Il valore di una storia. Giacinti, il dramma della guerra e gli invincibili Alpini aquilani

di Alessio Ludovici | 08 Dicembre 2021 @ 10:02 | RACCONTANDO
Giacinti
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L’AQUILA – Medaglia di bronzo al valor militare, Croce al merito di guerra, Galloncino d’argento. Abbiamo raccontato giorni fa brevi estratti della bella storia di Mario Giacinti, recentemente ricordato con un’iniziativa all’Archivio di Stato dell’Aquila di cui fu custode per tanti anni. Il genero di Mario ci ha raccontato ulteriori e significativi dettagli della sua vita, dettata non solo dal lavoro in Archivio ma, appunto, dalla guerra di cui Mario raramente aveva voluto parlare. Vale la pena riportare alcuni momenti di questa vita. Vale sempre la pena raccontare certe storie. 

Il racconto è di Gaetano Sebastiani, genero di Mario Giacinti, che ha messo nero su bianco la storia anche per i nipoti. Si basa su confidenze che Mario gli ha fatto nella fase finale della sua vita. E le vicende cominciano in una stanza di Villa Dorotea, una Rsa dell’Aquila. Dentro la stanza una psicologa cerca di persuaderlo a raccontare la sua storia. “Mario la fissa assorto e silenzioso”, spiega il genero testimone di quel momento. “Poi il suo sguardo va in avanti, anche oltre la finestra che si apre su quell’anfiteatro verde circondato da montagne e inizia a recitare ad alta voce, come se parlasse a una invisibile platea: 

‘Comandante di squadra fucilieri, durante un duro combattimento, con azione ardita e di iniziativa, riusciva ad arrestare e porre in fuga soverchianti forze avversarie, che, infiltratesi in zona defilata, si accingevano ad attaccare il posto di commando della sua compagnia’. 

“Era la motivazione – riprende il genero – scritta sull’attestato con cui nel 1954. Il Ministro dell’Interno dell’epoca, gli conferiva la medaglia di bronzo al valor militare per il suo atto di eroismo durante la guerra in Russia. La psicologa, spiazzata e disorientata, esce dalla stanza. Non poteva capire che in quel ricordo, in quella frase, era scolpito il dramma ma anche la storia di una vita.

Mario Giacinti, giovane aquilano

Mario, classe 1921, alla vigilia del secondo conflitto bellico è un giovane intraprendente, “impegnato soprattutto nella costruzione di strade e ponti. Era anche molto ingegnoso nel fai da te, in particolare nel lavorare il legno e aveva una vocazione sportiva naturale. In inverno si improvvisava sciatore e con degli sci artigianali, ricavati da tavole ricurve di una vecchia botte o anche con una semplice scala a pioli da lui modificata, faceva lunghe discese sulla neve. E quando la nevicata lo consentiva, dal paesetto di Vallesindola, realmente appeso alla montagna di Bagno, sciava fino al paese di Civita, là dove inizia il fondo piano della valle aquilana.”

La guerra

Prima in Grecia e poi in Russia. Giacinti è Alpino della Julia, nel battaglione L’Aquila in Russia. Nella primavera del 1942 Mario viene richiamato in Italia e poco tempo dopo, nell’agosto dello stesso anno, parte per la campagna di Russia, inserito appunto nel Battaglione l’Aquila, Divisione Julia, all’interno del Corpo d’Armata degli Alpini.

“Le tradotte che trasportavano le truppe italiane arrivavano fino a Charkow, mentre il fronte di guerra era sul fiume Don, 300 chilometri più avanti. Ciascun Battaglione Alpino disponeva solo di alcuni piccoli autocarri a carreggiata stretta e di alcune centinaia di muli, adatti per le zone di montagna, ma piuttosto impacciati e lenti in pianura. Per questo il trasferimento dei soldati fino al Don avvenne principalmente a piedi, con marce lunghe e faticose, zaini e armi in spalla. Purtroppo l’equipaggiamento personale dei soldati italiani era poco adatto alle proibitive condizioni della steppa russa, in particolare nella stagione invernale. E il fucile di dotazione delle truppe era ancora il famoso, ma datato, moschetto 91 (Carcano 91/38), che certamente non era paragonabile alle armi delle truppe tedesche o di quelle russe. “

La guerra e la ritirata

Con l’arrivo dell’inverno la situazione precipita, la guerra si intensifica, i sovietici reagiscono e gli episodi tragici e contradditori segnano la vita di Mario come degli altri. Uno in particolare, avvenuto all’interno del battaglione, lo segnerà particolarmente. La spedizione finirà male. Alla partenza per la Russia nel mese di agosto 1942 il Battaglione comprendeva 52 ufficiali, 52 sottufficiali, 1650 alpini e 360 muli. Tornarono a casa, nel marzo 43, 3 ufficiali o sottufficiali, 163 alpini e 12 muli, cioè il 10% dei soldati, ma ancora meno ufficiali e sottufficiali. 

