I riti della Settimana Santa in Abruzzo tra fede e folklore

di Fausto D'Addario | 24 Marzo 2024 @ 05:00 | I LUOGHI DELLO SPIRITO
Settimana santa
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L’AQUILA – L’antropologa Adriana Gandolfi, presidente dell’associazione A.s.t.r.a. ha illustrato in un incontro tenuto al Museo delle Genti d’Abruzzo le tante tradizioni abruzzesi legate alla Settimana Santa e al giorno di Pasqua. Un appuntamento sentito e partecipato per non dimenticare che in terra d’Abruzzo anche la più cristiana delle festività attinge, per molti aspetti, al repertorio cerimoniale e simbolico delle religioni precristiane e delle famiglie agro-pastorali, dove le feste servivano a scandire dei cicli ben precisi. 

Oggi non siamo più contadini e non vediamo più dal vivo gli effetti e i cambiamenti naturali delle campagne: le feste che ancora resistono e le manifestazioni che vengono portate avanti da tanti giovani e coraggiose Pro Loco servono per aiutarci a ricordare chi eravamo e cosa potremo ancora essere. La Pasqua è quella festa che ci fa tornare a vivere con il rigoglio primaverile della natura. È infatti la primavera ad aprire il nuovo ciclo del sole, perché dopo il solstizio d’inverno la luce e il calore prendono, a poco a poco, il sopravvento sulla stagione del freddo e della morte. Ma perché Pasqua viene festeggiata proprio in questo periodo primaverile? Il parallelo simbolico tra il ciclo della natura e gli eventi della vita di Gesù non poteva essere più calzante: come Gesù (ri)nasce con il sole a dicembre, così viene messo a morte in vista della risurrezione in coincidenza con la rinascita del cosmo. E anche noi ci ricordiamo, quando eravamo piccoli, di una bella tradizione di aderenza al rinnovamento della natura: il giorno di Pasqua alla messa bisognava indossare qualcosa di nuovo, un po’ come gli alberi e le piante rifioriscono e rinnovano il loro aspetto.

Prima della Pasqua c’è l’ultimo lembo della Quaresima, la Settimana Santauna settimana di Passione dove l’Abruzzo dà il meglio di sé tra riti e folklore. Una passione che è liturgia cosmica, perché il mistero di Cristo ingloba tutto il destino del mondo, tutta la natura che sospira nell’attesa della rinascita. Vestigia di tradizioni stratificate lungo i secoli, manifestazioni sceniche messe in atto negli scenari fantastici dei nostri borghi, il laico e il religioso che diventano inestricabili. La Settimana Santa, tempo di lacrime e di dolore, prende avvio con la Domenica delle Palme per arrivare agli eventi che culminano con la morte di croce, fino alla trionfale uscita dal sepolcro nella resurrezione. In questa grande Settimana il teatro del sacro, oggi recuperato con passione e consapevolezza, si dispiega in tutta la sua forza drammatica: il sangue è quel filo rosso che attraversa e lega i riti, dove vita e morte – questo binomio inscindibile – duellano in una coreografia che rievoca il lutto per la passione e la morte del Figlio di Dio. Molti forse non sanno che l’Abruzzo è la regione che nei secoli ha mantenuto la più alta diffusione di rappresentazioni teatralizzate che, a partire dal Medioevo, troviamo in tutta l’Italia del centro-sud: presepi viventi, Sant’Antonio Abate, le processioni della Settimana Santa, è tutto un pullulare di sacre rappresentazioni durante l’anno.

La Domenica delle Palme, dopo la messa, i rami vengono benedetti e distribuiti. Nelle campagne c’è ancora la tradizione di venire ognuno con il suo ramo d’olivo, adornato con fiori veri o di carta, per poi regalarli a parenti o amici. Alla fine della messa il sacerdote capeggia la sfilata di uomini e donne e bambini, muniti di fronde colorate delle dimensioni più varie, sino ad arrivare alle croci della passione. Sono croci che si trovano in alcuni punti simbolici del paese, come le porte di accesso, che hanno i simboli della passione: la lancia con la spugna, la corona di spine, la tunica, i dadi, il gallo. Nei paesi i simboli della passione diventano strumenti di protezione dalle calamità. Dopo la benedizione, le palme vengono riportate nelle case, oppure vengono messe in campagna, infilate tra i campi in mezzo al grano oppure tra i vitigni. Le palme benedette servono appunto a benedire i raccolti e ad allontanare grandine, tempeste e tutto quello che potrebbe danneggiare il futuro raccolto.

