Ingv: analogie tra le sequenze sismiche dei terremoti del 1703 e del 2009

di Redazione | 11 Agosto 2022 @ 16:39 | RACCONTANDO
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L’Abruzzo, nell’inverno del 1703, sperimentòinsieme allo Stato Pontificio e agli altri territori abruzzesi del Regno di Napoli una delle più disastrose sequenze di terremoti della storia sismica italiana. “Preceduto da una serie di scosse dall’ottobre del 1702, fortemente avvertite in Valnerina, il primo fortissimo terremoto colpì i villaggi della stessa Valnerina e dell’alto Reatino nella notte del 14 gennaio, seguito da un un’altra forte scossa due giorni dopo. Il giorno della Candelora, 2 febbraio 1703, l’Aquila e i paesi circostanti furono devastati dal secondo forte terremoto della sequenza. I terremoti furono ampiamente avvertiti, da Napoli a Venezia, e procurarono danni rilevanti anche a Roma. La Valnerina, l’alto Reatino e l’Abruzzo settentrionale furono durissimamente colpiti, con la distruzione di decine di centri abitati, anche importanti come Norcia, Cascia, Amatrice e L’Aquila. Le repliche si susseguirono per circa un anno. Diversi piccoli insediamenti furono abbandonati e mai più rioccupati.

Secondo l’Ignv il prezzo della catastrofe, sia in termini di vittime, quasi 10.000 (il numero varia a seconda delle fonti), che di ricaduta economica-sociale, fu enorme. La sequenza del 1703 è stato uno dei grandi disastri sismici della storia italiana e ha lasciato una traccia profonda nella memoria delle città e dei paesi del centro Italia coinvolti.

Dal grande impatto emotivo e sociale scaturirono numerose pratiche religiose, rivolte alla penitenza ed espiazione dei peccati e offerte di ringraziamento (Castelli e Camassi, 2007). L’intervento diretto di Papa Clemente XI si concretizzò in una indulgenza plenaria, seguita dalla concessione di un Giubileo il 17 gennaio (Biblioteca Apostolica Vaticana, 1703a).

In moltissime località vengono istituite o promosse pratiche di ringraziamento o espiazione collettiva in forma di processioni, messe, pellegrinaggi o semplicemente donazioni in denaro, come si legge in molti documenti delle comunità locali, soprattutto dello Stato Pontificio

La sequenza colpì un vasto territorio pressoché equamente diviso tra la giurisdizione dello Stato Pontificio e quella del Regno di Napoli. Dalla documentazione disponibile risulterebbe che gli interventi delle due amministrazioni ebbero modalità e tempistiche diverse. Molto rapida nell’intervenire fu la Santa Sede, direttamente coinvolta a livello centrale sia nelle misure di emergenza nelle località danneggiate, che nelle misure di ristoro spirituale. Con un certo ritardo si mosse il governo del Regno di Napoli, forse per la distanza dall’area epicentrale, o forse per una maggior lentezza della macchina amministrativa, unita al fatto che il Regno versava in un lungo periodo di crisi dovuta alla guerra di successione di Spagna.

Uno studio recente di Tertulliani et al. (2022) ha aggiornato quanto era già noto nella tradizione sismologica (Baratta, 1901; Monachesi, 1987; Guidoboni et al., 2018) ampliando le conoscenze sull’impatto degli eventi del 1703, ma ha anche aperto uno sguardo su aspetti critici della sismologia storica concernenti i criteri di valutazione dei dati sismici relativi ad una sequenza sismica.

Un quadro completo dell’impatto generale di tutte le scosse della sequenza sismica del 1703 è raffigurato in figura 3, dove per ogni località viene mostrato il grado di intensità massima osservata durante la sequenza.

Figura 3. Mappa degli effetti complessivi dovuti alle scosse della sequenza del gennaio-febbraio 1703, rappresentate con l’intensità massima avuta durante tutto il periodo sismico, senza distinzione delle singole scosse.

