Il fondo per le pari opportunità: un’iniziativa positiva ma insufficiente

di Redazione | 05 Febbraio 2024 @ 05:30 | ATTUALITA'
pari opportunità
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Abbiamo analizzato la distribuzione regionale del fondo per le pari opportunità, i suoi obiettivi e le sue criticità. Ribadendo ancora una volta la necessità di un cambio di strategia nella lotta alla violenza di genere.

Negli anni lo stato ha attivato diversi strumenti normativi ed economici, per contrastare il grave fenomeno della violenza di genere. Tra questi, il fondo nazionale per le politiche relative ai diritti e alle pari opportunità. Istituito nel 2006, viene rinnovato ogni anno e dalla sua entrata in vigore a oggi è aumentato notevolmente.

55 milioni € il fondo per le politiche su diritti e pari opportunità per il 2024. Nel 2006 ammontava a soli 6 milioni.

Le risorse sono distribuite e affidate alle regioni, affinché rafforzino servizi e iniziative sul territorio, per contrastare la violenza sulle donne e favorire la parità di genere. Si tratta sicuramente di un’iniziativa positiva che, puntando soprattutto sui finanziamenti a centri anti violenza e case rifugio, aiuta le vittime a uscire dal circuito della violenza, sostenendole da un punto di vista innanzitutto economico e abitativo.

Tuttavia abbiamo riscontrato alcune criticità. In primis il fatto che in anni recenti queste risorse siano state destinate solo a strutture già esistenti e non alla creazione di nuove. Nonostante in Italia i centri che offrono questi servizi non siano così diffusi, rispetto alla portata del fenomeno.

Inoltre questo tipo di interventi si inserisce in un quadro normativo più ampio sul tema della violenza di genere che, come abbiamo spiegato in precedenza, è più rivolto al supporto delle vittime, che al contrasto del fenomeno alla radice. E per quanto siano necessari e cruciali gli interventi di sostegno, al fine di contrastare un fenomeno così ampio e complesso bisogna necessariamente, in modo parallelo, investire in un cambiamento culturale e sociale di lungo periodo. A partire dalla formazione e l’educazione alla parità, al rispetto nelle relazioni affettive e sessuali, sia a scuola che sul lavoro.

La distribuzione del fondo

Il 28 dicembre 2023 è entrato in vigore il decreto di riparto contenente i dettagli sulle risorse e la loro distribuzione. Prevede 55 milioni di euro, di cui:

  • 20 milioni per i centri antiviolenza pubblici e privati già esistenti;
  • 20 milioni a favore delle case rifugio pubbliche e private già esistenti:
  • milioni per l’attuazione del piano strategico nazionale sulla violenza maschile contro le donne. In particolare a sostegno di percorsi di fuoriuscita dal circuito di violenza, dagli interventi per il sostegno abitativo al reinserimento lavorativo;
  • 9 milioni per realizzazione di ulteriori interventi delle regioni a favore dell’empowerment femminile.

Queste risorse sono distribuite tra le regioni in base a determinati criteri. Per i primi due punti in particolare, vengono considerati il numero di strutture presenti in ciascun territorio e la popolazione residente.

Oltre 10 milioni alla Lombardia dal fondo per le pari opportunità

Risorse allocate a livello regionale, dal fondo per le politiche relative ai diritti e alle pari opportunità

Con circa la metà delle risorse, Sicilia (5,9 milioni) e Campania (5,4) seguono la Lombardia tra le regioni che ricevono gli importi più alti. Mentre con meno di un milione ciascuna troviamo Basilicata (421mila euro), Molise (355,7) e Valle d’Aosta (135,2).

La Campania riceve più fondi per i centri anti violenza.

Osservando nel dettaglio le 4 voci di spesa elencate in precedenza, la Lombardia riceve più risorse per tutte tranne per quella dedicata ai centri anti violenza. È evidente comunque come il riparto rispecchi in gran parte la popolosità delle diverse regioni. È possibile in un certo senso individuare un’eccezione solo per il Lazio: seconda per numero di residenti (5,7 milioni) dopo la Lombardia, ma quinta per risorse ricevute (4,4 milioni). In effetti, come vedremo più avanti, il Lazio è tra le regioni con minore diffusione di centri anti violenza e case rifugio rispetto alla popolazione.

Non è ancora sufficiente

L’esistenza di un fondo mirato al rafforzamento di strutture e iniziative a favore dell’emancipazione femminile è senz’altro positiva. Così come è positivo che questo fondo sia aumentato nel corso degli anni. Tuttavia ci sono delle criticità che riteniamo utile sottolineare.

