I nodi della scuola, dalla riforma docenti alla chiusura dei plessi montani

Il sindacato Gilda punta il dito contro la riforma: "Servono piuttosto fondi per il rinnovo del contratto e per il dimensionamento scolastico, stop all'impoverimento delle zone interne"

di Marianna Gianforte | 05 Luglio 2022 @ 06:20 | ATTUALITA'
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L’AQUILA – Tanti i nodi che il mondo della scuola deve affrontare nei mesi estivi: dalle criticità della legge che ha riformato il meccanismo di reclutamento dei docenti, al dimensionamento scolastico; passando per il rinnovo del contratto fermo da anni. 

Alla fine la riforma del reclutamento docenti è arrivata. Approvata in via definitiva dal Parlamento il 28 giugno, è stata pubblicata in Gazzetta ufficiale (legge 29 giugno 2022, n. 79). Il provvedimento è entrato subito in vigore, da giovedì 30 giugno, ma dai ministeri si attendono, ora, i decreti attuativi per rendere la legge operativa.

Una riforma contesta sin da subito dal mondo della scuola, a partire dalla modalità con cui, il 28 aprile, il Governo l’aveva proposta, ossia con un decreto legge. La riforma – hanno messo in chiaro i sindacati, che il 30 maggio hanno scioperato contro una riforma che, così come concepita alle origini, proponeva una sorta di ‘concorso a premi’ – consisterà in un triennio di formazione obbligatoria per tutti, con esami alla fine di ogni anno (e con la possibilità di essere bocciati e ripetere l’anno). Per i sindacati, in sostanza, la riproposizione “ideologica” della ‘Buona scuola’ di Renzi che, analogamente, distingueva i docenti bravi dagli altri. “Con questo decreto il Governo distingue i docenti che vogliono frequentare tre anni di corsi con esami finale dagli ‘altri’, che non si adegueranno”, avevano subito messo in evidenza i sindacati a livello unitario.

Il responsabile del sindacato della scuola Gilda per la provincia dell’Aquila, Claudio Di Cesare, sottolinea come la riforma voluta dal ministro dell’Istruzione Patrizio Bianchi non sia stata concertata, condivisa, riflettuta con il mondo della scuola. Tra gli aspetti più contestati c’è la scelta di stabilire l’aggiornamento al di fuori dell’orario di lavoro e, soprattutto, finanziato con i fondi ricavati dal taglio delle cattedre, che avverrà in conseguenza del calo della natalità. Una scelta paradossale in un Paese in cui a tutte le latitudini si finanziano misure per incentivare la natalità (bonus, sostegni) e contro lo spopolamento montano: meno cattedre, invece, vuol dire anche meno scuole nei piccoli borghi, proprio quei luoghi nei quali, tra l’altro, pioveranno fiumi di risorse del Pnrr e non solo per renderli più moderni, attrattivi, fruibili, vivibili.  Insomma, una contraddizione in termini.

RINNOVO CONTRATTI 

“Come se non bastasse, il Governo ha riaperto le trattative per il rinnovo del contratto dei docenti – rincara la dose Di Cesare – e ci ha offerto un aumento netto di 49 euro al mese, corrispondenti a 87 lordi. Noi della Gilda riteniamo che sia umiliante e irritante, per questo motivo il 30 maggio scorso scioperato insieme a Cgil, Cisl, Uil e Snals, uno sciopero unitario al quale ha aderito il 20% dei docenti”. Il giudizio rispetto all’azione del Governo sul comparto scuola è negativo da parte di tutti i corpi intermedi della scuola. La questione, per i sindacati, è che “non c’è attenzione riguardo ai temi specifici – sintetizza Di Cesare -. Non possiamo dire che il Governo non abbia speso in questi anni, ma siamo certi che abbia speso bene? Lo ha fatto senza ascoltare le reali esigenze: ricordiamo i banchi a rotelle; e poi le risorse per finanziare la ‘scuola dell’estate’ per le medie e le superiori: un vero fallimento. Insomma, si stanno drenando le risorse nei rivoli sbagliati”. Da anni, ad esempio, i sindacati tuonano per ottenere il rinnovo dei contratti. Ribadisce con forza Di Cesare:

“Il contratto dei docenti è scaduto da cinque anni, gli stipendi sono fermi, non si è investito nei milioni di persone che lavorano nella scuola e ora sono persone disincentivate”.

E, in effetti, gli stipendi medi dei docenti in Italia sono del 25% più bassi della media dei Paesi Ocse; mentre un insegnante guadagna il 30% in meno della media del comparto della pubblica amministrazione. Che di per sé è in Europa quello con gli stipendi più bassi. Insomma, una miseria. Per la Gilda la riforma è “un atto di arroganza”.