La scossa del 14 gennaio

…Norcia, se pure merita più tal nome, hor qui mi sia lecito ridire che non facilmente si crede dà chi ocularmente non vede l’eccidio di essa; Giunto doppo qualche disastro passato nel viaggio a rimirarla da lontano, restai stupito ad una vista sì deplorabile, avvicinatomi osservai le mura, che la racchiudevano, come se fossero state battute dal Cannone tutte infrante, e atterrate…

De Carolis P., (1703)

E’ così che si presentò la città di Norcia agli occhi del Commissario Apostolico della Santa Sede Pietro De Carolis nei giorni successivi al 14 gennaio 1703.

Il Commissario Apostolico De Carolis, incaricato dalla Curia romana di relazionare sugli eventi, era partito da Spoleto il 21 gennaio e percorrendo le zone colpite dal disastro era arrivato fino ai confini meridionali dello Stato Pontificio raccogliendo dati e notizie su quanto accaduto. Il suo resoconto riporta con dettaglio informazioni su danni e mortalità dovuti alla scossa del 14 gennaio e aggravati, presumibilmente, da quella del 16 gennaio – senza che quest’ultima venga mai citata – e da altre repliche. L’area più colpita fu quella dei contadi di Norcia e Cascia dove, secondo la ricostruzione di Tertulliani et al. (2022) il terremoto distrusse completamente oltre trenta tra villaggi e insediamenti, e dove si contarono oltre 2000 vittime di cui circa 800 soltanto a Norcia. La città fu gravemente colpita con crolli estesi in tutti i rioni, detti guaite: nella prima Guaita, crollò la maggior parte delle abitazioni e con esse il Monastero di Santa Lucia, soltanto le mura esterne del Palazzo Apostolico ‘atto a resistere alle Batterie del Cannone’ furono risparmiate dai crolli. La chiesa di San Francesco subì gravi crolli così come il Monastero delle Monache della SS. Trinità, la chiesa Parrocchiale, la chiesa di S. Maria Maddalena e l’Oratorio della Confraternita della Misericordia. Nella seconda Guaita, rione San Benedetto, crollarono tra gli altri la Chiesa di S.Benedetto e il Palazzo Consolare; in questo Rione ‘non si contano, se non cinque ò sei case in piedi, tutto il resto demolito’. Nella terza Guaita di San Giacomo, l’omonima chiesa restò gravemente lesa, il Convento dei Padri Agostiniani, crollò quasi interamente, crollò parzialmente anche il Monastero delle Monache di Santa Caterina e poche abitazioni rimasero in piedi ma comunque gravemente danneggiate. Nella quarta Guaita la Chiesa Collegiata di S. Giovanni e il Monastero di S. Antonio subirono crolli parziali,  il Monastero di S. Chiara fu completamente distrutto e ‘la metà di questa Guaita puol dirsi diruta affatto, il rimanente non senza qualche pericolo’ (De Carolis, 1703).

La situazione di Norcia e del suo contado e montagna trovata da De Carolis era talmente grave che uno dei problemi principali fu quello di assicurare il soccorso e l’approvvigionamento dei sopravvissuti, con provvedimenti di emergenza, essendo crollati i forni, i macelli e avendo la popolazione perso quasi tutto sotto le macerie :

Quì essendo tutte le cose distrutte, […] procurai di far subito gionto, fù di render qualche Mola atta à macinare, come seguì con una pronta sollecitudine, in cui senza alcun intervallo, si diede principio à macinar grano, non lasciandosi mai opera, & al presente possono tutte macinare. Li forni del pan Venale essendo parimente distrutti, fù espediente in quel istante renderne qualcheduno de particolari, al possibile sicuro, […]

(De Carolis, 1703)

Anche Cascia subì gravi distruzioni:

