Craccare, flaggare, zippare e l’impoverimento del linguaggio

di Isabella Benedetti | 19 Giugno 2024 @ 05:00 | PUNTI DI SVISTA
vocabolario generazione Z
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Viviamo in una società stereotipata ed omologata, dove ogni aspetto della nostra esistenza è fortemente condizionato, in modo più o meno consapevole, da fattori esterni che ne uniformano l’espressione. Il nostro modo di vestire, di mangiare, di relazionarci e persino di parlare è frutto di influenze sociali che tolgono i caratteri di unicità e originalità alla personalità individuale. Come la moda detta i diktat di stile così il linguaggio subisce variazioni e influenze con il mutare del tempo e della società.

Stiamo assistendo ad un fenomeno che possiamo riassumere genericamente come “impoverimento del linguaggio”. A fronte di un numero considerevole di parole presenti nel vocabolario italiano, ne vengono utilizzate davvero molto poche, il lessico individuale si è ridotto a poche centinaia di vocaboli. La vita frenetica impone una comunicazione asciutta e frettolosa, i social e in generale tutti i mezzi tecnologici di comunicazione se da un lato facilitano i contatti e il dialogo dall’altro impongono una forma colloquiale non a tutti comprensibile. I termini nati da questa realtà sembrano onomatopee digitali, sanno di meccanico, metallico come: craccare, flaggare, zippare e sono diventati la quotidianità di tantissimi.

La lingua italiana, quella aulica di Dante Alighieri e di tanti poeti e prosatori della nostra letteratura soffre perché dimenticata, contagiata da tanti barbarismi introdotti dalle lingue straniere e vittima dell’incultura diffusa. Non ci credete? Provate a leggere i commenti a margine dei post di Facebook. Oltre ad una povertà di lessico, balena subito la mancanza di basi grammaticali. A volte si riesce a stento a comprendere il senso di una frase. Su queste basi trovano terreno fertile le parole ed espressioni modaiole, quelle locuzioni che ormai sono diventate veri e propri tormentoni verbali. Sono quei termini abusati che fanno muovere in una zona di sicurezza e popolarità e vi ricorriamo spesso per dare forza ad un discorso senza particolare tono, come quando mettiamo il sale su un’insalata insipida.

Altro che figli di poeti e prosatori, siamo figli di Crozza della Gialappa’s band, di Cetto La Qualunque, “dovunquemente”!

Di esempi di questo fenomeno ne abbiamo? Certo che ne abbiamo e si comincia al mattino con il buongiornissimo del barista che ti accoglie con un caro/a elargito così, a fiducia, mentre risponde alla battuta intelligente in un altro avventore con un bella zi. E niente, dal buongiornissimo all’apericena ne succedono e se ne sentono di belle. Non c’è discorso che non parli di resilienza, di sostenibilità, di inclusione e di accoglienza, non c’è questione che non vada implementata. Non c’è saluto pubblico che non ringrazi qualcuno che ha supportato e sopportato. Si moltiplicano tra discorsi i piuttosto che (con valore disgiuntivo), i senza se e senza ma e i quant’altro.

Particolare attenzione va riservata al ma anche no, che festeggia 30 anni di onorato servizio e ci ha aiutato più o meno ironicamente a ribadire il nostro assolutamente no. Quelli che invece virgolettano in aria con le mani io non li ho mai capiti, esulano dalla mia logica. Detto ciò, che quando vi capita di sentirlo dire il consiglio è di mettervi comodi perché è il preludio di un lungo discorso,  mi taccio dall’aggiungere altro e vi saluto. Ciaone!

L’immagine è tratta dall’ebook:


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