Il Mercoledì Santo iniziano i canti nelle zone rurali: gruppi di cantori devoti, muniti di fisarmonica, girano nelle case contrada per contrada per cantare la passione di Gesù e il pianto della Madonna. Più spesso, per far assistere un maggior numero di persone, si eseguono nelle scuole o nelle sale delle parrocchie, ma così viene a perdersi quel bussare casa per casa. E in cambio, come per Sant’Antonio, i cantori ricevono delle uova e salsicce; ora anche soldi, ma il denaro non ha quel simbolismo particolare di rigenerazione che ha l’uovo; ed era bello vedere questi cantori andare in giro con il cestino pieno di uova. Alla sera del Mercoledì Santo il borgo intero di Gessopalena si trasforma in un magnifico palcoscenico, grazie alla presenza della Maiella e della roccia lucente del gesso, ad ospitare la sacra rappresentazione della passione di Cristo con i quadri viventi: tantissimi figuranti che riievocano gli episodi principali della vita di Gesù.

Il Giovedì e il Venerdì Santo sono le due giornate dedicate alle processioni più caratteristiche e plateali d’Abruzzo. Già nel Medioevo durante la Settimana Santa avvenivano sacre rappresentazioni delle varie scene della Passione, dove attori in carne e ossa interpretavano i vari personaggi; man mano a questi si sostituirono le statue. A Lanciano il giovedì sera domina la figura senza volto e senza nome del Cireneo che, scalzo e carico della pesante croce di legno, guida la processione degli Incappucciati. Giovedì è anche il giorno dell’Ultima Cena e dell’allestimento dei sepolcri. Molto particolari sono le composizioni tradizionali per i sepolcri: sono fatte con i germogli dei semi di grano, di lenticchie o anche di altri cereali, fatti nascere immersi in una ciotola nel cotone umido e coltivati al buio, in modo da ottenere dei colori quasi irreali, bianco o verde acqua. Si tratta anche in questo caso del linguaggio della natura, a indicare il passaggio dalle tenebre della morte di Gesù alla sua resurrezione. Tradizionalmente si dice di andare a far visita ai sepolcri, ossia agli altari della reposizione addobbati: in realtà il Giovedì Santo Gesù è ancora vivo, ma il riferimento è a quanto avverrà nelle prossime ore, nella liturgia del Venerdì.

Moltissime sono le processioni del Venerdì Santo in tutto l’Abruzzo: in ogni città i simulacri vengono portati a spalla dalle Confraternite che da secoli organizzano i riti. A Teramo, nelle prime ore della mattina ha luogo la processione della Desolata, perché ricorda il dolore della Madonna per la morte del Figlio: in una città buia e silenziosa, la statua della Vergine viene portata a spalla al canto delle melodie struggenti dei pianti della Madonna, che per le vie della città vaga desolata alla ricerca del Figlio. L’uscita della statua della Madonna, vestita con il nero del lutto, è sempre il momento più commovente: è una madre, una donna sofferente che cerca il figlio; la sensibilità popolare si identifica più facilmente con questa donna lacerata dal dolore che con Gesù. Il Venerdì a Sulmona la seconda processione, quella della sera, assume i tratti di un funerale, caratterizzata dal suggestivo struscio, il passo che i confratelli tengono durante il percorso. Si tratta di passi lenti e cadenzati, a imitare una persona che procede in catene o in un incedere penitenziale; così il fiume dei sai di color porpora sembra quasi ondeggiare insieme alle statue del Cristo morto e dell’Addolorata. Il tutto scandito dalle note meste e struggenti del Miserere. Un’altra processione eccezionale è quella di Chieti, tra le più imponenti ed antiche in Italia, essendo già attestata tra Duecento e Trecento. L’orchestra e il coro eseguono il Miserere composto da Saverio Selecchy, nel XVIII secolo maestro di cappella della Cattedrale di San Giustino e le cui note risuonano in molte processioni del Venerdì Santo in Abruzzo. Anche a L’Aquila, con ancora i segni tangibili del terremoto, la città si ritrova per la partecipatissima processione del Cristo Morto. Dal 1954 il Venerdì Santo la solenne processione parte dalla Basilica di San Bernardino: da qui escono i simulacri di Remo Brindisi, che simboleggiano la Passione di Cristo; poi il corteo si snoda lungo le vie del centro, rischiarato alla fioca luce dei ceri portati dai partecipanti, in un silenzio rotto solo dai cori che intonano il Miserere. Da allora si è tenuta tutti gli anni, tranne che nel 2009: il Venerdì Santo di quell’anno coincise con il giorno dei funerali delle vittime del terribile terremoto, che aveva colpito la città nella notte fra la Domenica delle Palme ed il Lunedì Santo.

