceco

di Redazione | 13 Marzo 2022 @ 06:54 | RACCONTANDO
Jan Patočka
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Anche in quella dolorosa giornata del 1977  – proprio  come oggi, esattamente 45 anni dopo –  era domenica 13 marzo. Quando il filosofo ceco Jan Patočka (era nato il 1° giugno del 1907) fu fulminato da crisi cardiaca dopo uno sferzante interrogatorio: l’ennesimo, della polizia politica di Praga. Occhiuti funzionari, chiamati a reprimere la dissidenza anti Urss di Charta 77. Patočka ne era stato portavoce come intellettuale di lucida teoresi, volto a costruire sentieri praticabili di diplomazia secondo una prassi, fondata sul dialogo concreto.

Come ancor oggi  – ghigno della storia-che-si-ripete-identica-a-sé-stessa –  ci si sforza di comporre lo iato tra le parti dell’angosciante confrontation russo-ucraina. Un conflitto, che comunque ci interpella. Per le decisioni del governo e degli alleati, immediatamente schieratisi contro l’occupazione militare di uno Stato autonomo; pure per il mainstream mediatico ad intensissima presa emotiva e tematica nel teatro di guerra. Focus della  riflessione storica, politica, economica e morale, alimentata dal dibattito degli specialisti e dell’opinione pubblica. Agorà, per certi versi, se non mancata, sicuramente lesinata, per tornare all’incipit, al filosofo ceco, vittima della brutalità della politica con i carri armati. Perché Patočka lottò allora, assai poco  sull’agenda dei media, contro la stessa pretesa autocratica di oggi, contraria a democrazia di governo e libertà di scelte. Lo fece sulla scorta di una dottrina socratica, rivisitata con l’apporto di fenomenologia ed esistenzialismo. Per restituire centralità alla persona, all’umanesimo, all’antropologia dei vissuti e delle azioni quotidiane contro verticistiche sintesi idealistiche e statolatriche. «Il pensiero non si distingue per la sua capacità di astrazione quanto per la sua vigilanza nei confronti di ogni possibile forma di dominazione», ha spiegato Simona Forti, tra le più acute lettrici di Patočka. Dalla cui lezione morale arriva un’illuminante considerazione: «L’anima è coraggiosa  – si espone alla messa in questione -, è disciplinata  – in quanto subordina tutti gli affari della vita alla battaglia del pensiero –  ed è giusta  – fa ciò che sente di dover fare».

Chi non saprebbe, da aquilano, rintracciarvi il lascito del pensiero sallustiano? quasi un sorprendente fil rouge tra l’intellettuale ceco e lo storico di casa nostra, fieri combattenti e l’uno e l’altro per il rinnovamento politico nella libertà dell’organizzazione pubblica. Come si evince, ad esempio, nelle due Epistulae. L’una, per marcare con tono maschio e severo, caro alla prosa sallustiana, l’entusiasmo per la svolta augustea contro la decadenza della repubblica e l’altra, per alludere, con scrittura ricercata, ma piana e godibile, ai montanti aneliti per l’atteso risorgimento delle istituzioni. 

Quanto basta a lumeggiare sull’inquieto presente: il destino delle popolazioni più che gli sviluppi delle rispettive politiche interne a Mosca e a Kiev. Proprio a quel che puntava la battaglia di opposizione al regime sovietico di Patočka e. del pari, quanto preoccupava Sallustio sia nel suo tormentato cursus di proconsole in Africa sia nel suo ripiegamento di carriera  – dopo la fine di Cesare –  per un appagante otium letterario. Insomma, due nobilissime figure in un doppio millennio di storia, che sembrano testimoniare con improbabile comunanza di destini la fatica dell’umanità a capirsi fino in fondo per davvero, derogando da sviamenti individuali ed istituzionali. Succederà che alle due richiamate occasioni venga associata la presente investigazione sulla guerra in Ucraina?

In particolare, si farà tesoro oggi  – domenica 13 marzo, come domenica fu il 13 marzo del 1977 –  della riflessione di Patočka? Il quale ha insistito sulla nozione socratica di pòlis come spazio politico ovvero pubblico  – ha ricordato Hannah Arendt –  precisando che in quella dimensione gli uomini conseguono la piena umanità, la loro esaustiva realtà, non perché esistono (come succede nelle relazioni domestiche), ma perché appaiono personalità dell’eticità generale, della democrazia, della responsabilità. «Molti soldati che s’erano avanzati fuori dell’accampamento  – chiosa Sallustio nel Bellum Jughurthinum –  o per vedere soltanto o per fare bottino, riconoscevano a terra chi un ospite, chi un conoscente, chi persino un parente…». Dramma della guerra, oggi rinnovato da analoghi episodi già finiti sotto la censura del nostro Sallustio. Identica cifra di umanità sconvolta da recuperare alla coscienza, che ha guidato l’elaborazione teorica di Patočka. E nell’odierno conflitto?


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