…Non dissimile è l’Istoria lagrimevole di Cascia, e suo Contado: Pòrtatomi alla visita di essa, secondo mi veniva prescritto nella commisione trovai ancora questa esser stata costretta à rimirar’ la total’ desolazione di se medema, e l’eccidio de suoi habitanti, ove benche al di fuori si osservino in piedi Edificii, Chiese, e Monasteri, ad ogni modo al di dentro hanno annesso con la vista l’Orrore, mercé le gran fessure che sono nelle muraglie, e le habitationi diroccate, vedonsi in gran numero altre cadenti, alcune impraticabili, & il resto non più sicure per habitarle…

(De Carolis, 1703)

I gravissimi danni interessarono anche il Regno di Napoli confinante con lo Stato Pontificio. Molte località, facenti parte delle attuali province di Rieti e dell’Aquila, furono praticamente rase al suolo con grande numero di vittime. Fra queste Amatrice e le sue ville, Montereale, Cittareale, Antrodoco e Leonessa per citare le più importanti. Una ventina di villaggi e cittadine subirono distruzioni con centinaia di morti. La sola Cittareale perse la maggior parte dei suoi abitanti “Alla terra di Civita Reale per fine è stato un flagello spaventoso, mentre è affatto diruta colla mortalità di sette in ottocento persone, senza restarvi pietra sopra pietra, e questo è quanto ocularmente ho veduto (Biblioteca Apostolica Vaticana, 1703b)”. Questa relazione forse esagera il numero di vittime, che sembra essere più contenuto, ma pur sempre terribile, nel rapporto dell’Uditore del Viceregno Alfonso Uria De Llanos (De Llanos, 1703), che parla di circa 500 morti in tutto il circondario di Cittareale.

Il terremoto del 14 gennaio provocò danni diffusi anche all’Aquila.

…il giorno delli quattordeci dello suddetto Mese ad un’ora, e mezza di notte si fece sentire un sì grande, e spaventoso Terremoto, che recò non picciolo timore a tutti, e fece cadere il Campanile di San Pietro di Sassa, con tutta la Tribuna, e moltissimi Cammini, per aver fatto fiaccare molti Edificj e Case, senza offendere però persona veruna…”  che furono aggravati dalla scossa del 16 gennaio: “… Il Martedì poi circa le ore vent’una tornò a replicare un’altro non tanto grande, ma con più danno, mentre caderono due altri Campanili, cioè quello di San Pietro di Coppito, e quello di Santa Maria di Rojo, è patito grandemente quello della Cattedrale, che stà quasi cadente; & in altre Chiese vi à fatte varie aperture; in somma si sta tremando, ed ogn’uno stà con baracche in Campagna, né si attende ad altro, che à Processioni, Esecizj Spirituali, Confessioni, Communioni, ed altre opere di pietà…

Anonimo (1703)

In termini di intensità macrosismica il terremoto del 14 gennaio provocò effetti devastanti, valutabili pari al grado 11 EMS-98 in 8 località, che vuol dire distruzione pressoché completa di tutti gli edifici. Il quadro di devastazione è confermato dal grande numero di località (35) alle quali è stato assegnato il grado 10 EMS-98 d’intensità.

Figura 5. Mappa di intensità del terremoto del 14 gennaio 1703. Nel riquadro è mostrato uno zoom dell’area epicentrale. In arancione il confine tra lo Stato Pontificio e il Regno di Napoli (da Tertulliani et al., 2022).

La scossa del 2 febbraio

Il terremoto del 2 febbraio colpì l’Aquila e la sua provincia durante le celebrazioni della festa della Purificazione, la Candelora. Il terremoto provocò crolli estesi in tutta la città: numerose le chiese crollate, tra cui quelle di San Bernardino, la cui facciata fu risparmiata, San Filippo, la Cattedrale, San Massimo, San Francesco, Sant’Agostino; il crollo della chiesa di San Domenico causò la morte di centinaia di persone riunitesi per le celebrazioni della Candelora. Anche i  monasteri della città crollarono e numerosi palazzi nobiliari subirono danni gravissimi. Il castello, le mura e le porte della città furono seriamente danneggiati. A seconda delle fonti, si stimarono fra due e tremila vittime nella sola città dell’Aquila.

