I riti religiosi di Pasqua tra sacro e profano

di Dino Di Vincenzo, Presidente dell’Associazione “I Cinturelli”

di Redazione | 03 Aprile 2021 @ 19:30 | EVENTI
I riti religiosi di Pasqua tra sacro e profano
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SULMONA – Il periodico I Cinturelli è online con il suo n. 31, lo si può leggere al seguente link http://icinturelli\altervista.org. Si tratta di un free press realizzato e gestito, anche in forma cartacea, dall’omonima associazione culturale che ha la sua sede nel borgo di Caporciano (AQ). Come di consueto i contenuti sono focalizzati principalmente sulla cultura, le tradizioni, le bellezze artistiche e paesaggistiche del territorio di cui il periodico è espressione. In questo ultimo numero che vede la luce in prossimità della Pasqua, viene affrontato il tema dei riti legati a questa solenne festività. Lo scritto è suggestivo e carico di rimandi a significati e valori umani e religiosi. L’autore dapprima espone due tra le più iconiche rappresentazioni del nostro paese, legate alla resurrezione del Cristo. Si tratta del rito della città siciliana di Modica, e di quello a noi abruzzesi molto caro detto “della Madonna che scappa in piazza di Sulmona. Entrambi si tengono proprio nel giorno della Pasqua.

In una piazza gremita di folla, dove si fatica a muoversi, dopo ore in cui la Madonna ha girato per le vie tortuose di Modica, tra i magnifici scenari del barocco siciliano, finalmente a mezzogiorno, nel luogo più importante della città, la Madonna incontra Gesù!

Risalente almeno al 1600, l’incontro fra la Madonna ed il Cristo Risorto, è reso caratteristico ed emozionante in questa versione modicana dal fatto che il simulacro di Maria è in pratica un burattino in legno sul tipo dei pupi siciliani.

La figura materna, in spalla a numerosi portatori e con gli abiti del lutto, ha vagato dall’alba di Pasqua, quando si è sparsa la voce che Cristo è risorto, tra le strade della città, in cerca  del Figlio. La rappresentazione ha un crescendo scenografico. Quando  la processione ginge nel luogo fissato, la Madre “scorge” in lontananza Gesù Risorto. Ed ecco che all’improvviso il simulacro perde il manto nero che la ricopre, lasciando così scoperto il suo splendido vestito azzurro; contemporaneamente si librano in volo uno storno di colombe bianche, nascoste nel basamento. Le due statue si avvicinano tra ali di folla, la Madonna muove le braccia, abbraccia la gente, impartisce benedizioni e, infine, si china a baciare il petto del figlio risorto.

Tutt’intorno, spari di bombe e campane a festa, la banda intona inni!

E’ la cerimonia de ”La Madonna Vasa-Vasa.”

A Sulmona in Abruzzo, nelle stesse ore un’altra spettacolare rappresentazione celebra l’incontro tra la Madonna e il Figlio. Questa è conosciuta come “La Madonna che scappa in piazza“ ed è il rito più noto della Regione. Anch’esso richiama fedeli e turisti da ogni dove.

La cornice che incorona la rappresentazione è la grande e spettacolare Piazza Garibaldi, dove fanno da scenario da un lato l’acquedotto svevo, dall’altro la chiesa di S. Filippo sormontata dal maestoso Morrone e, per il resto, da quinte di case, palazzi e chiese. Qui la tradizione, anch’essa secolare, prevede l’arrivo in piazza della processione. La statua del Cristo risorto si ferma sotto l’arcata centrale del famoso acquedotto, in un maestoso baldacchino predisposto per l’occasione, mentre i simulacri dei Santi Pietro e Giovanni, accompagnati e preceduti da decine di confratelli, proseguono, a passo lento e maestoso, fino in fondo alla lunga piazza, dove, all’interno della chiesa di S. Filippo, c’è la Madonna in lutto. La statua di S. Giovanni si fa avanti, arriva al portale della chiesa e annuncia alla Madonna l’avvenuta resurrezione del Figlio. Maria però non crede subito alla. San Giovanni ritenta nuovamente ed infine è creduto. Allora  ei aprono i portoni della Chiesa ed esce il simulacro della Madonna.

La comparsa della statua è accompagnata da un fragoroso applauso del folto pubblico  emotivamente coinvolto.

I tre simulacri, con quello di Maria posto leggermente davanti, si dirigono lentamente verso il lato opposto della lunga piazza muovendosi con il tradizionale passo dello struscio, ondeggiando a destra e sinistra. Ad un segno convenuto, alle ore 12 precise, finalmente Maria scorge Gesù risorto. E d’improvviso le cade il manto e il fazzoletto del lutto, appare vestita con un ampio abito verde con ricami d’oro, le spunta un garofano sulla mano e, da dentro il baldacchino, sono liberati dodici colombe. La folla applaude, la banda suona, le campane vanno a festa, si odono mortaretti, e inizia una veloce corsa dei portatori fino al ricongiungimento con Cristo.