Il Sabato Santo è giorno di silenzio e di preparazione alla Pasqua, ma a Barrea è ormai tradizione dal 1987 rappresentare la Passione Vivente sullo splendido scenario del lago: vengono messi in scena gli ultimi momenti dell’esistenza terrena di Gesù, mentre le luci del tramonto tingono di rosso le acque del lago. Ogni edizione è diversa e rivisitata, perché si aggiungono sempre scene e costumi nuovi.

Nel giorno di Pasqua il rituale abruzzese più significativo è la Madonna che scappa di Sulmona. La Madonna viene chiamata tre volte dagli apostoli e solo alla terza volta decide di credere all’annuncio della resurrezione del Figlio; così la statua viene fatta uscire. Mentre incede verso la metà della piazza, l’atmosfera è surreale: un silenzio di tomba tiene tutti col fiato sospeso. Appena la Vergine scorge il Figlio in lontananza, i portantini sfilano una corsa, ma guai se la madonna cade! Ci sarà da aspettarsi qualche sventura. L’anno scorso la Madonna ha vacillato, ma è intervenuto immediatamente un altro portantino, scavalcando quello che era a terra, e la statua non è caduta. Mentra la Madonna “scappa”, un portantino fa scivolare il mantello nero, si alzano in volo le colombe, le cade il fazzoletto del lutto e spunta una rosa rossa. È la Madre che ritrova suo Figlio, è la Madonna che resuscita dal nero al verde, è il momento in cui si sente un solo respiro corale da tutta la piazza. E poi è tutto un battito di mani, di spari e mortaretti. Sono sei i paesi che hanno un rito simile: oltre Sulmona, anche Spoltore, Lanciano, Introdacqua, Pratola Peligna e Corropoli.

Tipici dolci di Pasqua in Abruzzo sono la pupa e il cavallo. La pupa che balla e spara i fuochi è presente anche come simulacro di festa, simbolo della Grande Madre, la natura, che celebra il ritorno della vita e del sole. Infatti le prime pupe ballano in inverno, non in estate. La pupa di Pasqua deve sempre avere l’uovo, simbolo della fertilità futura; se non c’è l’uovo non è buon segno, sarebbe una pupa che non genera vita! Agli uomini si regalano i cavalli: il maschio era colui che con il suo lavoro procurava i soldi per la casa e il cavallo era indispensabile per gli spostamenti. In realtà ogni paese si esprimeva con dei dolci particolari: troviamo anche i cestelli, oppure un’altra forma è il gallo, più usato nel territorio della Marsica. A L’Aquila la colazione di Pasqua prevede una pizza di pane che si posa come a cesto, in cui trovano posto salsicce, salamini, coratella e uova sode. Tipico della zona frentana è il cuore di Pasqua, un dolce fatto di biscotto o di pasta di mandorle; questo cuore dolce è identico al simbolo del Museo delle Genti d’Abruzzo, il cuore uncinato, una forma che viene da un antico amuleto abruzzese. Oggi sono senz’altro più diffuse le uova di Pasqua di cioccolato, l’emblema universale della festa: il pulcino che rompe il guscio dell’uovo e salta fuori all’aperto è la più chiara immagine del Cristo che ha scoperchiato la tomba e trionfato sulla morte. 

Tutto allora fiorisce, allora è nuova l’età del tempo e nuova torna gonfia sopra il tralcio gravido la gemma… Si lascia coltivare allora il campo e l’aratro dal fondo lo rinnova“.


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