…Mà il Signore Iddio, come se non avesse per anche mostrato bastanti segni della sua indignazione fè sentire a’ dì 2 di Febbraio, giorno della Santissima Purificazione, mezz’ora prima del mezzo dì, un’altro tremuoto così forte, e sì veemente, che fù molto più spaventevole del primo […] Quella nobil Città dell’Aquila è stata quasi che tutta adeguata al suolo, e alcune poche Case, ò pareti, che sono restate in piedi, minacciano imminente rovina. Il numero delle persone, che vi son morte, al conto, che se n’è potuto fare infin’adesso, arriva a 2400 e 150 feriti, i quali sotto alcune ampie tende si fanno curare diligentemente di ordine Regio, assistendovi anche la carità di alcuni Sacerdoti, e Religiosi…

Anonimo (1703)

Figura 6. Mappa della distribuzione dei danni in L’Aquila dovuti al terremoto del 2 febbraio 1703 (da Tertulliani et al., 2012, modificato da Colapietra, 1978).

Il terremoto del 2 febbraio 1703 segnò per L’Aquila la nascita di un nuovo stile urbanistico, leggibile nell’attuale impianto cittadino. La ricostruzione fu caratterizzata dall’introduzione di misure antisismiche come travature in legno per migliorare la connessione tra i muri portanti, speroni e riduzione dell’altezza degli edifici (Merlo, 1842; Tertulliani et al., 2012).

La grande devastazione coinvolse, oltre al capoluogo, anche tutti i paesi della Valle dell’Aterno, sia a nord che a sud dell’Aquila. In particolare colpì anche quelle zone che avevano subito effetti pesanti già dal terremoto del 14 gennaio creando così un cumulo degli effetti tale da far assegnare un’intensità massima pari al grado 11 EMS-98 in alcune località e il 10 EMS-98 in altre 15 (vedi figura 7).

Figura 7. Mappa di intensità del terremoto del 2 febbraio 1703. Nel riquadro è mostrato uno zoom dell’area epicentrale. In arancione il confine tra lo Stato Pontificio e il Regno di Napoli (da Tertulliani et al., 2022).

I devastanti effetti del terremoto del 2 febbraio nella città dell’Aquila costrinsero l’amministrazione ad accelerare gli interventi governativi, che dopo le scosse di gennaio erano stati modesti. Il Vicario vicereale, Marco Garofalo Marchese della Rocca, fu incaricato di sovrintendere i soccorsi e di quantificare danni e vittime. La gravità dei danni subiti a l’Aquila, sia in termini di distruzione che in termini economici si riflette anche nel fatto che la città fu esentata dal pagamento delle tasse per 8-10 anni.

Infatti, per aiutare le comunità a riprendersi dopo eventi calamitosi, era prassi concedere esenzioni fiscali per un certo numero di anni. Il beneficio veniva concesso dopo una serie di indagini volte ad accertare se, quanto richiesto dalle comunità colpite, fosse vero e fondato, e dopo una negoziazione tra il governo centrale e la comunità locale (Cecere, 2017). Questa procedura era certamente mediata dai sindaci locali, sulla base dei rapporti politici esistenti e anche di altri fattori, come l’importanza strategica ed economica dei luoghi (presenza di guarnigioni o fortificazioni importanti per il Regno, produzione di beni di prima necessità, presenza di sede vescovile, ecc.). Un altro importante criterio per la concessione delle esenzioni era indirettamente legato al numero di morti o alla possibilità che interi villaggi, particolarmente colpiti, venissero abbandonati a favore di comunità vicine, talvolta appartenenti a uno Stato confinante, e che potevano diventare nuovi centri di attrazione. Questo poteva generare una perdita di gettito fiscale derivante dalla diminuzione dei fuochi (il fuoco era l’unità fiscale di base), che l’amministrazione cercava di contrastare. Il numero di anni di esenzione fiscale concesso non era pertanto direttamente legato all’entità delle distruzioni subite.

