Il mondo di Sant’Antonio in Abruzzo

di Fausto D'Addario | 14 Gennaio 2024 @ 05:49 | I LUOGHI DELLO SPIRITO
Il mondo di Sant'Antonio in Abruzzo
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Il mondo di Sant’Antonio in Abruzzo tra rituali antichi e suggestivi: fuochi, maschere, benedizione degli animali, cottore e panarde.

Si avvicina la festa di uno dei santi più amati e celebrati del nostro paese: Sant’Antonio abate, un personaggio in bilico fra il sacro e il folklorico, sicuramente il più importante del mese di gennaio. Antonio è stato reso protagonista delle storie più svariate; in realtà era un monaco severo e ascetico, difensore della retta fede contro le eresie, nato nell’Egitto romano attorno all’anno 251 e morto centenario nella data storica del 17 gennaio. Viene considerato il fondatore del monachesimo eremitico, figura ispiratrice di quei monaci che sotto la guida di un padre spirituale si consacravano al servizio di Dio. Probabilmente l’ultima cosa che si sarebbe aspettato dopo una vita spesa nel deserto egiziano era quella di diventare protagonista di una serie di proverbi stagionali, il simbolo dell’inizio del Carnevale e l’icona di patrono degli animali. In Abruzzo infatti gli elementi rituali più comuni delle giornate del 16 e del 17 gennaio sono i fuochi, le processioni, la benedizione degli animali, i pasti rituali, i canti di questua e le vivaci rappresentazioni delle tentazioni del santo. Il sentimento popolare non poteva non rimanere colpito dalla monumentale figura di questo amico e servo di Dio, venuto dall’Oriente e presentato all’Occidente come maestro e prototipo della vita monastica, vita monastica di cui il territorio abruzzese fu terreno particolarmente fecondo. E lui, Antonio, lu nnimiche de lu dimonie, ogni anno ridiventa il protagonista dell’eterno dissidio del bene contro il male, della luce contro le tenebre.

Lu Sand’Andonje

Uno dei momenti festivi più partecipati era quello delle rappresentazioni di episodi della vita del Santo e della sua perpetua contesa con il demonio, specialmente quelli delle tentazioni nel deserto. Il tutto in forma teatrale e accompagnato da versi in dialetto: lu Sand’Andonje, appunto. Brigate di giovani e adulti fra attori e musicanti fanno il giro dei paesi: il personaggio principale è il santo monaco, con mantelletta, cappuccio (o mitra di carta), una fluente barba lunga, il bastone e il campanello; due eremiti lo accompagnano, presente un angelo, ma non manca mai il diavolo, rigorosamente con vesti rosse fiammanti e un bel paio di corna, che entra nelle case gridando e gettando scompiglio. Le strofe dei canti, di cui esistono innumerevoli versioni, riguardano tutti i dispetti con cui il santo viene messo alla prova dal diavolo, ma alla fine è quest’ultimo a uscirne sempre – è il caso di dirlo – scornato. Col tempo, però, la tradizione popolare ha arricchito la vita del santo di elementi fiabeschi e risvolti comici: l’esplosione liberatoria delle risate rovesciava la paura in allegria e una presenza terribile come quella demoniaca diventava uno spauracchio di cui ridere. A Trasacco, in provincia dell’Aquila, è ripresa la rappresentazione della Mascaritte, letteralmente piccola mascherata, una rappresentazione scenografica della lotta tra il diavolo e Sant’Antonio, al quale viene poi in soccorso l’Arcangelo Michele. Tutto in un tripudio si canti e suoni popolari. L’atmosfera di queste rappresentazioni è già tutta carnascialesca: il carnevale abruzzese iniziava tradizionalmente proprio con la festa di Sant’Antonio.

