La tradizione del ceppo di Natale (ju ciòccn, lu tecchie, lu tizzon o capezzon e via dicendo) da mettere sul focolare la sera della vigilia, era ed è ancora uso comune nei paesi abruzzesi.
Il sapore sempre antico e sempre nuovo di questa festa commuove tanto i più piccoli, tra voci festanti, dolci e regali, quanto chi è più avanti con gli anni, al ricordo di com’era il Natale di una volta e come, forse, più non è. Quando si pensa al Natale in Abruzzo, la mente non può che andare al camino con la fiamma ardente, alla nonna e alla mamma col grembiule indaffarate ai fornelli, ai profumi delle delizie che presto passeranno dal forno al palato. Popolo povero e lontano dai grandi centri, gli abruzzesi hanno conservato genuina la tradizione della famiglia, insieme a tanti usi popolari e finezze di cucina mettendo insieme fantasia e necessità di accontentarsi di prodotti umili. Pensieri, malinconie e preoccupazioni sembrano sciogliersi al calore del camino, attorno al quale la famiglia è di nuovo riunita e unita. E se ci metti il suono vivace e nostalgico della zampogna, ci si sente anche meglio.
In un sincretismo persistenze e memorie, il Natale nella cultura abruzzese mantiene ancora un’aura di festività “precristiana”. La nascita di Cristo, il sole che sorge dall’alto, ha trascinato con sé significati cosmici e solari. Così l’attesa del solstizio d’inverno e il progressivo aumentare della luce si riflettono nell’usanza di far ardere il ceppo dalle prime ore della sera della Vigilia. Il capostipite della famiglia mette nel camino un grosso tronco o una radice di olivo e si recitavano la formulette augurali. Il fuoco serviva a riscaldare il Bambinello e anche i membri della famiglia che, infreddoliti dopo la messa di Mezzanotte, tornavano alle loro case per scambiarsi gli auguri. Il ceppo andava continuamente curato, per farlo durare fino al giorno di Natale, oppure fino al primo giorno del nuovo anno o all’Epifania. Troviamo infatti diverse manifestazioni legate al rito collettivo del fuoco: a Pescasseroli, in provincia dell’Aquila, la tomba di Natale è un falò molto alto che brucia tutta la notte, attorno al quale l’intera comunità si riunisce. Ancora molto viva a Tufillo, in provincia di Chieti, è la tradizione della farchia del 24 dicembre, dove la catasta di tronchi viene allestita attorno a un palo centrale. La notte della vigilia viene portata in processione in onore della nascita di Gesù, tra canti natalizi, torcinelli, calcionetti e vino. Anchea Nerito, frazione di Crognaleto in provincia di Teramo, la sera del 24 dicembre si accende il falò nel punto più alto del paese e vieene alimentato di continuo fino al giorno dell’Epifania. Il senso di questi riti, che siano domestici o collettivi, è che il ceppo o la catasta che bruciano lentamente rappresentano il consumarsi del vecchio anno che lascia il posto al nuovo. È come se, recuperando una sensibilità ancestrale, l’uomo riponesse nella pianta la propria anima e il tronco si trasformasse in un totem tutore di quella comunità. Le ceneri del tronco e i tizzoni non venivano buttati via; in alcune zone del centro Italia, anzi, venivano sparse sulle soglie delle case e nei campi a evitare il malocchio e favorire il raccolto.
Un intenso e affascinante momento collettivo che rimanda a rituali persi nel tempo, un’arte precisa, quella della preparazione e dell’accatastamento della legna, tramandata da padre in figlio. Tutti collaborano, anche i bambini: non è Natale, se non quando la catasta finalmente arde per bene.