Purtroppo, a parte l’Aquila e alcuni villaggi in cui gli effetti del terremoto del 2 febbraio sono ben documentati, nelle fonti esiste un gran numero di località per cui le uniche informazioni relative a questo terremoto riguardano solo il numero di anni di esenzione, senza la documentazione a corredo che fu prodotta per quelle concessioni.

I terremoti e Roma

Le due scosse principali della sequenza, insieme alla scossa del 16 gennaio e a diverse repliche, furono avvertite anche a Roma, dove, oltre allo spavento generale della popolazione, ci furono danni lievi ma abbastanza diffusi. Le scosse furono avvertite personalmente dal Papa Clemente XI e da tutta la Curia che prontamente adottarono provvedimenti di ordine pubblico, censimento dei danni e pratiche di ordine religioso, come opere devozionali di ringraziamento, indulgenze, editti con indicazioni di comportamenti indirizzati alla sobrietà, e divieti di festeggiamenti e eccessi.  Dalle fonti dell’epoca si è desunto che una quarantina di edifici monumentali, chiese e palazzi, subirono danni, generalmente lievi o moderati (Molin e Rossi, 2007; Tertulliani et al., 2020). Fra questi fece notizia la caduta di due o tre archi (non tutte le fonti concordano) del secondo ordine del Colosseo. Per quanto riguarda l’edilizia civile le notizie sono più generiche e sfumate. Si parla di circa 1000 – 2000 edifici danneggiati (Baglivi, 1842), anche se nelle fonti amministrative capitoline (Archivio di Stato di Roma, 1700–1710) non se ne conterebbero più di un centinaio. Questa discrepanza potrebbe derivare sia da un’eccessiva enfasi delle fonti giornalistiche, sia dal fatto che l’amministrazione romana non indennizzava di norma i privati, e di conseguenza questi ultimi non provvedevano a segnalare il danno subìto. Una ragionevole stima fatta da Tertulliani et al., (2020) sulle fonti disponibili e sulle Lettere Patenti conservate presso l’Archivio di Stato di Roma ha portato ad assegnare a Roma una intensità 5-6 EMS-98 per la scossa del 14 gennaio5 EMS-98 per quella del 16 gennaio e 6 EMS-98 per la scossa del 2 febbraio.

Figura 8. Mappa della distribuzione dei danni in Roma dovuti alla sequenza del 1703 (da Tertulliani et al., 2020). Il numero rappresenta un edificio monumentale, mentre con il punto colorato sono indicati gli edifici civili danneggiati.

I limiti sulla conoscenza sul terremoto del 2 febbraio 1703

Come spesso accade durante le sequenze sismiche gli epicentri delle scosse principali “migrano”, allargando l’area del danneggiamento complessivo, creando zone di sovrapposizione degli effetti, nelle quali i danni delle varie scosse si sommano. Si crea il cosiddetto “effetto cumulo”, a causa del quale è difficile discriminare i danni provocati da una scossa piuttosto che da un’altra.

Figura 9. Mappa dell’area delle massime intensità del terremoto del 2 febbraio 1703 (Tertulliani et al., 2022). Il confine tra lo Stato Pontificio e il Regno di Napoli è tracciato in arancione. Le località contrassegnate con i quadrati erano state già danneggiate il 14 gennaio. L’area in grigio indica approssimativamente il territorio che subì danni significativi a causa di entrambe le scosse. I rombi rappresentano località con intensità incerta (vedi legenda).

