Incarichi esterni non autorizzati, i dipendenti non possono ignorare la normativa

di Redazione | 14 Gennaio 2021 @ 07:00 | LA LEGGE E LA DIFESA
dolo nell’espletamento di incarichi esterni non autorizzati
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Un dipendente pubblico è stato licenziato e poi reintegrato per mancato rispetto dei termini per l’attivazione del procedimento sanzionatorio, per avere prestato attività libero professionale, eludendo l’obbligo di esclusività con le pubblica amministrazione di appartenenza e in assenza di autorizzazione.

L’interessato a sua difesa, sosteneva di avere comunicato al dirigente l’espletamento delle attività e per questo si appellava alla buona fede. 
Gli inquirenti sostenevano la sussistenza sia in considerazione della normativa che del contratto del dipendente he escludeva questa possibilità. La condotta, anche se priva di dolo, testimonierebbe comunque una colpa grave, e c’era comunque l’obbligo effettuare le prescritte comunicazioni, senza che si potesse invocare la buona fede. Il dipendente non poteva ignorarlo.

Per il Collegio, in ogni caso, la connotazione dolosa dello svolgimento contra legem di attività non autorizzate prestate in favore di terzi è evincibile da plurimi elementi sintomatici quali: 1) l’apertura di partita IVA, consapevolmente e abitualmente utilizzata per lo svolgimento delle attività non autorizzate; 2) l’ampio periodo temporale interessato dalle attività, alcune delle quali prestate in molti dei mesi delle annualità 17 considerate, per intere giornate lavorative, sia in orari notturni che diurni; 3) l’elevato importo dei compensi percepiti; 4) la presenza di dichiarazioni rese anche a soggetti terzi circa l’insussistenza di incompatibilità, con l’impegno di comunicare future variazioni; 4) la sottoscrizione di un contratto nel quale espressamente erano richiamate le norme in materia di incompatibilità e di autorizzazione; 5) la presenza di una specifica Circolare del 22.10.2009 nel quale erano chiaramente definite le norme disciplinanti il regime delle autorizzazioni e le conseguenze in caso di mancanza di tali provvedimenti; 6) l’elevata qualifica ricoperta dal medico durante il periodo contestato; l’età anagrafica e la lunga e qualificata esperienza professionale nell’ambito del pubblico impiego, come evincibile dal curriculum vitae in atti; 7) il reiterato omesso versamento dei compensi percepiti all’amministrazione di appartenenza, nel corso del periodo contestato e successivamente, nonostante le richieste della C.R.I.

 


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