Il Frizzo e Fra Nicola, due giornali satirici aquilani di inizio ‘900

di Alessio Ludovici | 18 Aprile 2021 @ 06:25 | RACCONTANDO
giornali satirici
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L’AQUILA – Tra i giornali aquilani di fine ‘800 e inizio ‘900 se ne trovano diversi di carattere umoristico. Ognuno aiuta a restituire un singolare spaccato della città a cavallo dei due secoli. Il fenomeno continua fino agli ’20 quando le restrizioni del regime fascista prosciugano quasi completamente quella sorgente che avrà un nuovo impulso solo nel dopoguerra e in particolare negli anni ’60. Un patrimonio che meriterebbe di essere reso fruibile. Un fenomeno, quella della stampa satirica, che comincia con i Lumi, che ne fecero abbondante uso per dissacrare il vecchio regime, e che ebbe una larghissima diffusione nell’800 anche grazie alle innovazioni tecniche che abbatterono i costi della stampa.

L’Italia e l’Abruzzo non sono da meno. Generazioni di libelli, di illustrazioni umoristiche, caricature e giornali o articoli satirici accompagnano tutte le vicende del paese, a cominciare dalle lotte risorgimentali. I bersagli sono non solo gli occupanti stranieri, ma in generale gli avversari politici, gli esponenti della cultura o delle classi più agiate o i notabili che guidavano il paese o un comune.

Un viaggio tra vizi e virtù dell’Aquila lo si può fare leggendo il Frizzo, “periodico satirico caricaturista” di via Campo di Fossa, o il suo rivale Fra Nicola un cui bersaglio era proprio “Nikita” del Frizzo.

Violo il segreto della confessione per i begli occhi delle mie graziose lettrici – scrive Fra Nicola – La notte scorsa, mentre mi avvoltavo nelle fredde lenzuole del mio lettuccio monacale, ho avuto un’idea: quella di raccontare, quando ne sentirò il bisogno, ciò che penso intorno alla vita politica e mondana di Aquila al gran pubblico di questa bella città. Il mio scopo è quello di prender per il …., verso allegro, gli uomini e le cose del mondo profano. Non si abbiano dunque a male le vezzose lettrici se io con il mio cordone avrò ad impartir loro la Santa Benedizione di tanto in tanto. Si sa: io sono un povero frate. Ho pochi vizi e molte virtù, fra cui quella di dire, ridendo, la verità e di castigare con il sorriso i cattivi costumi. Se riuscirò a far ridere ne sarò contento e sono sicuro che soltanto i poveri di spirito si avranno a male di quanto dirò. Ci siamo intesi? Giocate intanto questi numeri: 37, 5 e 19.”

E a ridere fanno ridere, a volte in modo più dissacrante altre volte in modi più sottili, utilizzando l’italiano ed il dialetto, polemizzando contro il ceto politico in modo a volte impetuoso a volte più scherzoso e bonario. Ecco che Fra Nicola approfitta del Carnevale, ad esempio, festeggiato con grandi veglioni all’epoca in città, per sbeffeggiare un po’ gli illustri personaggi che la governano. “Il sindaco avrà un abbagliante abito di Arlecchino”, mentre il direttore del Comune “una maschera originale da cane buldoc.. con la museruola”.

E’ il Frizzo invece a raccontare di un consesso politico tenuto anziché all’Aquila a Rocca di Mezzo, lontano da sguardi indiscreti. “Daremo, sebbene con riserva, una notizia strabiliante ai nostri lettori e lettrici. Così incredibile, incredibilia sed vero. Che forse San Bernardino ha mosso alla fine un dito? Un consesso, e, badate, non è quello che siede sbraitante ad un certo palazzo nel Corso V.E.. Non è quello che ci ha promesso la stazione ferroviaria a Piazza Palazzo, il mercato coperto a piazza grande, il gazometro a piazza Castello, la funicolare a Belvedere, il prolungamento del mare ed il relativo porto di Vetoio”.

Non solo i politici vengono presi di mira. Anche i cittadini sono oggetto di racconti e bersaglio di polemiche.

A finire al centro dell’attenzione sono ad esempio costumi e piccolezze dell’Aquila di una volta, ma anche un po’ di adesso. Ecco allora la passeggiata lungo il corso diventare oggetto di analisi impietosa:

“Non c’è che dire! Sono sempre le stesse facce che s’incontrano passeggiando. Sono sempre i soliti zerbinotti che con la sigaretta in bocca (spesse volte spenta per economia) vanno a testa alta in cerca di qualche sguardo più o meno languido, in cerca di qualche avventura o di qualche cosa per poter criticare, sia pure un cappello a falde troppo strette o una cravatta che non sia di buon gusto”.

Ci sono poi storie e storielle della vita quotidiana, ad esempio quella de “ji minorenni bocciati a j’esami” riuniti ‘abballe a San Basilio, non per fare penitenza, bensì intenti a provarci con le ragazze del posto ma senza poter offrire loro niente più che una panzanella. Nu fattareju, si specifica, efficacissima declinazione dialettale di un fatto di poca importanza ma che merita di essere raccontato.

“Egregio signor crunista, ju fattareju che m’è capitato de vedè sta ote è degnu proprio de ju Frizzo, nu giornalittu tantu simpaticu e ‘stuzzicareju. Dunque sinti de che se tratta questa vota. Poche sere fa, mentre me refacea na camminatella abballe a ju Spitale, me troette vicinu a na morra de gente, femmine e omini, pe llo più da ji quindici a ji diciotto anni. Allora la curiosità volle che ji m’avvicinesse di cchiu pe sintì meglio quella specie de conferenza. Induvina!? Erano tutti ji minorenni bocciati a j’esami, che s’erano radunati alla piazzetta de San Basilio, e raccontenno la sturiella de San Giuseppe faceano tutti i commenti più stravaganti sopra alle innumerevoli s…bocciature. A na certa ora alcuni de quisti conferenzieri penzettero bonu de cumplimentà na mmerennella all’assemblea.”

Ma i soldi sono pochi all’epoca, “23 sordi” che non bastano per tutti. Subentra quindi na citola, che trova la soluzione, una bella panzanella.

“Non l’avesse mai dittu che prima ancora che avesse finito de parlà, quiji bardasci erano scappati a ju forno economico a via Garibaldi a compra 3 chili de pane niru pe 18 sordi, e co ji atri 5 sordi jettero a fa mette acitu, ojo e sale a na butticuccia. In meno de nu fulmine, eccheji che revengono a san Basilio co nu sorte de grazia de Dio sotto le braccia. Ma fino a mo non era successo gnente, llo meju venne quando mezzu j’otel de campagna se vedette de zumpa, come na belva nfirucita, la mamma de du citole, che come na saetta a ciel sereno, sfasciò tutta la bella armunia di quella gioventù simpatica e allegra, facendoji remané alla gola quella molla e fresca zampanella, e pe faji rinvia la premiazione a na prossima seduta. A quando j’esami de riparaziò?”


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