Abruzzo, la dispersione idrica fa paura. Il “sottosopra” del Gran Sasso

di Alessio Ludovici | 19 Luglio 2022 @ 06:06 | AMBIENTE
dispersione
Print Friendly and PDF

L’AQUILA – Secondo l’Istat – i dati sono costruiti con l’Ispra – l’Abruzzo nel 2018 l’Abruzzo è stata la regione italiana con la maggiore perdita di acqua nelle reti idriche comunali. Chieti, nel 2020, è il capoluogo italiano dove in assoluto si sono registrate le perdite più gravi. A fare un punto dei dati sulla dispersione idrica è stato Osservatorio Abruzzo, il progetto di Fondazione openpolis, Etipublica, Fondazione Hubruzzo, Gran Sasso Science Institute e StartingUp, per l’analisi delle dinamiche socio-economiche in Abruzzo. 

Sono necessari e urgenti interventi sulla rete idrica secondo l’organizzazione. In questo senso un grande ruolo giocheranno gli interventi di messa in sicurezza interna ed esterna del bacino idrografico del Gran Sasso i cui interventi preliminari sono stati presentati la settimana scorsa dal Commissario Straordinario per la sicurezza del sistema idrico del Gran Sasso.

L’analisi di Osservatorio Abruzzo

Nel 2020, spiega Osservatorio Abruzzo, il 36,2% dei volumi immessi in rete è andato perduto, questo in base ai dati relativi ai soli capoluoghi. Il livello di dispersione della rete idrica comunale si aggira intorno al 4o% in Italia con punte vicine al 50% nel centro sud.
L’Abruzzo, sempre nel 2018, è la regione con la maggiore dispersione idrica: 55,6% di quanto immesso in rete. Una cifra superiore di oltre 13 punti rispetto alla media nazionale e in crescita rispetto alla rilevazione precedente (nel 2015 era il 47,9%).

Scendendo a livello provinciale, il territorio con la maggiore dispersione idrica è Chieti: 65,6% di volumi persi nel 2018, un dato in crescita rispetto al 56% rilevato nel 2015. Il secondo territorio dove incide di più è quello aquilano (62,3% nel 2018, in aumento di oltre 18 punti rispetto al 2015).

Il Gran Sasso sottosopra

Due, come noto, i commissari all’opera sul Gran Sasso, uno sopra e uno, per usare un’espressione in voga in questi anni, nel “sottosopra” del massiccio. Quello sopra è il commissario per la messa in sicurezza di A24 e A25, Marco Corsini. L’altra struttura commissariale è quella di Corrado Gisonni, per la messa in sicurezza delle acque del massiccio.

L’obiettivo è semplice, fare in modo che traforo e laboratori da una parte e acquifero dall’altra siano totalmente indipendenti l’uno dall’altro. Compartimenti stagni che impediscano qualsivoglia incidente e che mettano a norma la struttura. Ad oggi, lo ha ricordato Gisonni alla presentazione del suo secondo anno di attività, il Gran Sasso è fuori dalle regole del Testo unico per l’ambiente e solo grazie a speciali deroghe legislative si capta l’acqua potabile. Del resto rifornisce di acqua praticamente mezzo Abruzzo. 

Facile a dirsi ma si tratta di ammodernare una rete idrica complicatissima. Questo per evitare interferenze tra le due infrastrutture, quella idrica e i tunnel. Il progetto di fattibilità prevede il rifacimento e l’ammodernmento di tutta la struttura. Fino a un anno fa era persino sconosciuta o mai stata ispezionata per decenni.

La compartimentazione delle strutture e una moderna e complessa rete di prelievo dovrebbero garantire il futuro dell’acquifero per quasi 800mila utenze. Si interverrà anche sui sistemi di sicurezza passando da sistemi di difesa passiva, cioè di early warning, a sistemi di difesa attiva.

Si interverrà inoltre sulle tre reti idriche dei laboratori, quella ex potabile il cui utilizzo è fermo per l’incidente di vent’anni fa, e l’acqua va a scarico, tuttavia le analisi sono ottime ha spiegato Gisonni, quella di scarico e quella ausiliaria realizzata dal commissario governativo insediatosi nel 2003 dopo gli incidenti.

Costi di tutta l’operazione di messa in sicurezza circa 180 milioni a fronte dei 120 stanziati per la nascita della struttura commissariale due anni fa e questo al netto degli interventi fuori dal Gran Sasso ma connessi con l’efficientamento e i lavori sul suo acquifero. 

Durante i lavori, le due alternative progettuali

Due le alternative emerse per i lavori. I principi sono semplici: durante gli interventi vanno garantiti l’approvvigionamento di acqua, la viabilità e l’attività dei laboratori. Difficile a farsi, anche questo. La prima alternativa dello studio di fattibilità del Commissario Gisonni prevede infatti la chiusura parziale di una canna e la deviazione in alcuni punti da una canna sull’altra. Ciò comporta la necessità di adeguare i bypass tra le due canne e tempi di lavoro più lunghi, 4 anni, ma una maggiore sicurezza. La seconda ipotesi, comunque non da escludere, è la più semplice. Prevede la completa chiusura di una canna mentre l’altra diventa a doppio senso per tutta la durata dei lavori. 

Gli interventi di efficientemente delle reti fuori dal Gran Sasso

Per garantire l’approvvigionamento dell’acqua durante i lavori sono previsti interventi sulle infrastrutture dei due gestori, Gsa per l’aquilano e Ruzzo per il teramano i quali, all’esito dei lavori, beneficeranno di reti ammodernate e di più facile gestione. In particolare sulla rete Gsa si prevede un intervento di efficientamento, sono già partiti i sopralluoghi, su tutto il tratto di rete che va da Prata a Navelli

L’incognita del clima e il ruolo del Gran Sasso

Osservatorio Abruzzo ha riportato nel suo studio anche i dati sull’aumento delle temperature che riguardano almeno tre capoluoghi di provincia abruzzesi con l’eccezione di Teramo. Il clima incide sulla evaporazione e sulla ricarica delle falde. 

Il Gran Sasso fa leggermente eccezione per le sue caratteristiche che proprio per questo vanno tutelate. Secondo uno studio presentato da Marco Petitta, Sapienza di Roma, il “Gran Sasso è un serbatoio gigantesco, una delle risorse fondamentali di questo territorio. E’ dotato di una notevole resilienza. Vuol dire una capacità di immagazzinare e restituire le acque con un certo ritardo e di far fronte quindi ai periodi particolarmente siccitosi. Le sue risorse non sono quindi strettamente connesse ai cicli climatico in corso”. Ovviamente non significa che non subisca gli effetti del cambiamento climatico nel lungo periodo. Tutelare e utilizzare bene le sue risorse è quindi fondamentale. 

In media, secondo l’Istat, le precipitazioni annuali registrate in Italia nel periodo 1991-2020  sono state di 943 mm, pari a un afflusso annuale medio di acqua piovana di circa 285 miliardi di metri cubi.

Di queste acque circa il 53% ritorna in atmosfera per evaporazione, dal terreno e dai corpi idrici, e per traspirazione attraverso gli apparati fogliari delle piante.

La restante parte di acqua (47%) rimane sul terreno, una parte infiltrandosi nel sottosuolo (21%) e l’altra scorrendo in superficie (26%). Quest’ultima alimenta gli acquiferi, i fiumi e i laghi naturali e artificiali del Paese. E’ questa l’acqua a disposizione per alimentare gli ecosistemi ma anche le attività umane. E ancora oggi non tutta l’acqua che viene immessa nelle reti arriva agli utenti finali. 

 

 


Print Friendly and PDF

TAGS