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Italiani d’Argentina. Con “Stefano” il TSA racconta un’Italia oltreoceano

Italiani d’Argentina Stefano
Prosegue il progetto “Italiani d’Argentina. Sguardi, corpi e opere”, partito dalla decennale frequentazione di Stefano Angelucci Marino,

L’AQUILA – Prosegue il progetto “Italiani d’Argentina. Sguardi, corpi e opere”, partito dalla decennale frequentazione di Stefano Angelucci Marino, fondatore e direttore artistico della compagnia Teatro del Sangro, con il Teatro Stabile d’Abruzzo.

Tra gli eventi in programma a L’Aquila, città attorno alla quale ruota la manifestazione, dal 10 al 26 settembre, lo spettacolo “Stefano” di Armando Discepolo, andato in scena ieri sera al Ridotto del Teatro Comunale. In scena Roberto Solofria, Autilia Ranieri, Rossella Gesini, il poliedrico Paolo del Peschio, interprete di più personaggi, e lo stesso regista Stefano Angelucci Marino che, con le loro maschere dagli occhi incavati e profondi, proiettano il pubblico nell’abisso della loro disperazione.

Il TSA, in collaborazione con Teatro del Sangro e Teatro Abeliano di Bari, ci propone, con questa nuova produzione, un viaggio alla scoperta di una parte d’Italia, quella fuori confine, oltreoceano, esattamente in Argentina e in tutto il Sudamerica.

“S쳭eva sempre che a un certo punto uno alzava la testa… e la vedeva. È una cosa difficile da capire. Voglio dire… Ci stavamo in più di mille, su quella nave, tra ricconi in viaggio, e emigranti, e gente strana, e noi… Eppure c’era sempre uno, uno solo, uno che per primo… la vedeva. […] l’America”.

Impossibile non rievocare le parole di Alessandro Baricco nel celebre monologo Novecento quando si parla di emigrazione e concittadini costretti a lasciare la propria casa, i propri affetti e le proprie abitudini per inseguire l’illusione di un riscatto.

Quella degli italiani d’Argentina è una storia lunga un secolo, un esodo iniziato a cavallo tra due secoli e che ha visto milioni di italiani partire in cerca di un futuro migliore. La meta è quella che nell’immaginario collettivo ha sempre rappresentato una sorta di “paradiso”, una terra “nuova” in cui tutto poteva accadere, in cui la speranza di una vita ricca e felice ha mobilitato un mondo intero.

Stefano, il protagonista dello spettacolo, è un musicista diplomato al Conservatorio di Napoli che, come tanti immigrati di inizio Novecento, arriva a Buenos Aires con la speranza di trovare la tanto agognata “America”. Il suo sogno di diventare un musicista ricco e famoso, però, dovrà presto fare i conti con la realtà, ben diversa da quella prospettata tra le mura della casa italiana, scaldata dal sole del golfo di Napoli. Sopravvivere in un paese straniero, dover piantare nuove radici di accettazione e resilienza, lo porteranno presto a mettere da parte – o meglio, come lui stesso afferma in una ripetuta confessione di colpa, a mangiarsela! – la sua musica e la sua vocazione artistica.

Uno spettacolo che viaggia, come il suo protagonista, tra momenti comici e prese di coscienza tragiche, che rendono viva e concreta l’importanza e la necessità di tanti italiani oltreconfine di riconnettersi con la madrepatria, dopo aver inciso la propria impronta nelle culture con cui sono entrati in contatto, a partire dalla lingua che, nello spettacolo, sposa espressioni dialettali con lo spagnolo.

Tra gli obiettivi del progetto “Italiani d’Argentina. Sguardi, corpi e opere” vi è, infatti, quello di mettere in risalto l’operazione culturale messa in atto da tanti italiani emigrati all’estero, i quali hanno tramandato ai loro discendenti la storia delle proprie origini e lo spirito della cultura italiana.

L’Argentina vanta tutt’oggi una delle comunità italiane più importanti del Sud America e – a pensarci bene – chi di noi non ha tra i propri antenati un parente che nello scorso secolo ha intrapreso quel viaggio verso un sogno?

Quando avevo 18 anni squillò il telefono, risposi. Dall’altro lato una voce parlava un italiano sbiadito, dimenticato. Capii all’istante, quasi per un sesto senso, chi c’era dall’altra parte. Mia nonna aspettava la telefonata di sua sorella dal Brasile da cinquant’anni. Arrivò tardi, per una manciata di giorni. Fu difficile comunicarle quel ritardo, ma fui felice di sentire la voce di quella donna di cui per una vita avevo sentito parlare. Fu come riconnettermi con una parte arcaica di me. Non chiamò più, ma quel momento lo ricorderò per sempre con grande emozione. Negli anni mi ero chiesta se fosse riuscita a realizzare quel “sogno americano”, ma dalle risposte di mia nonna intuii che anche lei aveva inseguito una “mariposa”.

Stefano, con le sue paure, le sue difficoltà, la sua voglia di riscatto, ha fatto rivivere la storia e il sentire di tanti fratelli, cugini, zii, amici che, partiti come dei “randagi”, sono diventati con la loro forza dei veri e propri eroi di resistenza, molto spesso sacrificando la cosa più cara che avevano: i sogni!