Se tutta la sequenza si svolge senza intralci (corsa, caduta del manto e fazzoletto, volo delle colombe), la tradizione prevede che l’anno sarà propizio, mentre se qualcosa non funziona, vi saranno sventure o calamità naturali. La preoccupazione diventa più grande se la statua della Madonna dovesse cadere durante la corsa. Storiche sono le cadute del 1914 e del 1940, presagi delle successive guerre mondiali.

Anche a Caporciano, come abbiamo già raccontato nel n.2 di aprile 2011 e in altre occasioni, la mattina di Pasqua si celebra il rito dell’incontro tra Maria e Gesù. I dettagli sono ben descritti nel citato articolo di Peppino Portante che ne data l’inizio al 1824.

A differenza degli altri due casi, qui l’usanza celebra l’incontro non a mezzogiorno ma all’alba della Pasqua.

La celebrazione del momento di lutto è raccontata con la cosiddetta “ora del Popolo”. Canti, preghiere e litanie dal carattere funereo, che si svolge dalle cinque alle sei del mattino. La chiesa è ornata a lutto, con luci soffuse e un grande telo (sipario) nero che copre l’intero presbiterio. Davanti al telo c’è la statua “dell’Addolorata”, vestita a lutto, con le candele che fanno una flebile luce.

Poi in prossimità dell’alba, come da tradizione e come per magia, quando il parroco intona il “Gloria in excelsis deo”, la grande chiesa si trasforma. Velocemente il grande sipario nero si apre, si accendono le luci dell’altare, quelle della chiesa, il coro accompagnato dall’organo, canta a festa, suonano le campane e la banda.

Improvvisamente il clima cupo si trasforma in festivo. Sopra l’altare maggiore, in un tripudio di fiori e colori, c’è ancora il simulacro della Madonna con il mantello del lutto. Pian piano, con un abile movimento di carrucole, da dietro l’altare comincia ad apparire la statua del Cristo risorto. Contestualmente alla Madonna cade il mantello nero e appare nei suoi abiti più belli. Infine ambedue i simulacri ruotano verso i fedeli.

Segue la cerimonia religiosa e, alle sette del mattino inizia la processione per tutto il Paese che dura oltre un’ora. Dopo il rientro in chiesa segue in piazza, la famosa colazione pasquale!

I tre riti che ho raccontato, hanno  in comune molte aspetti.

La partecipazione emotiva della gente che passa velocemente dal sentimento mesto della morte, a quello contrapposto e gioioso della resurrezione.  Hanno una rappresentazione scenografica dell’evento che, la cinematografia di oggi, definirebbe “liberamente tratta dai vangeli”. Ognuno aggiunge qualcosa di originale per raccontare la storia e nulla importa se nelle Scritture non sia scritto.

I Vangeli infatti, ci narrano  della Madonna presente sotto la Croce assieme alla Maddalena.

Ma una volta risorto, il Cristo appare solo alla Maddalena e non alla Madonna.

Mentre le tre manifestazioni sopra ricordate, s’incentrano fondamentalmente sull’incontro della Madre con il Figlio.

Forse un po’ compiacendosi verso una libera interpretazione, un po’ cedendo verso il tema di grande presa, rapporto madre figlio, un po’ forse per scacciare le numerose dicerie, che vogliono Maria Maddalena come la sposa di Gesù. Ipotesi questa caldeggiata nei vangeli apocrifi e da alcune interpretazioni secondo cui anche nel famoso affresco dell’ultima cena di Leonardo, sia raffigurata una donna. Tesi quest’ultima che giustificherebbe il fatto  che Gesù, dopo la resurrezione, sia apparso proprio a Lei e no ad altri.

I tre riti raccontati hanno ovviamente la piena e consapevole partecipazione della Chiesa, e indicano comunque un legame forte nell’intera area del mezzogiorno d’Italia.

Quello di Caporciano sarebbe addirittura stato mutuato da analogo rito che si celebrava in un monastero di Palma di Montechiaro, in Sicilia.

Ne abbiamo raccontato solo tre, ma gran parte del mezzogiorno (ex regno Borbonico) è pieno di simili tradizioni, che si sono fuse ed evolute con riti diffusi in Spagna, ed in particolare nell’area centro meridionale.

Tutti indistintamente, compresi quelli della Settimana Santa, narrano liberamente le vicende evangeliche, costituendo un patrimonio culturale demo-etno-antropologico d’indiscusso interesse.


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