Sofferenze che i pochi sopravvissuti si riportano indietro durante la lunga ritirata. 

“Aveva visto cadere feriti o morti tanti amici e compagni, e questa era la normalità della guerra, ma la sua memoria era rimasta molto colpita da quel terribile episodio. La Guerra è sempre brutta, sempre una follia, che però al suo interno può comprendere atti di generosità e di eroismo, ma anche qualcosa di ancora più orribile della guerra stessa… “

Il maggior numero di perdite umane del Corpo Alpini si ebbe tra il 20 ed il 30 dicembre del 42, nella famosa e terribile battaglia del quadrivio maledetto, quello di Selenyj Jar. 

“Un semplice incrocio di piste nella steppa, ma snodo cruciale di quel fronte di Guerra, alla cui difesa fu inviata in gran fretta la divisione Julia e con essa il Battaglione l’Aquila, dopo che le truppe italo-tedesche che lo presidiavano, erano state decimate. Il trasferimento della divisione dalle rive del Don al quadrivio di Seleny Yar, distante circa 100 Km, avvenne con pesanti marce notturne, con temperature glaciali.”

E’ la battaglia di Natale e gli alpini, pur in grave inferiorità numerica, impediscono la caduta del crocevia, ma a prezzo di perdite enormi. Cadono moltissimi soldati del Battaglione l’Aquila, insieme a quelli del Vicenza, del Cervino e del Cismon.

“E‘ lì che Mario Giacinti è protagonista di un atto di eroismo solitario che gli valse la medaglia di bronzo al valor militare. Da solo mise in fuga un gruppo di soldati avversari che, da posizione defilata, stavano attaccando il posto di Comando della Compagnia.”

Difeso il quadrivio l’offensiva sovietica è inarrestabile altrove. Da lì a breve quindi la ritirata generale.  E’ il Corpo d’Armata Alpini, con la vittoriosa battaglia di Nicolajewka del 26 gennaio del 43, che apre un varco decisivo nella grande sacca creata dai russi per accerchiamento, dopo il cedimento del Fronte Sud. 

“In terra di Russia gli Alpini – ricorda il genero di Giacinti – hanno avuto un riconoscimento unico e non discutibile del loro valore in battaglia, quello degli avversari. Il bollettino di guerra del Comando Supremo Sovietico, n° 630 dell’8 febbraio 1943, recitava: “…… Soltanto il Corpo d’Armata Alpini deve ritenersi imbattuto sul suolo di Russia.”

Settimane di marcia per tornare in Italia, con le gambe che non reggevano più, i piedi, arrivati a Charkow, ormai in fase avanzata di congelamento. Quindi il ritorno in Italia, gli ospedali e le protesi, e infine l’agognato arrivo alla stazione dell’Aquila: “nessuno lo aspettava e solo con mezzi di fortuna raggiunse il suo paesetto, Vallesindola di Bagno.”

Di nuovo all’Aquila

“Trovò lavoro all’Archivio di Stato dell’Aquila e lì rimase per tanti anni diventando quasi un’istituzione e una memoria storica, in quanto conosceva perfettamente la dislocazione di tutte le migliaia di documenti e libri che vi erano contenuti.” La famiglia, i figli, gli amici, gli alpini e le sue pecore alla cottora alleviano certi ricordi per fortuna. Nel 1991 l’aneddoto con Cocciolone tornato all’Aquila dopo il dramma della prigionia vissuto in Iraq. Sul palco di Piazza Duomo, a fine cerimonia Mario Giacinti gli fa: “Ah Cocciolò, vedi quante fanfare e quante feste per te! Quando io sono tornato dalla Russia, non c’era nessuno ad aspettarmi, e avevo anche difficoltà a tornare a casa, al mio paese”. Gli ultimi anni, infine, da splendido nonno, con l’armonica e la trombetta suonata anche al telefono per i nipotini. Nel 2013 Mario Giacinti ci lascia, il suo ricordo per fortuna no. 


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