Nel caso della sequenza del 1703 è evidente come gli effetti della scossa del 2 febbraio si andarono a sovrapporre a quelli già devastanti del 14 gennaio, specialmente nelle località vicine al confine tra Regno di Napoli e Stato della Chiesa. Questa osservazione comporta il fatto che, per molte località, non si possano distinguere i danni provocati dalle scosse di gennaio e da quelli del 2 febbraio, con la conseguenza che l’intensità che possiamo attestare può essere solo quella cumulata, cioè derivata dalla somma dei danni di tutte le scosse. La ragionevole certezza che un’area di sovrapposizione di forti danneggiamenti sia esistita (vedi figura 9) è testimoniata dai danni subiti da L’Aquila stessa il 14 e il 16 gennaio e da una lettera conservata presso l’Archivio di Stato di Napoli (1703) che genericamente riferisce di danni e vittime nei villaggi della provincia dell’Aquila e datata 22 gennaio.

… secondo il suo ordine una carta del Preside della Provincia dell’Aquila, ed un’altra del Percettore della medesima, nelle quali si dava raguaglio delli danni gravissimi cagionati in detta Provincia dal terremoto accaduto alli 14 del corrente, essendosi rovinate molte terre, con mortalità di gente e lesionate la maggior parte delle case di quella città…

Inoltre è documentato che il terremoto del 2 febbraio aggravò danni precedenti a Norcia, a Foligno e in altre località.

All’incertezza imputabile al cumulo dei danni, si aggiunge il fatto che spesso gli effetti del terremoto del 2 febbraio sono scarsamente descritti, ad esclusione dei centri più importanti, o dedotti da informazioni indirette. Questo è il caso delle molte località il cui unico legame con l’evento sismico è dato dall’informazione sul numero di anni di esenzione fiscale. Questo tipo di informazione, come già detto, è altamente incerto se considerato ai fini della stima dell’intensità macrosismica. Per questi motivi il quadro generale dell’impatto dovuto al terremoto del 2 febbraio 1703 resta tuttora incompleto:  è incerta l’informazione riguardo le località fra l’Aquila e il confine con lo stato Pontificio, a causa della sovrapposizione degli effetti ed è scarsa l’informazione riguardo molte località del Regno di Napoli che godettero di esenzioni fiscali.

Considerazioni conclusive

L’interesse per questa sequenza sismica, oltre al fatto di essere una delle più importanti e tragiche nella storia d’Italia, risiede anche nella sua similarità con terremoti che hanno coinvolto più o meno le stesse aree in tempi recenti, come quello dell’aquilano del 2009 e la sequenza sismica del 2016-2017 nel centro Italia.

Figura 10. Confronto tra le aree colpite dai terremoti del 2 febbraio 1703 e 6 aprile 2009 e rispettive strutture sismogenetiche, proposte da Galli et al., (2010). UAFS indica il sistema di faglie dell’Alta Valle dell’Aterno, mentre PSDFS indica il sistema di faglie di Paganica-San Demetrio.

Questa apparente similitudine ha suscitato nei ricercatori l’interesse nel cercare di comprendere, ai fini di migliorare le  conoscenze sulla pericolosità di tali aree, se le faglie che causarono i terremoti del 1703 potessero essere le stesse. Recenti ricerche suggeriscono che i terremoti del 26 e 30 ottobre 2016 sono stati generati da strutture sismogenetiche diverse da quella del 14 gennaio 1703 (Galli et al. 2022), mentre la scossa del 2 febbraio 1703 potrebbe essere stata prodotta dalla rottura di parte o dell’intero segmento composto dalle faglie della Alta e Media Valle dell’Aterno, il cui segmento meridionale (faglia di Paganica, vedi figura 10) è stato responsabile del terremoto dell’Aquila del 6 aprile 2009 (Cinti et al., 2011; Galli et al., 2010; Moro et al., 2013).” Così si conclude lo studio dell’Ingv a cura di Laura Graziani (INGV-ROMA1), Andrea Tertulliani (INGV-ROMA1) e Mario Locati (INGV-MILANO)


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