L’accensione delle farchie a Fara Filiorum Petri

Nella cultura contadina dopo l’Epifania si percepisce che il tempo del freddo ha toccato il suo picco. Per questo si accendevano fuochi ovunque, siano cataste come nella Marsica, torce come nel teramano, alti falò come nel chietino, a sostenere l’ultima fatica del sole in un’ininterrotta catena igneo-astronomica da quando le giornate si sono accorciate. La festa di Sant’Antonio segnava un momento cruciale della vicenda solare: il sole dava certezza di aver ripreso la sua risalita nel cielo e le giornate si allungavano a vista d’occhio: “A Sant’Antuone, n’ora bona“.  L’accensione dei fuochi è un rito di origine solare che in molti paesi avveniva in piazza, oppure in tutti i quartieri o contrade in un clima di gara paesana a chi realizzava il falò più grande, come accadeva a Scanno per le glorie. La protagonista della festa è questa volta Fara Filiorum Petri, in provincia di Chieti, un borgo di duemila anime diviso in 16 contrade, posto in una bellissima posizione alle pendici della Maiella. Fara si distingue per la grandiosità e la spettacolarità dei fuochi accesi in onore di Sant’Antonio, con fasci di canne alti da 7 a 9 metri e di circa un metro di diametro. Per il vero farese il calendario viene scandito dal tempo che manca alla prossima farchia. Per secoli tenimento dell’abbazia di Montecassino, il paese ospitava anche un suo cenobio benedettino dedicato a Sant’Eufemia. È chiaro come la cultura e la presenza monastica proposero ai contadini come modello di santità il monaco Antonio: così la cultura popolare lo rese da teologo difensore della fede a santo patrono del mondo dei campi e degli animali. L’accensione delle farchie a Fara Filiorum Petri si è svolta per secoli in modo diverso da come la vediamo oggi: al tramonto del 16 gennaio, una processione del santo sfilava da una cappella rurale a lui dedicata fino alla chiesa parrocchiale. Il corteo era illuminato non dai tradizionali ceri, ma da fiaccole di canne molto grandi, dette farchiette o farchie, che ricalcano l’italiano aulico fàlcola. Arrivati in chiesa, si gettavano gli avanzi delle canne per farne un falò nel piazzale antistante. La trasformazione nell’attuale manifestazione avvenne per ricordare un evento storico, l’arresto dell’invasine francese che non toccò Fara; autore del miracolo fu considerato Antonio abate, mentre gli atti raccontano del pagamento di una forte somma di denaro. In ogni caso nel 1899, per celebrare il centenario di quell’evento, si cominciò a innalzare qualche farchia delle proporzioni di quelle che vediamo oggi. Quest’anno saranno accese 16 farchie, più quella più piccola realizzata dai bambini, anche loro coinvolti direttamente, tanto è radicato questo rito. Poi tutti con il naso all’insù attorno ai fuochi della sera, che rinsaldano i legami sociali tra battute, qualche bicchiere e momenti goliardici e si ha l’impressione di essere tornati indietro nel tempo. La farchia è l’espressione della comunità unita: le canne tenute da questi rami di salice rosso sono la metafora della collaborazione e dell’intraprendenza della comunità, che si evidenzia particolarmente in questi giorni.

Tra cottore e panarde

Se per il fuoco la festa più spettacolare è quella di Fara, il primato del cibo spetta alla provincia dell’Aquila. A Collelongo la festa di Sant’Antonio è ancora molto sentita e amata. Già dal 16 vengono allestite le cuttore, grosse pentole nelle quali si preparano i cicerocchi, ossia un piatto di granturco bollito, con i chicchi che si gonfiano a mo’ di ceci. Per estensione le cotture indicano quelle abitazioni dove si viene accolti e rifocillati dalle famiglie che hanno allestito i calderoni. I locali sono addobbati solitamente con lunghe file di arance, cestini di uova, rami di ginepro e frutta secca e non può che far bella mostra di sé un quadro devozionale col Santo eremita circondato dagli animali. Di sera il paese è illuminato dai torcioni, grandi torce realizzate con fatica e impegno dagli abitanti per illuminare e scaldarsi nella fredda nottata. La mattina del 17 le ragazze erano solite uscire dalle cuttore portando sulla testa le conche rescagnate, cioè addobbate, dove in una graziosa sfilata in costumi tipici di Collelongo raggiungevano la chiesa madre. Qui verrà decisa quale sarà la conca meglio realizzata dell’anno. Probabilmente è il ricordo di un rito nuziale, una sfilata per far conoscere le ragazze in età da marito.

Nello splendido scenario di Villavallelonga, nella notte tra il 16 e il 17 gennaio si tiene la cena della panarda, un rituale di consumo collettivo di cibo con moltissime – una volta anche più di cinquanta! – e ricchissime portate, da degustare tra amici e parenti. La prima di queste era la panarda, il piatto che dà appunto il nome a tutta la tradizione, cioè fave lesse condite con olio o lardo, cipolla e peperoncino, e un pezzo di pane. La cena durava tutta la notte, non si poteva arrivare in ritardo e si dovevano consumare tutte le portate senza lasciare il tavolo. I canti di questua e dei momenti di preghiera interrompevano di tanto in tanto la lunga cena. E all’alba venivano distribuite le tradizionali fave bollite con la panetta. Rito, quello della panarda, reso celebre dal romanzo del 1925 dello scrittore avezzanese Federico Nardelli, intitolato proprio La Panarda. Ma la festa a Villavallelonga non finisce qui: nel pomeriggio del 17 si tiene il ballo delle pupazze, fantocci di cartapesta dalle forme esageratamente femminili, forse un richiamo alla donna che tentò di sedurre Sant’Antonio. Se oggi il numero dei fantocci può variare, una volta la Segnora (la Signora) era l’unica pupazza. Alla sera vengono bruciate, come rito di purificazione e auspicio di un prospero avvenire.

Ogni paese, ogni borgo dell’Abruzzo ha il suo particolare Sant’Antonio. Sono così tante le comunità in festa, che non basterebbe un libro a descrivere gli eventi di queste giornate cariche di tradizioni, vissute all’insegna di musiche, canti, balli e piatti tradizionali condivisi in gioiosa compagnia. In ogni caso specialmente in questi tempi segnati da precarietà e incertezza, non ci resta che augurare: evviva Sant’Antonio, protettore contro il demonio e auguri agli abruzzesi – e non solo – che portano il nome di questo glorioso santo.

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