DIMENSIONAMENTO

Oltre al reclutamento dei docenti e alle problematiche delle retribuzioni, la scuola soffre di un altro cronico problema: quello della chiusura del plessi scolastici minori per il mancato raggiungimento delle iscrizioni, che va a incidere naturalmente soprattutto sulle zone di montagna. Come un cane che si morde la coda: nei piccoli Comuni non è facile garantire il numero minimo di bambini e ragazzi iscritti, previsto dal ministero, e si chiudono plessi, a loro volta incentivando e aggravando lo spopolamento. Nell’anno scolastico 2022-2023 il Governo ha confermato la norma introdotta dalla legge di bilancio 2021, secondo la quale il numero minimo di studenti da raggiungere per avere un proprio dirigente scolastico e un direttore dei servizi generali amministrativi, viene abbassato rispettivamente a 500 e 300 studenti (nelle piccole isole e nei Comuni montani).

Si tratta di una norma provvisoria, che non va a incidere su un sistema che negli anni ha accelerato la chiusura dei plessi collocati nei contesti disagiati, lontani dai grandi centri urbani e che dovrebbe essere rivista. “Perché – spiega Di Cesare – è una normativa ‘stupida’ su base nazionale, che si applica nelle zone più popolose, come posso essere Roma e Napoli ad esempio, così come in quelle meno popolose. Se a Napoli con 600 alunni in un plesso scolastico si viene valutati come ‘sottodimensionati’, ciò non vale nell’Aquilano. Tanto per fare un esempio: la piana di Navelli non ha una scuola. E’ a rischio di chiusura anche il plesso scolastico di Cagnano Amiterno, dove per il momento sono state organizzate delle pluriclassi per garantire l’apertura, ma che ovviamente hanno rossi limiti dal punto di vista della didattica”.

“Al piano di dimensionamento bisogna incominciare a pensarci adesso – tuona il sindacalista della Gilda -. E’ questo il momento di modificare le norme altrimenti in autunno saremo di nuovo in emergenza. In autunno avremo di nuovo le nostre zone interne in grande difficoltà. La politica deve attivarsi subito, sviluppare una sensibilità nel Governo su questa tematica: i rappresentati delle parti politiche locali, i presidenti delle Regioni, devono andare in conferenza Stato-Regioni e sbattere i pugni sul tavolo pretendendo ascolto. Altrimenti è inutile che, ad esempio, la Regione Abruzzo stanzi dei fondi per incentivare le giovani coppie a stabilizzarsi nei borghi e nei Comuni montani, se poi non ci sono servizi, primi tra tutti le scuole e gli asili per il loro figli. La politica sia consapevole che lo spopolamento dell’Appennino è dovuto anche alla chiusura delle scuole. La situazione è molto difficile anche nell’Alto Sangro, a Pescasseroli, e in generale tutte le zone interne della provincia dell’Aquila – sottolinea con forza Di Cesare -. E ancora: sono in difficoltà i tre istituti comprensivi di Sulmona, dei quali uno (il Serafini) è sottodimensionato e potrebbe chiudere; ed è assurdo, perché il calo può essere temporaneo”.

Ci sono scuole, poi, che rimangono aperte ma senza avere un dirigente scolastico. Un esempio lo è l’istituto comprensivo di Pescasseroli, rimasto senza dirigente perché manca il numero minimo: per non chiudere, il Governo ci piazza un ‘surrogato’ di dirigente. “E’ come se abbandonassi, non curandotene più fino alla sua morte, il figlio zoppo. Non esistono più, poi, scuole elementari a Santo Stefano di Sessanio e a Castel del Monte – aggiunge Di Cesare – tutte chiuse, per portare i loro figli alla scuola dell’obbligo i genitori devono scendere sino a Barisciano, o a San Pio delle Camere. Immaginate un bambino che vive a Calascio che vita complicata deve fare sin da piccolino” Un grido di dolore quello che arriva dai territori.

“Non si tratta di un rischio chiusura immediato – rimarca il sindacalista -, ma se le regole nazionali rimangono rigide come sono attualmente, non tenendo conto delle realtà locali, si rischia di non avere numeri minimi per mantenere aperte le scuole, perché le classi devono essere formate”. Eppure qualcosa si può fare: un esempio virtuoso lo è l’istituto d’arte di Castelli che avrebbe dovuto chiudere ma che, con una norma ad hoc che ha riconosciuto il suo status di scuola particolare per il suo alto valore artistico, ora è salva. “Una norma che – conclude Di Cesare – dovrebbe essere trasferita ed estesa ai Comuni montani”


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