Il cammino di Santa Anatolia raccontato da Vincenzo Gianforte

di Enrico M. Rosati | 09 Luglio 2022 @ 07:06 | CULTURA
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TORNIMPARTE  – Vincenzo Gianforte, storico organizzatore del Cammino di Santa Anatolia, percorrerà, per il sessantesimo anno consecutivo. la strada che partendo ‘dajju santarejju’ lo porterà a Santa Anatolia. Un percorso ripreso nel ’62 da un gruppo di amici di 14/15 anni che volevano rivivere i passi dei loro avi che conoscevano grazie ai racconti degli anziani. 

“Organizzai il cammino per la prima volta a 15 anni, con dei ragazzi nel ’62. Non conoscevamo la montagna, ma partimmo, sbagliando anche qualche volta la strada. Ci mettemmo molto tempo per arrivare, ma ne valse assolutamente la pena. Pensando a quella esperienza ricordo i campi di grano della piana del Corvaro, una distesa immensa. Noi arrivammo il giorno prima e alloggiammo nella chiesa di Santa Anatolia che, oltre noi, ospitava pellegrini provenienti da tutto il circondario. Ricordo delle donne lì con noi, nella chiesa, che pregavano per l’acqua al granoturco…” afferma Vincenzo Gianforte, da sempre custode delle tradizioni paesane.

 Il cammino di Santa Anatolia è, infatti, una delle occasioni che ci permettono di ripercorrere i passi della nostra storia. Ogni giovane di Tornimparte che si imbarca oggi in questa esperienza può essere certo di calcare le orme dei suoi bisnonni che si recavano alla fiera di Santa Anatolia insieme alle mandrie per vendere e comprare animali. Ancora e sempre protagonista dell’esperienza è la montagna e il legame che intrecciamo con essa. Come ci dice Vincenzo sin dal primo cammino è fondamentale il viaggio e non la meta. Infatti, lo stesso, parlando della strada che viene percorsa ogni anno, non manca di sottolineare i dettagli che ricordano al camminatore di trovarsi su un tracciato secolare. 

“Questo è un cammino fondamentale perché ripercorre tratti fondamentali della vita dei nostri avi. Infatti, facendo attenzione si possono notare le piazzole, dove i carbonai facevano il carbone. Se uno scava con un bastone il carbone che venne fatto tanti anni orsono riaffiora. Lo stesso vale per le formazioni di pietre che si incontrano, quelle venivano utilizzate con rami e foglie per fare da rifugio ai pastori.” 

Il carbone e le formazioni di sassi diventano un forte simbolo di connessione tra presente e passato, un legame tra i tornimpartesi di oggi e la storia del paese, marcata da transumanza e carbonai. Un altro elemento della montagna che svolge un ruolo fondamentale di connessione tra passato e presente sono le sorgenti che ancora adesso come allora permettono ai viandandi di dissetarsi. Il cammino dura molto, afferma Vincenzo:

“Si cammina molto, 8 ore, ma non si sente la fatica. Perché camminare è il modo ideale di stringere legami sociali con chi ti accompagna in questa traversata. Per me pensare è il camminare della mente. Il percorso parte “daju santarejju”, che è una roccia della montagna nella quale i pastori mettevano il santino e si prosegue per la  Valle del Puzzillo, Cerasolo, rifugio dei Campitelli, si fa la Forchetta del Lago e si scende al Lago della Duchessa. Scendendo si passa a ‘macchia triste’ e passando per la Valle Fua si giunge a Cartore. Da lì si punta Sant’Anatolia che verrà raggiunta in un’ora. Sai perché si chiama ‘macchia triste’? – aggiunge Vincenzo – Perché li figliavano i lupi; quindi gli animali che ci entravano poi non ne uscivano, da quanto raccontano i pastori. Attualmente partiamo alle 4 di mattina per non prendere troppo caldo, alle 8 stiamo al lago e con altre 4 ore, per mezzogiorno, si arriva. Il cammino è vettore di conoscenza e socialità, infatti lungo il cammino si parla e si stringono relazioni amicali.”

La fiera di Santa Anatolia ha, per i tornimpartesi, anche una connotazione gastronomica, infatti in quel giorno non si parla altro che di ‘pizze de cacio’ e aglio rosso di Sulmona che viene riportato a parenti e amici che sono rimasti a casa. Interessante, lungo il Lago della Duchessa, la presenza di uno storico pastore che rifocilla gratuitamente di acqua, caffè e bevande alcoliche coloro che intraprendono il cammino e in seguito sono soliti comprare da lui il formaggio appena fatto. 

Vincenzo parla anche delle difficoltà che affronta nel tenere viva questa tradizione così importante, infatti sottolinea la necessità che dei giovani prendano in mano l’iniziativa e continuino a portarla avanti: “Vedo che i giovani di oggi spesso sono sconnessi dalla natura” afferma l’uomo. Un richiamo difficile da ignorare, d’altronde, alzando lo sguardo dal telefono ci si trova dinanzi la stessa vista dei nostri avi: una montagna in attesa di essere vissuta. 

Foto di Federico Colantoni


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