La terza esclusione consecutiva dai Mondiali non è più una tragedia: è diventata la normalità. E questo è il problema vero.
C’è qualcosa di peggio del dolore: l’assuefazione al dolore. Mercoledì sera, mentre Cristante calciava il suo rigore fuori dallo specchio della porta a Zenica, molti italiani hanno provato una sensazione strana — non la lacerazione del 2017, non lo sgomento muto del 2021. Qualcosa di più piatto, quasi inevitabile. Come quando arriva una bolletta che sai già di non poter pagare.
L’Italia non andrà al Mondiale del 2026. Per la terza volta consecutiva. Un dato che, scritto nero su bianco, dovrebbe sembrare assurdo per una nazione che ha vinto quattro Coppe del Mondo, che ha prodotto Maldini e Zoff, Rivera e Baggio. Eppure eccoci qui, a guardare la Bosnia-Erzegovina festeggiare il passaggio del turno su un campo che avremmo dovuto dominare — o quantomeno non regalare.
La domanda che vale la pena porsi non è chi ha sbagliato il rigore. È perché ci troviamo, ancora, a fare questo calcolo.
Un’eliminazione annunciata da lontano
Accusare l’arbitro Turpin è comprensibile, forse anche in parte legittimo. Ma è anche il modo più comodo per evitare la conversazione scomoda. Sì, il rosso a Bastoni ha cambiato la partita. Sì, alcune decisioni hanno fatto discutere. Ma un’Italia davvero solida, con un progetto tecnico credibile, non avrebbe dovuto trovarsi a dipendere dagli umori di un fischietto francese nei minuti supplementari contro una squadra classificata fuori dalla top 70 del ranking FIFA.
Il problema non è la partita di Zenica. È la serie di partite — e di anni — che l’hanno preceduta.
Gennaro Gattuso ha ereditato una situazione difficile, si dirà. È vero. Ma gestire una situazione difficile è esattamente il compito di un commissario tecnico. E la gestione del pre-partita, la lettura degli spazi lasciati da una Bosnia che non ha mai nascosto le sue ambizioni fisiche e di pressing, il piano B quando si è rimasti in dieci: tutto questo è compito suo, e su tutto questo ci sono domande legittime a cui rispondere.
Il sistema che protegge sé stesso
La FIGC non è una vittima. È una delle cause. Anni di governance complicata, federazioni che litigano per le poltrone mentre i vivai restano sottofinanziati, un campionato di Serie A che ha privilegiato il mercato degli stranieri rispetto alla crescita dei giovani italiani — questo è il contesto dentro cui nascono i Pio Esposito e i Cristante che calciamo ai rigori. Ragazzi di talento, certo, ma figli di un sistema che non ha saputo costruire intorno a loro una mentalità vincente nei momenti che contano.
E Gravina? Il presidente federale è sopravvissuto a tutto — alle eliminazioni, alle polemiche, alle richieste di dimissioni. Sopravvivere non è sinonimo di governare bene. A volte è semplicemente il segnale che il sistema che hai contribuito a costruire non prevede nessuno che possa davvero tenerti in scacco.
Ora il passo indietro di Gravina mette il calcio italiano e la politica di fronte alle proprie responsabilità. Ma al momento delle dimissioni è partita la gara, tutta italiana, per piazzare un nome, possibilmente un amico, un parente o un benefattore, alla presidenza della Federcalcio.
La Nazionale come specchio
C’è una tentazione, ogni volta che l’Italia viene eliminata, di trasformare la sconfitta in un discorso più ampio sul declino del Paese, sulla mancanza di meritocrazia, sull’italica propensione all’autoassoluzione. È una tentazione cui vale la pena resistere almeno in parte — il calcio è calcio, e proiettarci sopra ogni ansia nazionale rischia di renderci ciechi ai problemi specifici e concreti del football italiano.
Detto questo, qualcosa di vero in quel parallelo c’è. Un Paese che non riesce a portare avanti riforme strutturali — nei vivai, nella governance, nella gestione tecnica — perché ogni attore del sistema tutela la propria posizione invece di servire l’obiettivo comune, assomiglia molto a un Paese che non riesce a riformare la sua pubblica amministrazione per le stesse ragioni. Non è fatalismo: è osservazione.
Il calcio italiano non ha bisogno di lamentarsi meglio. Ha bisogno di costruire diversamente.
2030: avranno diciotto anni senza averla vista
Tra quattro anni ci sarà un Mondiale in Sudamerica e Spagna e Portogallo. E ci sarà, per la prima volta nella storia, una generazione di ragazzi italiani che compirà la maggiore età senza aver visto la Nazionale giocare in una Coppa del Mondo. Non è una metafora, è un dato demografico. È la misura concreta di quanto questa crisi sia profonda e di quanto il tempo per rimediare non sia infinito.
Non serve un commissario straordinario, non serve una task force o un libro bianco. Serve qualcosa di più semplice e più difficile allo stesso tempo: delle persone che decidano di fare le cose giuste anche quando è scomodo, anche quando significa perdere potere, anche quando il sistema spinge nella direzione opposta.
Il calcio italiano ha tutto ciò che serve per tornare competitivo. Ha i ragazzi — Kean lo ha dimostrato anche questa sera, con il suo sesto gol consecutivo in Nazionale. Ha gli stadi, ha le risorse, ha una tradizione difensiva e tattica che è stata il modello del calcio mondiale per decenni.
Manca la volontà collettiva di cambiare davvero. E finché quella volontà non arriva, i rigori sbagliati a Zenica saranno solo l’ultimo capitolo di una storia che non sa come finire bene.








