Il caso della rissa alla Villa Comunale. Sei arresti

di Alessio Ludovici | 14 Giugno 2024 @ 06:00 | CRONACA
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L’AQUILA – Lo stiletto spagnolo è un piccolo coltello a serramanico. Si usava anche nei duelli per la sua precisione e la sua lama appuntita, oltre che per il fatto di poterlo sempre portare con se. Oggi in Italia è difficile vederne uno. Di certo nessuno pensava di poterne vedere uno brandito in pieno giorno alla Villa Comunale dell’Aquila.

E’ quasi mezzogiorno di un normale mercoledì e c’è una signora che si appresta ad attraversare la Villa Comunale. Venti metri più in là è in corso all’Emiciclo una seduta del consiglio regionale e il personale della Digos presidia l’area come sempre. Dalla Villa, percorrendo via XX Settembre, si arriva facilmente al Tribunale dell’Aquila dove proprio in quei momenti è in corso la procedura di insediamento del nuovo procuratore capo della Repubblica distrettuale antimafia per l’Abruzzo, il dottor Alberto Sgambati. Salernitano, 66enne, non avrà neanche il tempo di godersi il giuramento che sarà già davanti la scrivania di fronte al suo primo atto nel palazzo di Giustizia del capoluogo.

A Collemaggio infatti, poco prima di mezzogiorno, un gruppo di tre egiziani aggredisce tre tunisini. Sono tutti e tre maggiorenni gli egiziani. Tra i tunisini invece c’è anche un minore, dieci giorni prima era scappato da una struttura di accoglienza che ne aveva regolarmente segnalato la fuga.

I motivi dell’aggressione sono in corso di accertamento. I protagonisti hanno sostenuto che si trattasse di un problema legato ad una ragazza ma è probabile che di mezzo ci sia il controllo del territorio, una modalità non nuova a recenti e simili fatti di cronaca, come il tentativo di controllare via Paganica.

Non è da escludere che il rafforzamento dei controlli al Castello abbia spinto un gruppo ad invadere il territorio degli altri. Ma è solo un’ipotesi, di episodi simili tra tunisini ed egizioni ce ne sono stati diversi ultimamente. Quello che è certo, lo ha spiegato il questore Enrico De Simone ieri sera in una conferenza stampa, è che i controlli nel parco del Castello, una zona che fornisce più protezione ai malintenzionati, li ha costretti ad uscire alla scoperto, a frequentare zone dove è più difficile fuggire.

A Collemaggio la colluttazione dura pochi secondi. E’ violenta, spregiudicata, come spesso accade nelle modalità adottate da questi gruppi che sembrano particolarmente disinibiti di fronte ad elementari regole del vivere civile.

Eppure quello di Collemaggio è solo il primo tempo.

Poco dopo, a mezzogiorno, i sei si rincontrano alla Villa. Questa volta sono i tunisini a cercare gli egiziani. Spuntano anche i coltelli, come nulla fosse, come se non fosse una zona abitata e frequentata.

Uno è un trinciante da chef, con una lama da quasi venti centimetri e da dove sia sbucato nessuno lo sa.

L’altro è una navajas, il famoso stiletto spagnolo. E’ un piccolo coltello a serramanico, con una lama curva, stretta e appuntita che con i conquistadores spagnoli si è diffuso in tante zone del mondo. Le sezioni in ottone e i rivetti del coltello suggeriscono una provenienza artigianale. In molti paesi, e anche in Maghreb, è comune portarlo con sé. E’ uno strumento di difesa, un utensile, un’arma per duelli. Spesso anche un simbolo.

Durante la rissa una delle lame finisce per piantarsi nella testa di un egiziano e si ferma poco prima di raggiungere il cervello. Gli altri si difendono con pietre e pezzi di arredo urbano. Pochi istanti dopo arriva la Digos. Gli egiziani riescono a fuggire, i tunisini vengono raggiunti dalle forze dell’ordine. La signora che attraversava la Villa, finita nel mezzo, inveisce contro i ragazzi.

Poco dopo arrivano anche le volanti della Polizia, coordinate dal commissario Francesco D’Antonio, un poliziotto abruzzese arrivato all’Aquila dalla costa adriatica. I tre tunisini vengono disarmati, poi scattano le indagini per rintracciare gli altri che, grazie alle testimonianze dei presenti e alla videsorveglianza del terminal, vengono subito rintracciati.

Scatta l’arresto, condiviso con il procuratore Sgambati, ma è solo grazie alla circostanza della flagranza di reato che si è potuto procedere. I sei presunti autori, infatti, erano noti alle forze dell’ordine che li attenzionavano da tempo. Nelle occasioni precedenti però non c’era stata l’occasione per procedere all’arresto.

Una città sicura L’Aquila, lo dicono i dati e lo ripetono le istituzioni. Ma la percezione dei cittadini spesso è diversa, anche a causa della crescente criminalità minorile e ad episodi come quello di ieri. Non il primo, probabilmente nemmeno l’ultimo.

Per cinque dei sei protagonisti della rissa si sono aperte le porte del carcere delle Costarelle, a Preturo. L’unico minorenne è in un Cpa. Per tutti i sei i reati contestati sono rissa aggravata, lesioni aggravate, resistenza a pubblico ufficiale, porto illegale di armi. Il loro destino è incerto, dipenderà molto dai loro permessi di soggiorno. Senza permesso, infatti, rischiano anche di essere espulsi dal paese, come successo a un altro ragazzo non più tardi di due settimane fa.

La polizia lavora anche sul fronte della prevenzione. Provvedimenti come i Daspo, o come la chiusura di un bar disposta negli scorsi giorni, agiscono sulla cosiddetta “pericolosità sociale” e quindi in modo preventivo. Ma è una strada stretta e non è facile stare dietro a un fenomeno di difficile comprensione. La sovrapposizione mediatica tra certa criminalità con il complesso fenomeno migratorio non aiuta. E altrettanto superficiale è l’accusa alle strutture di accoglienza, spesso vittime a loro volta delle teste più calde, spedite all’Aquila perché nelle grandi città di arrivo non c’è più posto.

All’operazione di ieri è arrivato il plauso del primo cittadino, Pierluigi Biondi. “È la risposta migliore che si potesse dare a coloro che pensano di poter impunemente macchiare la reputazione di una città dall’elevata qualità di vita e della sicurezza. Con loro – continua il sindaco- ringrazio il prefetto e tutte le forze dell’ordine che quotidianamente sono impegnati nel prevenire e reprimere comportamenti che la nostra comunità non può e non deve subire. È per questo che nell’ultimo comitato ordine e sicurezza pubblica abbiamo ribadito la necessità di non tollerare alcun tipo di atteggiamento non in linea con le regole della pacifica e civile convivenza”.

Il Questore, intanto, ha chiesto un rafforzamento dei sistemi di videosorveglianza, soprattutto per le aree più calde del territorio.


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