Il rientro in Italia ai tempi del Coronavirus: la storia di un aquilano e di sua moglie

di Mariangela Speranza | 11 Aprile 2020 @ 07:15 | ATTUALITA'
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L’AQUILA – Telefoni che squillano senza risposta, proposte di biglietti costosissimi e voli proposti e poi cancellati.

Nei giorni scorsi, il traffico aereo e ferroviario verso il nostro Paese è stato sospeso o ridotto, con lo stesso ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, che aveva annunciato di essere al lavoro per i rimpatri e suggerito a tutti i cittadini di contattare le ambasciate per ottimizzare i tempi e tornare a casa il prima possibile.

Tuttavia, nella maggior parte dei casi non si è trattato di effettuare semplici procedure straordinarie e, anzi, per molti italiani la permanenza all’estero si è addirittura prolungata di qualche settimana.

Anche per Giuseppe Iovenitti, di Poggio Picenze ma domiciliato a Ostia (Roma), insieme a sua moglie, Eva Herzova. I coniugi, che vivono nel Lazio da anni, sono infatti riusciti a prendere l’ultimo aereo utile che da Praga li riportasse in Italia solo qualche giorno fa, proprio a causa “di una burocrazia troppo lenta e farraginosa”.

“Come ogni anno, ci trovavamo in vacanza in Repubblica Ceca – raccontano -. Quando è scoppiata la pandemia, abbiamo deciso di tornare in Italia, dove entrambi risiediamo, e per prenotare il volo abbiamo contattato l’ambasciata. Il personale è stato molto gentile, ma per giorni abbiamo avuto a che fare una macchina burocratica disorganizzatissima”.

Come moltissime nazioni europee, anche il governo Ceco ha infatti imposto la chiusura totale delle frontiere nel tentativo di contenere l’epidemia e l’unico modo per lasciare il paese era quindi quello di compilare appositi documenti messi a disposizione dall’ambasciata italiana a Praga.

“Il primo problema si è presentato proprio al momento della compilazione – raccontano ancora i coniugi -. Sui fogli bisognava indicare il motivo per cui stessimo lasciando la città. Il nostro era ovviamente che, essendo italiani, avevamo necessità di rientrare, ma il cognome ‘Herzova’ non li convinceva”.

La signora Eva infatti è di origine ceca, ma sono 47 anni che ha la cittadinanza italiana e risiede nella Capitale. Per partire non è bastato dichiarare che stesse tornando a casa, ma è stato però necessario dire che si stesse spostando per motivi turistici insieme al marito.

Ma non finisce qui. Il secondo problema si è presentato infatti al momento dell’arrivo in aeroporto.

“Quando abbiamo presentato i moduli compilati all’ambasciata – aggiungono -, la capo cabina di Alitalia ci ha detto senza mezzi termini che non erano validi e che avremmo dovuto riempirne di nuovi che, alla fine, di diverso rispetto ai precedenti, avevano soltanto il font. Senza contare il costo esorbitante dei biglietti aerei, addirittura più che raddoppiato rispetto a qualche mese fa. Lo sappiamo per certo perché ci spostiamo moltissimo tra Roma a Praga e in genere la tratta non costa più di 180 euro. Stavolta ne abbiamo dovuti sborsare addirittura 380 e quando abbiamo chiesto il motivo del rincaro, nessuno del personale della compagnia aerea ha saputo darci una risposta valida”.

Una volta arrivati a Roma, entrambi i coniugi pensavano inoltre che sarebbe a quel punto bastato chiudersi in casa e contattare la Asl territoriale per poter comunicare il loro rientro ma, “pur avendo provato a telefonare per giorni, nessuno ha mai risposto”.

“Di nostra spontanea volontà, abbiamo quindi deciso di collegarci sul sito della Regione Lazio, dove dopo un po’ siamo riusciti a trovare un altro numero di telefono e a chiamare per essere registrati – proseguono -. Tramite computer, abbiamo inoltre dovuto iscriverci sul sito ‘Io del Lazio’, per riempire nuovamente lo stesso modulo già compilato per l’ambasciata e per la compagnia aerea, aggiungere la firma e rispedirlo via mail. Noi ci siamo riusciti, ma chi non può o non ha dimestichezza con internet, come dovrebbe comportarsi?”. 

Uno dei problemi emersi nel corso dell’emergenza è infatti proprio quello legato al digital divide. Non parliamo solo del classico gap legato alla mancanza di un tablet o di uno smartphone, ormai presenti nella maggior parte delle case anche se non in tutte, né della mancanza della larga banda in alcune zone italiane. Questa nuova realtà ci sta piuttosto facendo assistere all’emergere di un nuovo gap da eliminare: quello culturale verso la tecnologia e verso nuovi modi di fare le cose.

“La nostra fortuna – concludono – è stata che, pur essendo adulti, siamo abbastanza pratici con il computer, ma anche se  avessimo avuto a casa una stampante funzionante o semplicemente non avessimo saputo usare il pc, avremmo avuto diversi problemi nel rapportarci con le istituzioni ceche e italiane o semplicemente nel tornare a casa”.


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