In casa con il mostro, l’allarme dei centri antiviolenza: “Le donne non riescono a chiederci aiuto”

di Mariangela Speranza | 25 Marzo 2020 @ 07:00 | ATTUALITA'
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L’AQUILA – Le mura di casa possono salvare le persone dal Coronavirus, ma non certamente le donne, quelle fragili e a rischio femmicidio, che vivono sulla propria pelle violenze psicologiche e fisiche da parte di molti mariti e compagni.

Soprattutto per alcune, la reclusione può infatti rappresentare una vera e propria prigionia e, nonostante sui social, nei giorni scorsi, siano apparsi più volte post di sensibilizzazione al problema, molte continuano a non avere la libertà necessaria per poter chiedere aiuto, proprio perché si trovano a trascorrere la maggior parte del loro tempo a stretto contatto con il proprio aguzzino.

Anche all’Aquila, dove in 15 giorni, il Centro Antiviolenza ha ricevuto solo 3 richieste da parte di quelle donne costrette a vivere ogni giorno convivenze forzate, col rischio che queste possano diventare ancora più pericolose e sfocino in veri e propri maltrattamenti.

A riferirlo a L’Aquila Blog è la presidente Simona Giannangeli, che precisa come, nonostante dall’inizio dell’emergenza la struttura sia chiusa fisicamente, “la sua attività di consulenza non sia mai stata sospesa e anzi sia stata implementata con nuovi sistemi di comunicazione online”.

“Il fatto che in circa due settimane siano arrivate così poche chiamate è un dato gravissimo – dice -, ma al contempo significativo e perfettamente in linea con i dati degli altri centri regionali e nazionali che, in questi giorni, hanno registrato un calo di richieste di aiuto pari a circa il 55 per cento”.

Un emergenza nell’emergenza, quindi soprattutto se si tiene conto della grande difficoltà per queste persone ad accedere già normalmente agli strumenti di denuncia e che potrebbe rappresentare un problema anche per tutti quei figli che, costretti a rimanere in casa, potrebbero con molta probabilità essere testimoni diretti delle violenze sulla propria madre.

Senza contare come, in tutta Italia, sia le associazioni che gli stessi sportelli di aiuto si siano ritrovati completamente da soli far fronte alle nuove necessità: i decreti anticontagio non menzionano e non regolano infatti in alcun modo l’attività dei centri antiviolenza, che hanno quindi dovuto organizzarsi come meglio hanno potuto e ciascuno a modo suo, visto che un’indicazione dalle istituzioni non è mai arrivata. Come non sono arrivati nemmeno fondi o dispositivi sanitari per permettere agli operatori di continuare a lavorare in sicurezza.

“Pur avendo sospeso ogni attività che comporti il contatto con il pubblico – afferma la presidente del Centro Antiviolenza aquilano -, da parte nostra continuiamo a mettere a disposizione il numero gratuito, attivo 24 ore su 24. In più abbiamo attivato la modalità di colloquio via Skype, ma con le restrizioni imposte dai dpcm la situazione continua a non essere semplice”.

Nonostante il ministro delle Pari opportunità e la Famiglia Elena Bonetti abbia più volte specificato come, in questa situazione di emergenza, le donne abbiano pieno diritto di recarsi nei centri senza essere multate e senza dover dichiarare altro motivo che lo stato di necessità, la situazione continua a essere drammatica ovunque, con le preoccupazioni delle associazioni che non si placano ma, anzi sono alimentate dal fatto che non tutte hanno realmente la forza di denunciare atti di violenza domestica.

“Si tratta di situazioni in cui molte fanno difficoltà a mettersi a nudo e rivelare alle forze dell’ordine realtà che non sono pronte a dichiarare – aggiunge Simona Giannangeli -, soprattutto nei piccoli comuni dove, se da un lato è bene essere consci delle reali possibilità che si hanno, dall’altro tutto questo potrebbe non bastare. Ecco perché è necessario che si sappia che il numero di emergenza è sempre attivo e che, nonostante le difficoltà, il nostro centro continua a dare supporto a tutte coloro che ne hanno bisogno”.


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