Il lavoro nero rischia di essere una costante del dopo pandemia. L’Abruzzo è ottava per tasso di irregolarità

di Redazione | 27 Settembre 2020 @ 06:49 | ATTUALITA'
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L’Abruzzo è ottava per tasso di irregolarità, 80.400 lavoratori irregolari, il 15,4% rispetto ad un dato nazionale sul lavoro nero che la CGIA di Mestre valuta valga 78,7 miliardi di euro non dichiarati, che prevalentemente transitano di mano in mano attraverso l’uso del denaro contante. L’ultimo rapporto pubblicato sul rischio che il covid-19 possa far esplodere il lavoro nero, evidenzia come questo numero è destinato a salire drammaticamente nei prossimi mesi.

La situazione più critica nel Mezzogiorno dove si concentrano il 34% delle risorse non dichiarate, ovvero 26,8 miliardi di euro. Secondo l’ ultima stima redatta dell’Istat e relativa al 1° gennaio 2018, in Calabria il tasso di irregolarità 2 è pari al 21,6 per cento (136.400 irregolari), in Campania al 19,8 per cento (370.900 lavoratori in nero), in Sicilia al 19,4 per cento (296.300), in Puglia al 16,6 per cento (229.200) e nel Lazio al 15,9 per cento (428.200). La media nazionale è pari al 13,1 per cento.

Le situazioni più virtuose, invece, si registrano nel Nordest. Se in Emilia Romagna il tasso di irregolarità è al 10,1 per cento (216.200irregolari), in Valle d’Aosta è al 9,3 per cento (5.700), in Veneto al9,1 per cento (206.400) e nella Provincia autonoma di Bolzano si attesta al 9 per cento (26.400) (vedi Tab. 1).

 “Oltre 3,3 milioni di lavoratori irregolari, costituiti prevalentemente da lavoratori dipendenti che per una parte della giornata fanno il secondo/terzo lavoro, da cassaintegrati o pensionati che arrotondano le magre entrate o da disoccupati”, questo il numero di persone che in Italia svolgono attività lavorativa completamente sconosciuta al fisco.

La Cgia prende come riferimento l’ultima crisi, quella finanziaria del 2009 che comportò all’Italia una caduta del PIL del -5,5%. La conseguenza fu un aumento della disoccupazione nei due anni successivi dal 6%, al 12%.

Per il 2020 la caduta del PIL italiano è prevista del -10% circa, ovvero il doppio del 2009 e dal momento in cui la cassa integrazione verrà interrotta e non vi sarà più il blocco ai licenziamenti, “il tasso di disoccupazione assumerà dimensioni molto preoccupanti”, scrive la Cgia.

Secondo le previsioni dell’Istat, come riportato dalla Cgia, si prevedono circa 3,6 milioni di nuovi disoccupati in Italia che si sommerebbero ai 3,3 milioni di senza lavoro.

Una situazione drammatica che farebbe aumentare gli autonomi e i lavoratori in proprio abusivi, una situazione di drammaticità sociale che spingerebbe molte imprese ad assumere i lavoratori in nero non garantendo loro salari adeguati alla mansione e senza tutele.

Quali i rischi?

Per l’economia legale e che paga le tasse fino all’ultimo centesimo, il lavoro nero significherebbe una alterazione dei prezzi di mercato e di conseguenza concorrenza sleale.

Un lavoratore autonomo abusivo non dovendo pagare tasse e tributi, si troverebbe nella condizione ideale di praticare prezzi stracciati che una attività in regola non potrebbe mai applicare.

“Stiamo parlando di quelle persone che non riuscendo a trovare una nuova occupazione accetteranno un posto di lavoro irregolare o si improvviseranno come abusivi. Grazie a questa scelta riusciranno a percepire qualche centinaia di euro alla settimana; pagati poco e in contanti, tutto ciò avverrà in nero e senza alcun versamento di imposte, contributi previdenziali e assicurativi.”

Ed oltre all’alterazione della concorrenza, si porrà anche una questione di salute dei lavoratori. In particolare i lavoratori a nero dipendenti di impresa, rischiano di più perché non gli vengono riconosciute le “più elementari tutele previste dalla legge in materia di sicurezza nei luoghi in cui operano”. Di conseguenza il rischio di incidenti e di malattie professionali si eleva a livelli allarmanti.

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