Per contrastare la violenza di genere sono necessari interventi formativi.

La prima è che nessuna delle azioni previste dal fondo riguarda interventi culturali, educativi, formativi rivolti alla popolazione. Su questo fronte, dalla relazione del 2022 sullo stato di utilizzo delle risorse del fondo, emerge che negli anni passati sono stati finanziati interventi perlopiù mirati alla formazione solo degli operatori del settore. E iniziative informative e comunicative. Tuttavia questo approccio, che rispecchia quello del quadro normativo vigente in Italia sul tema, non è sufficiente. La violenza di genere si può contrastare efficacemente solo intaccando il paradigma sociale e culturale in cui è radicata. Per farlo serve una strategia a lungo termine, che miri a un cambiamento profondo. Con interventi formativi sul lavoro, negli spazi pubblici e soprattutto rivolti all’educazione nelle scuole. Per insegnare a bambini e ragazzi un approccio sano e rispettoso alle relazioni affettive e sessuali. E gli strumenti per proteggere sé stessi e gli altri.

Con questo non vogliamo dire che le iniziative previste dal fondo non siano cruciali, tutt’altro. Lo sono per aiutare tutte le donne che vivono quotidianamente situazioni di violenza, a uscirne attraverso un supporto economico, psicologico, sociale. Tuttavia questo tipo di interventi non è efficace nel contrastare questo fenomeno alla radice.

In passato i fondi erano destinati anche a nuove strutture.

Un altro aspetto critico poi riguarda la decisione di destinare 20 milioni ai centri anti violenza e altrettanti alle case rifugio, ma solo alle strutture già esistenti. È dal 2020 che il fondo non viene utilizzato per creare nuovi presidi sul territorio. Non è sempre stato così: in anni passati gli importi affidati alle regioni sono stati investiti anche nelle creazione di nuove strutture.

Quanto sono diffusi centri anti violenza e case rifugio

Smettere di sostenere la fondazione di nuovi centri e concentrarsi solo su quelli già esistenti avrebbe senso in un contesto in cui queste strutture fossero già sufficientemente presenti sul territorio. Questo però purtroppo non sembra essere il caso del nostro paese.

0,3 centri anti violenza e case rifugio, ogni 10mila donne in Italia.

Per una corretta osservazione di questi servizi sarebbe necessario ridurre la popolazione a una fascia d’età rappresentativa delle donne più esposte al rischio di violenze. O ancora meglio, sarebbe utile avere dati precisi per circoscrivere con più precisione il numero di donne vittime di violenza. Si tratta però di informazioni che a oggi non sono disponibili, anche per la natura in sé di questi fenomeni, perlopiù sommersi.

In ogni caso, l’analisi che segue può comunque aiutare ad avere un’idea della scarsità di case rifugio e centri antiviolenza rispetto alla popolazione, che riguarda tutte le regioni italiane anche se con alcune variazioni.

Centri anti violenza e case rifugio: neanche 1 struttura ogni 10mila donne

Centri anti violenza e case rifugio ogni 10mila donne, nelle regioni italiane

Umbria, Friuli, Lombardia e Sicilia sono prime con circa 0,4 strutture totali ogni 10mila donne. Mentre agli ultimi posti troviamo Lazio (0,20), Marche (0,18), Piemonte (0,16) e Basilicata (0,15).

857 le strutture in Italia, di cui 396 centri anti violenza e 461 case rifugio.

La regione con più centri anti violenza è la Campania (65) che, come abbiamo visto in precedenza, è anche il territorio che riceve più risorse per questo servizio. Allo stesso modo, quella con più case rifugio e maggiori finanziamenti è la Lombardia (148).

Anche considerando i numeri assoluti tuttavia è piuttosto chiaro che parliamo di servizi numericamente insufficienti a far fronte a un fenomeno che potenzialmente riguarda una larga fetta di popolazione. Nonostante l’indagine sia datata al 2014, è significativo su questo il dato Istat secondo cui il 31,5% delle donne comprese tra i 16 e 70 anni (all’epoca 6 milioni e 788mila) ha subito nel corso della propria vita una qualche forma di violenza fisica o sessuale. Una percentuale elevata, che tra l’altro esclude tutte quelle forme di violenza psicologica ed economica per cui ugualmente si rende necessario supporto, aiuto e rifugio.

Per contrastare efficacemente la violenza di genere è necessario continuare a investire sulla diffusione nei territori di presidi e servizi. E parallelamente lavorare su una strategia di lungo periodo, che miri a intaccare il fenomeno dalle radici, attraverso l’educazione nelle scuole, la formazione sul lavoro e le iniziative culturali e sociali.


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