Il Chiarino dopo i venti della bufera. L’Aquila e il Gran Sasso d’Italia

Testo e fotografia Vincenzo Battista

di Redazione | 03 Dicembre 2020 @ 06:52 | RACCONTANDO
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La bufera si è prima spalmata sulle frastagliate falesie terrazzate della quinta calcarea di monte Corvo (2623 m.), e poi si è abbattuta scivolando sul fondovalle del Chiarino, irrequieta sull’imbuto geologico, impaziente, per poi strattonare il rifugio “Fioretti”, smaniosa di scuoterlo con la sua webcam (la stazione meteo) posizionata lì e battuta dalla furia della tormenta inquieta nella sua stessa natura: registrare le condizioni micro – climatiche del Solco erosivo di antichi ghiacciai. Ma si prova, come in una vigilia di una prima a teatro, l’inverno è solo testato, si aspetta, in quell’ambito territoriale del Gran Sasso la sua capitolazione, che quella complessa orografia si chiuda e torni inospitale come si addice a certe glaciazioni, dalla” neve vera” e dal vento che ti taglia la faccia, che arriverà, certo che arriverà, fino a primavera, da queste parti.
 
Per giorno e notte la webcam ha mandato in onda un programma (e noi lì a scrutare):” il turbine di vento e neve” continuo e costante, poi basta, il varco si è aperto e a meno 17 gradi siamo saliti (protocollo Covid e autorizzazioni). Il Chiarino. Un’autostrada zoologica per la fauna selvatica, è il primo step, non siamo noi che “apriamo” il Chiarino, ma le tracce e le impronte dei mammiferi sulla neve, le orme di quella piramide alimentare dei predatori fino a quelle sorprendenti, inconfessabili dichiararle, non è lo Yeti ma meglio non dirlo ( sono fresche al tatto, è passato da poco) tutto questo nel baricentro della “Vaccareccia”, costeggiano l’abbeveratoio le orme, e tirano dritte, su, verso i “Castrati”, le “Solagne”: che spettacolo!
 
Secondo step. Domenico Picco, sul registro delle visite del rifugio “Serpetti” è citato come il “Custode della val Chiarino” ma a fianco, quando saliamo, potrei avere un Hugh Glass, protagonista del film “The Revenant – il Redivivo (Leonardo Di Caprio lo interpreta), quando da un cumulo di neve tira via, sepolta, una enorme graticola di ferro per il cibo.
 
Terzo step. “Le seccarelle”, pezzi di faggio, si trovavano lungo i sentieri, bisognava tenerli puliti poiché, raccontano i “vecchi”, si nascondevano sotto le foglie, ci passavi sopra, scivolavi e cadevi: una manutenzione dei sentieri che oggi appare bizzarra, ma necessaria allora, per gli spostamenti di intere carovane di mulattieri. Queste arrivavano a piazza Santa Maria Paganica, la “piazzetta delle “lena”, delle “seccarelle”, come piazza Chiarino, un altro luogo della vendita della legna. Ma prima, prima, c’era il Chiarino, la raccolta del faggio secco, una soma: equivaleva a un quintale e mezzo massimo due, e con l’asino e le mule si portavano così a vendere. Costavano cinque o sei lire. I contadini salivano al Chiarino alle due di notte, da Arischia, mi dice Picco. Arrivavano lì dopo cinque ore o sei ore, raccoglievano la legna e allestivano le some ai lati del basto dell’animale, il carico, e scendevano per le località capanne in pietra, “Due fossi”, “L’Acqua grossa” infine Arischia. Da qui a L’Aquila, altre tre ore per i sentieri: Madonna della quercia, Murata del diavolo, via antica Arischia, Pettino, San Giuliano, e poi entravano in città per porta Barete, via Roma, e infine la piazza di Santa Maria Paganica, per arrivare, loro i boscaioli, a quei mercati che aiutavano le piccole economie delle famiglie, portandosi però dietro il vino di genziana allora largamente diffuso, ma di quelle vigne che non arrivavano mai a maturazione. Il vino andava “a male” nelle botti, si alterava, non si gettava via, e allora solo le radici di genziana poteva aiutarlo: il vino di genziana, non quello di oggi, povertà e ingegno delle risorse…
Provare a raccontarlo!

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